Nuraghe di Santu Antine

Un piccolo viaggio nella storia ancestrale sarda per comprendere meglio la storia. Storia ignorata, storia dimenticata, storia sminuita, storia del passato, quando, il presente si acuisce e si annoda nelle crisi ripetute a tutto tondo: sociali, antropologiche, culturali, politiche, religiose, economiche e via dicendo. Il mio ritornare al passato nasce da tutto questo groviglio e diventa un modo di essere, di vivere, di interpretare, di decifrare, di reinterpretare ma soprattutto di conoscere. Il passato, con tutto ciò che ci resta nel presente, è cultura è conoscenza è vita.

Nuraghe di Santu Antine

Quando si parla di nuraghi, chi non ha mai visto un nuraghe da vicino o visitato l’area interna, pensa si tratti di un semplice ammasso di pietre senza valore, o del genere “visto uno visti tutti”, non sa pertanto che proprio i diecimila nuraghi rinvenuti in tutta l’Isola, altrettanti reperti e le tante torri di cui sono composti parlano invece di struttura elaborata, di civiltà complessa e grandiosa. Un Nuraghe è soprattutto la vita di un popolo: quello originario Sardo. Ogni nuraghe è a sé, l’uno è diverso dall’altro, alcuni isolati, altri ravvicinati, in territori completamente diversi. Alcuni mono torre altri trilobati, quadrilobati, pentalobati.

Questo ritorno al passato significa anche, dare la dovuta importanza ai tanti studiosi sardi che hanno “letto” e “riletto” la civiltà nuragica e specie in questi ultimi vent’anni hanno dato nuove chiavi di lettura soprattutto ai vari cambi di destinazione d’uso del Nuraghe. E non è poco, dal momento che la grande civiltà di cui si parla, sviluppatasi dal XVII-IX sec. a.C. ha presentato tanti mutamenti socio politici e una sua graduale evoluzione storico economica. Per cui anche i nuraghi si sono adattati funzionalmente alla gestione sociale politica amministrativa nonché religiosa del popolo di appartenenza. Divennero anche dei veri e propri santuari centralizzati, dove potere religioso e politico, intersecandosi e scambiandosi le proprie sfere di influenza, richiamavano il popolo da più parti e dove, a volte, la classe sacerdotale autonoma, diventava più potente di quella amministrativa. I segni del sacro sono già nel territorio, nel lavoro dell’uomo e nella vita intera che lo testimonia. Nelle grandi aree santuariali quindi convergevano genti che in una pacifica convivenza, di sacro e profano, lasciavano le espressioni e i segni della loro devozione, oltre che a stipulare accordi di vario genere.

Nuraghe di Santu Antine

rcheologi di accertata esperienza ancora studiano le varie caratteristiche architettoniche e di uso dei nuraghi e non si stancano di scavare, stanziamenti economici permettendo, per comprendere più a fondo la loro architettura derivata da arte costruttiva abile, competenze date da tecniche specialistiche, nonché occupazione strategica del territorio, del suo sfruttamento in termini ambientali, idrici e minerari e del loro orientamento astronomico (qualche studioso afferma che Santu Antine con gli altri nuraghi della conca di Torralba avrebbero la stessa posizione delle Pleiadi e in particolare Santu Antine corrisponderebbe ad Alcione). In base agli ultimi studi costanti, attenti e precisi degli archeologi Franco Campus e Serena Noemi Cappai i nuraghi venivano eretti secondo un piano di organizzazione del territorio, di tipologia dei nuraghi, di presenza di corsi d’acqua, dell’altimetria, della disponibilità del materiale costruttivo, di varie disponibilità organizzative e di gestione di risorse. Una successione edilizia ordinata che abbisognava di un coordinamento temporale esatto e quindi ben governato e condiviso.
Le genti dell’Isola si riconoscevano nel nuraghe a tholos anche mono torre. Nell’edificazione vi era la suddivisione di ruoli e varie competenze di maestranze.
Nel progetto dell’opera, lo sviluppo spazio-tempo era fondamentale, niente in fase costruttiva poteva essere considerato improvvisato o lasciato al caso, ma la costanza di un metodo preciso, replicabile e razionale poteva permettere quel processo costruttivo così complesso e articolato.
Si teneva conto perciò, oltre a ciò che si è elencato, del luogo di approvvigionamento, della manodopera, delle maestranze responsabili e dei mezzi. Ecco dunque, la necessità di un coordinamento indispensabile, per determinare ancora di più gli spazi di deposito degli attrezzi, di utensili e macchine di sollevamento, di officina di riparazione degli attrezzi, dei punti di stoccaggio con settori di finitura di pietra, legno, e malta di fango, di carico e scarico dei materiali, di suddivisione di pezzature e di livello costruttivo, di segmenti lignei suddivisi per taglio, essiccatura ecc. e inoltre ogni porzione di cantiere necessitava di essere raccordata da segmenti viabili.
Prima della raccolta dei blocchi si individuava la cava idonea per cui occorreva una conoscenza delle caratteristiche delle formazioni rocciose per poterle trasformare e trasportare poi dalla cava al cantiere.

