Un racconto di Gianni Marucelli tratto dal suo libro “Toscana, donne e misteri”, pubblicato da Liberodiscrivere.

Pubblicato su IUA n° 3, Anno IV, Marzo 2017

IL CORAGGIO DI TOMMY

Una storia vera nella Firenze occupata dai Nazisti

 

di Gianni Marucelli

 

Era un Cocker spaniel nero, con uno spruzzo di bianco sul petto. Guido lo aveva avuto in regalo subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia, un dono dettato dalla necessità di festeggiare, da parte degli amici, il fatto che il giovane fosse stato giudicato inidoneo alle armi (nonostante avesse già compiuto il servizio militare) per un grave problema circolatorio alla gamba destra, e dal non minore bisogno di accasare l’ultimo della cucciolata in un momento in cui pensare di adottare un cane pareva davvero un po’ eccentrico. Ora, nel Marzo del ’44, Tommy, così era stato chiamato il cucciolo, era una giovane creatura vivace ed affezionatissima al suo padrone, con il quale condivideva lunghe passeggiate sulle colline in cerca di asparagi selvatici, di cicoria e di tutto quello che fosse servito ad accrescere la quantità delle vivande che le tessere annonarie e un moderato ricorso al mercato nero riusciva a procurare. In realtà, Guido sentiva aprirglisi il cuore ogni volta che poteva superare la cerchia dei viali e percorrere le stradicciole che portavano a Fiesole, a Settignano o, al di là del fiume, all’Incontro o all’Impruneta: gli pareva di uscire dalle tenaglie dolorose della miseria, del dolore, delle squadracce repubblichine e degli occupanti tedeschi, sempre più arroganti, sempre più ossessivamente presenti. Con il lento, ma inesorabile, avvicinarsi degli Alleati, la situazione era divenuta schizofrenica: alla speranza di una liberazione ormai vicina si contrapponeva l’aggravarsi della situazione in città: ogni giovane non in divisa poteva essere considerato un renitente alla leva, o, peggio, un fiancheggiatore dei “banditi”, i partigiani che ormai colpivano dove e quando volevano (lo avevano dimostrato “giustiziando” Giovanni Gentile). E non sempre i documenti in regola bastavano a placare i sospetti degli ex alleati germanici o la sete di vendetta delle camicie nere. Accadde un Sabato di Aprile, nel tardo pomeriggio: Guido e il padre avevano fatto tardi nell’ufficio della piccola azienda di macchine da stampa che possedevano, a far conti che non tornavano e a meditare tristemente sulla stasi degli affari che il passaggio del fronte avrebbe comportato: il minore dei guai, a pensarci bene, ma il pericolo e la morte erano sempre presenti ed il loro pensiero era stato ormai metabolizzato. Era una di quelle serate fiorentine di inizio primavera, che portavano misteriosi profumi e sguardi fugaci di ragazze dalle altane; Tommy guaiva tentando di afferrare per gioco il guinzaglio che Guido teneva stretto in mano, mentre procedeva spedito per rientrare a casa in Via della Colonna, e scoprire che cosa la mamma avesse inventato per cena, con il poco che le era rimasto: ma era una cuoca provetta, ed ogni pranzo costituiva una sfida dalla quale raramente non usciva vincitrice. In piazza S. Marco il giovane incontrò due ex compagni di scuola, che erano scampati alla campagna di Russia, ma con danni tali da renderli inabili al servizio militare: non si vedevano da tempo e facevano la stessa strada, quindi quale occasione migliore per ricordare le malandrinate d’una volta, parlare di ragazze che c’erano state o c’erano ancora, giocare con Tommy lanciandosi il guinzaglio.

Il Cocker pareva impazzito dalla felicità, saltando, fingendo agguati, fraternizzando coi nuovi amici, abbaiando alle finestre già chiuse la sua gioia canina. Finché, di botto, si fermò, in atteggiamento guardingo, e cominciò a ringhiare. “Che ti prende, amico?”, strillò uno dei giovanotti, sventolando il guinzaglio. Guido parve invece preoccupato, si accoccolò accanto a Tommy e gli sussurrò: “Cosa c’è…cosa c’è che non va?”. Fu in quell’istante che la pattuglia della Wermacht svoltò l’angolo di Via della Pergola, venendo verso di loro: i giovani si guardarono negli occhi, compresero in un attimo che era trascorsa l’ora del coprifuoco e che si erano cacciati in u n bel pasticcio. “Gambe!”, disse uno, volgendosi verso Piazza San Marco, ma non ebbe il tempo di spiccare il volo perché proprio da quella direzione si udì il rombo di un camion. Il guidatore non si distingueva, ma la canzone che stavano cantando coloro che si trovavano sul retro non lasciava adito a dubbi: “Le donne non ci vogliono più bene, perché portiamo la camicia nera…”. “Ohi, ohi…” borbottò il più giovane degli amici. “Stiamo calmi”, sibilò Guido, “e preparate le carte. Sempre che le abbiate…”