Si studiava la planimetria di base, la dimensione del diametro esterno, la posizione e il diametro della camera, il posizionamento delle camere a tholos (concentriche ed eccentriche rispetto al diametro esterno), l’andamento della scala, il deambulatorio attorno alla camera a tholos, l’individuazione delle nicchie, l’inclinazione delle mura esterne, e  della cima della torre dove si posizionava un ballatoio poggiante su un sistema radiale di mensole a coronamento della stessa torre, lo sviluppo in altezza e le adeguate fondazioni. Anche la forma più semplice di nuraghe a tholos prevedeva un’elaborazione tecnica e geometrica così precisa. (foto 2 tholos – a sinistra)

Il Nuraghe costituiva il centro del territorio, è da qui che partiva lo smistamento dei prodotti e il raccordo migratorio delle genti. Ciò che ormai si esclude è l’ipotesi del nuraghe-fortezza.
Queste architetture megalitiche che arrivavano sino a 27 m. di altezza, oltre che essere il “centro” del territorio, costituivano il centro della casa comune, completata da variegate attività, compresi il potere politico, sociale, religioso, amministrativo, militare, simboli di forza e di ricchezza della comunità. Ancora ad oggi i nuraghi sono “segni” inconfondibili del paesaggio sardo.

Attorno al Nuraghe prendeva fermento la vita delle capanne, con base di pietra ma ricoperte di frasche e legno. All’interno venivano intonacate con fango e argilla e isolate con il sughero. Il focolare era sistemato al centro e i giacigli di lato. A struttura prevalentemente rotonda accoglievano nuclei familiari e le attività domestiche. Tra queste prende evidenza per dimensione e arredi “la capanna delle riunioni” e si distingueva per i sedili perimetrali interni in pietra. (Foto 3, a destra: capanna delle riunioni).

A queste riunioni, importanti per tutta la collettività, partecipavano sicuramente i capi clan del villaggio e dei villaggi limitrofi. In questi ambienti sono stati trovati piccoli modelli di nuraghi in pietra, simboli della comunità e che son stati di grande aiuto agli studiosi per la ricostruzione originaria dei nuraghi. Tra il 1964/66 Ercole Contu scavò il villaggio di capanne a pianta circolare di dimensione variabile tra i cinque e sette metri di diametro attorno al nuraghe Santu Antine, dove vennero trovati due piccoli modelli di nuraghe quadrilobato. Da questi modelli si è potuto capire meglio, l’ingresso, il terrazzo, le mensole dei bastioni. Attorno al Nuraghe di Santu Antine oltre alle capanne si trovano nove sepolture collettive chiamate “tombe dei giganti”, testimoni di religiosità nuragica culminante nel rito collettivo celebrativo connesso al culto degli antenati. Le tombe spesso accompagnate da stele rappresentative sono sempre un polo di attrazione insieme a tutto il complesso archeologico.

Il contesto economico sociale del Nuraghe era basato sulla pastorizia, l’agricoltura, il commercio, con scambi continui di uomini, di prodotti, di oggetti provenienti da una società gerarchizzata. Dai reperti rinvenuti si sa che il popolo dei nuraghi produceva già olio, vino e faceva il pane persino decorato con la pintadera, lo stampo decorativo che segnava i pani sacri. (foto 4 pintadera – a sinistra). Possedeva manufatti di ogni tipo adatti sia alla conservazione sia alla cottura degli alimenti, oggetti distinti per le funzioni del bere e del mangiare. Manufatti che migliorarono nel tempo, arricchendosi di gusto estetico con raffinate decorazioni, quest’ultime maggiormente usate per le cerimonie rituali.

Dalle fibre vegetali la gente nuragica ricavava tramite intrecci, vestiti, scudi, abbigliamento guerriero. Particolare importanza avevano i metalli e son stati ritrovati tantissimi oxhide (lingotti di rame a forma di pelle di bue) usati per i commerci nel Mediterraneo orientale. Questa attività commerciale fu più intensa nel XIV sec. a.C. quando la Sardegna fu centro di scambio con Egei, Micenei, Ciprioti, Filistei Siro Palestinesi, Iberici e Italia peninsulare. Rame e stagno fusi insieme costituivano il bronzo che ha rappresentato, nell’ artigianato, il popolo nuragico. Non solo oggetti quotidiani ma anche quelli che permettevano la lavorazione del legno, della lavorazione della terra, e poi le armi, ancora oggetti ornamentali, per l’abbigliamento, oggetti votivi.

L’apice di manufatti metallurgici unici, si ha nell’XI sec. a.C. quando fu usata la tecnica della cera persa per dare forma ai bronzetti, espressione della cultura nuragica. Mestieri, vesti, ruoli, ceti sociali a rappresentare tutta la società nuragica nella sua stratigrafia. Dal capo-tribù, espressone di élites, al guerriero, al sacerdote e sacerdotessa e al popolo di pastori, contadini, artigiani. E poi naviganti e tantissimi modelli di navi. Anche dai bronzetti si ha testimonianza dei vari prodotti dell’agricoltura che garantì lo sviluppo della civiltà nuragica e il suo perdurare. Sono rappresentati nei bronzi i pani di diversa forma, filoncini, focacce circolari, ellittiche decorate da motivi geometrici o a raggiera, dolci come ciambelle trasportati nelle ceste, donati alla divinità dall’afferente di turno.
Tutto questo a dimostrare che si trattava, fuor di dubbio, di una società commerciale stabile, a struttura gerarchica con gestione di potere religioso e politico insieme.
La parola “Nuraghe”(nuracu, nuraxi, nuratzu) è antica, la sua radice nur potrebbe derivare dalla Mesopotamia significando cumulo di pietre, ma anche fuoco e luce. Hag significherebbe grande “grande casa.” La radice nur accompagna i nomi di alcuni paesi sardi: Nurri, Nuraminis, Nurachi, Nurallao, Nureci, Nuragus.
Ora è quasi in punta di piedi che descriverò il Nuraghe Santu Antine il cui nome deriverebbe da un’antica tradizione al culto di età bizantina, dedicato all’imperatore San Costantino, venerato nell’Isola. Secondo il francese Valery (1837) invece, il nuraghe sarebbe stato il sepolcro del Giudice turritano Costantino I e in questo caso la denominazione sarebbe di origine medievale (XIV sec. d. C.). In entrambi i casi si spiega la denominazione popolare di “Sa Domo de Su Re.”

E’ stato, per me, il Nuraghe che mi ha emozionato di più per la perfezione, la bellezza, l’armonia e, come per gli antichi antenati, ha qualcosa di sacrale e speciale anche per me: stupisce e invita a sostare. Camminando tra le sue grandi pietre basaltiche e calcaree ben levigate, sento l’emozione di camminare dentro la mia storia ancestrale, dove il rispetto profondo per il simbolo della comunità che queste pietre monumentali rappresentano, dà la forza per tornare mentalmente alle origini, quando gli uomini si lasciavano guidare dall’energia della natura. E materia e gesti ripetuti nei secoli, si svelano attraverso le mie mani poggiate su queste pietre e come Pinuccio Sciola percepirne la vibrazione che arriva al cuore. Nessuna foto o immagine, come dice Ercole Contu, per quanto bella possa essere, esprime lo stupore che si prova emotivamente tra queste pietre ciclopiche e mi associo emotivamente allo stesso pensiero. Questa pietra, questi pascoli sottostanti, mi sorprendono ancora impreparata a intraprendere oltremodo un viaggio nel tempo, con l’anima.
Santu Antine è la più rappresentativa architettura nuragica, si trova in territorio di Torralba nel Meilogu. Ha la planimetria di un triangolo equilatero nel cui centro si eleva la sua torre in origine di oltre 25 m. Ai vertici si trovano le tre torri laterali a distanza di 42 m. l’una dall’ altra. Il tutto fa pensare a un complesso ben disegnato e con progetto preciso di misure, di moduli, di allineamenti e simmetrie. Corridoi e accessi simmetrici, scale elicoidali per il raggiungimento dei piani superiori, silos per le derrate e sistema di pozzi che denota un’importante ingegneria idraulica mirata all’irrigazione dei campi e alla regimentazione delle acque provenienti dalle colline limitrofe per impedirne inondazioni e allagamenti. E’ il primo nuraghe di cui sia stata data illustrazione grafica da un disegno del naturalista abate Francesco Cetti risalente al 1774. Gli scavi continui di Antonio Taramelli fecero conoscere mediante la Rivista Monumenti antichi dei Lincei nel 1939, dopo quarant’anni di studi nell’ Isola, poco prima di morire, un testamento scientifico proprio su Santu Antine.

Tra il 1933/35 il Nuraghe venne svuotato da pietre e detriti e apparve nella sua magnificenza. Il Principe Umberto in visita, insieme ai gerarchi fascisti, issò la bandiera italiana sulla parte più alta del nuraghe. Gli scavi successivi e i reperti ceramici e bronzei permisero di datarlo tra il XVI e il XIV sec. a.C. inoltre gli studi permisero ancora di capire i cambi d’uso del Nuraghe come dimostrerebbe anche il pozzo della torre nord, profondo oltre 5 m. che venne sacralizzato intorno al 1000 a. C. così fu la datazione, in base al ritrovamento nel fondo, di un vaso rituale, per cui la conferma dell’uso cultuale del Nuraghe. Anche il nostro padre dell’archeologia sarda, Giovanni Lilliu, amava ripetere che il Santu Antine fosse “Il più bello dei nuraghi. E ancora diceva: “Natura e architettura dalle linee essenziali si compenetrano in modo mirabile. È da questa solenne architettura in cui si coglie il respiro del monumento, un respiro antico, da giganti, che nasce l’incanto per il visitatore. Veramente noi entriamo nel regno di Minosse nell’atmosfera di un “labirinto” nell’intreccio di un “dedaleo”. E’ difficile sottrarsi al fascino di accostamenti con luoghi mitici-eroici.” (1966)

Valle dei nuraghi di Torralba

Esso domina la conca denominata “Valle dei Nuraghi” con la sua maestosità e la gente del posto lo chiama Sa Domu de su Rej (la casa del Re/la Reggia) per il suo aspetto regale. La sua conca è attraversata da corsi d’acqua il Rio Mannu e il Rio Tortu, circondata da altipiani. E’ un paesaggio bucolico oltre il tempo, dove il silenzio è interrotto soltanto dai campanacci dei suoi abitanti al pascolo. (Foto 5 – sopra – la Valle dei nuraghi Torralba). Un recente lavoro dell’archeologa Giuseppina Marras basato sulla ricerca di moduli metrici negli edifici di età nuragica, ha concluso che i “Nuragici avessero cognizioni metrologiche per cui edificavano su base metrica” Sempre la studiosa sostiene che il mastio del Santu Antine avesse “l’unità di misura di 52,2 e così anche le torri laterali. Misura che corrisponderebbe al cosiddetto “piede” tradizionale sardo in uso in Sardegna prima dell’introduzione del sistema metrico decimale, documentato anche in ambito egizio, corrispondente al cubito reale di 52,36 utilizzato per le Piramidi”.

Avvicinandosi al Nuraghe si notano piccole aperture, le feritoie, sono 47 strombate verso l’esterno per garantire areazione e luce. (Foto 6 a destra – le feritoie). La torre centrale venne elevata per prima, poi le altre tre torri e poi il villaggio.

La torre centrale venne elevata per prima, poi le altre tre torri e poi il villaggio. (Foto 7 a sinistra – torre centrale). L’ingresso architravato e con scalino immette oltre la cinta muraria convessa-concava che crea un effetto di movimento e ingloba un cortile interno di 100 metri quadri con 19 m di lunghezza e 7 m di larghezza, con pozzo profondo 5 metri per l’approvvigionamento dell’acqua che sfruttava la falda sottostante e sette ingressi simmetrici.

(Foto 8 a destra – Cortile interno del Nuraghe). Il pozzo ha forma perfettamente cilindrica con pietre basaltiche di piccola e media pezzatura, perfezionata da zeppe per evitare la dispersione dell’acqua. La falda consentiva la presenza costante dell’acqua.

(Foto 9 a sinistra: Pozzo nel cortile). Ogni porta delle sette del cortile distingue una sezione diversa: la porta centrale è del mastio, le due laterali immettono alle torri laterali, le due porte centrali accedono ai due corridoi trasversali, le due più interne alle scale per il primo piano. Quando il Taramelli iniziò a scavare il cortile, aveva davanti a sé un crollo di 6 metri derivato dalla parte sommitale crollata del Nuraghe.

Entrando nel mastio, la torre centrale, che contiene tre camere a tholos sovrapposte, si incontra un andito coperto da architravi che formano un solaio, da un lato porta a una scala elicoidale e poi alla camera, dall’altro lato invece, un corridoio anulare gira intorno alla cella. Questo corridoio, dotato di un pozzetto alimentato anch’esso dall’acqua di falda, testimonia oltre all’autonomia idrica anche una destinazione d’uso polifunzionale del nuraghe, usato e per scopi abitativi e per scopi assembleari.

(Foto 10 sopra – Corridoio). Il corridoio viene illuminato da nove feritoie e le zeppature fra i blocchi risultano di schegge di pomice ad incastro. Tra tutti i nuraghi scavati, non si conosce un altro corridoio anulare con stesse caratteristiche. Il mastio in basalto locale, ha nella parte inferiore e quindi nei filari di base grossi massi poliedrici, i conci superiori vanno poi a diventare di dimensioni più ridotte. Questa torre centrale ha un diametro di oltre 15 metri e un’altezza residua di 18 metri, aveva in origine tre piani e altrettante camere sovrapposte coperte da falsa cupola (tholos). I nuraghi si son ritrovati tutti capitozzati, per cui manca anche nel Santu Antine la parte sommitale. La prima camera presenta una celletta, tre nicchie collegate all’andito anulare e la tholos. Questa prima camera inferiore si pensa avesse una destinazione diversa dalle altre camere centrali: funzione non abitativa, ma sala pubblica utilizzata per le udienze. Questa camera presenta su molti blocchi una superficie color rosso.

Foto 11, sopra – Stanza del mastio

(Foto11 – Stanza del mastio) Analizzato il pigmento dal Laboratorio Artelab di Roma, si tratterebbe di ocra rossa-ematite con legante proteico tipo colla animale stesa su gesso. La camera del primo piano invece è preceduta da un andito illuminato da un finestrone che dà luce e aria alla camera, contiene inoltre due nicchie e un bancone sedile, questo attesterebbe ancora, una destinazione d’uso come aula assembleare per riunioni pubbliche. La scala arriva al secondo piano dove si trova un ripostiglio: qui son stati trovati elementi di forma sferica che sembrerebbero pestelli per macinare e triturare granaglie, e anche qui un pozzo.

(Foto 12 a sinistra – Pestelli custoditi al museo di Torralba). Questo ambiente, si suppone che potrebbe essere stato usato come silo. In origine una rampa finale conduceva al terrazzo poi crollato. Il bastione racchiude due torri anteriori e la terza posteriore con ingresso esterno e dotata di pozzo. Le tre torri hanno un diametro di sei metri. Le torri frontali sono collegate al cortile con dei brevi anditi e alla torre nord con gallerie illuminate da feritoie. Una rampa di scale, sempre illuminata da feritoie, porta dal cortile alle gallerie superiori, un’altra rampa al bastione. Altri due ingressi sopraelevati si trovano ai lati del mastio e danno accesso alle scale che salivano al piano superiore del bastione, piano dotato di corridoi di raccordo tra le torri che probabilmente avevano un piano sopraelevato su ballatoio di legno, come nel mastio. I pavimenti sono lastricati di pietra integrata ad argilla.

I reperti delle varie campagne di scavo sono esposti al Museo della Valle dei Nuraghi del Logudoro-Meilogu nel centro urbano di Torralba.
Il Nuraghe Santu Antine è stato proposto all’Unesco come vessillo della grande civiltà nuragica, della sua storia e delle sue testimonianze materiali. Auspico tanto anch’io che questo gioiello antico possa diventare autentico Patrimonio dell’Umanità. Anche questo mio narrare di sardità è testimonianza di responsabilità verso questa storia sarda plurimillenaria che possiamo annoverare come prima vera civiltà italica. Ma questa verità è assente dalla storia italiana e persino dai programmi didattici della scuola sarda. Come sarda conservo questo cruccio davanti al mio paesaggio identitario e dentro l’anima. Ben venga tutto ciò che riguarda il bene monumentale: questo mio scritto non fa che riprendere e valorizzare gli studi fatti sino ad ora, i tanti archeologi di anima “Sarda” che credono in questo volano di sviluppo per la Sardegna. Terra di fascino e mistero che penso meriti un riconoscimento e una valenza universale morale e materiale a perenne fruizione e protezione.
 
Bibliografia:
Franco Campus Nuraghe Santu Antine NU 2019
Franco Campus Valentina Leonelli La Sardegna nuragica Siena 2014
www.sardegnaturismo.it
www. Sardegnanuragica.it

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CC BY-NC-ND 4.0 Civiltà nuragica: il nuraghe di Santu Antine by L'Italia, l'Uomo, l'Ambiente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.