Tommy si era accucciato, muso a terra, quasi a volersi confondere con il selciato. I freni del camion stridettero. Dalla parte tedesca, un ordine secco: “Kome hier! Schnell!” “Meglio i tedeschi o i fascisti?” domandò il secondo degli amici. “Meglio i tedeschi!”, decise mio padre, avviandosi verso l’angolo di Via della Pergola. Ma le camicie nere non avevano nessuna intenzione di lasciar perdere. “Guardali i signorini che vanno a passeggio! Venite, venite con noi, che vi diamo un passaggio fino in Villa!”, motteggiò uno di loro. Il riferimento a Villa Triste, sede della banda del temutissimo “Maggiore” Carità e orribile luogo di segregazione e torture, fu compreso benissimo da tutti. I soldati tedeschi erano guidati da un sergente, di mezza età e con un ghigno per niente rassicurante. “Banditen? Siete banditi?”, rise, prendendo in mano i documenti che gli venivano porti. Un graduato delle camicie nere si avvicinò, esibendosi in un perfetto “Heil Hitler”, con tanto di sbattimento di tacchi, così perfetto da poter essere considerato una presa di giro, come confermarono le risa soffocate dei suoi camerati. “Questi sono nostri. Li portiamo via e li interroghiamo. I documenti se li può tenere, sergente. Io me ne frego.” Il tedesco divenne rosso come un peperone, sbraitò qualcosa ai suoi uomini poi avanzò a fronteggiare il fascista. “Nein! Li arresto io!”, gridò in un italiano stentato, sputacchiando involontariamente sul viso del suo avversario. Il quale non fece motto, ma, accennando ai suoi di scendere dal veicolo, commise il terribile errore di prendere Guido per un braccio e di portarlo verso il camion. Tommy fino ad allora si era reso quasi invisibile; ma, vedendo aggredire il suo padrone, senza nemmeno prendersi la briga di abbaiare si slanciò sul graduato azzannandogli il braccio e restando lì appeso, con i denti ben conficcati nella carne. Il fascista ululò per il dolore, il sergente rimase basito, i suoi soldati cominciarono a ridacchiare. Immediatamente dopo, il calcio di un fucile fascista si abbattè sullo sventurato animale, che cadde a terra uggiolando. La camicia nera schiumava di vergogna e di rabbia: “Prendeteli tutti e sbatteteli sul camion! Me la vedo io con i tedeschi. E tu – rivolgendosi a un subordinato – spara a quella bestia maledetta! Anzi, lo faccio io!” ed estrasse la pistola dal fodero. La strada stava piombando nell’oscurità. Non una finestra era aperta. Il destino di Tommy stava per compiersi, quando una voce secca, gutturale, ordinò: “Si fermi immediatamente!”. Doveva essere anche una voce nota al fascista, perché deglutì e tolse il dito dal grilletto. Dalla penombra s’avanzò una figura vestita di nero, con le mostrine scintillanti: un capitano delle SS.

“Bene – disse in un italiano fluente – sto per andare a teatro a godermi Mozart e cosa trovo? Dei soldati tedeschi che sembrano marionette – e ripetè il concetto, con molta più violenza, in faccia al sergente nella sua lingua madre – e si fanno dare ordini da un…come si dice in italiano? Un irregolare? O un mascalzone?” Il fascista sbiancò. “Bene ha fatto a morderla, il cane. E’ molto più coraggioso di lei, glielo assicuro. Ed ora via, rimonti sul camion e se ne vada, prima che chiami i miei uomini – e non mi riferisco, lei capisce, al sergente e ai suoi – e la faccia arrestare.” “Ma…i prigionieri…”, protestò debolmente la camicia nera. Il capitano strappò quasi di mano al sergente i documenti dei tre amici, li sottopose ad un breve esame, poi li restituì ai proprietari. “E’ tutto in ordine. Loro sono in ordine, lei e i suoi uomini no. Via, scompaia.”. Il camion ripartì rumorosamente. Il capitano si inginocchiò accanto a Tommy, che uggiolava, lo carezzò e poi prese a esaminarlo con destrezza. Mio padre gli si era inginocchiato accanto. “Lei è fortunato, mio caro signore. Ma non perché quei delinquenti non lo hanno preso, ma perché possiede una simile bestiola. Prima della guerra ero veterinario: il cane ha qualche contusione, ma, penso, niente di rotto. Entro due giorni si sarà ripreso. Sa, ho anche io un cane, un bellissimo pastore alsaziano, si chiama Gunther e sono due anni che non lo vedo – sospirò – ora è con mia moglie e coi miei figli, vicino Colonia. La zona è stata pesantemente bombardata, spero siano ancora vivi. Come si chiama il suo cocker?” “Tommy, si chiama Tommy”. “Ah, ma è il soprannome che si dà ai soldati inglesi! – rise il capitano – E’ adatto, per un piccolo guerriero.”. L’ufficiale si rialzò. “Ora devo andare. Mi sono perso Mozart, ma la seconda parte è dedicata a Schumann, e voglio assolutamente assistervi. Buonasera. E si rammenti il coprifuoco, un’altra volta.” Scomparve nell’oscurità di Via della Pergola, come era apparso. Anche il sergente e i soldati si erano nel frattempo dileguati. Tommy, come aveva previsto il capitano, si riprese in pochi giorni. Però la sua fortuna finì lì. Salvato da un tedesco, fu ucciso nel Settembre successivo da una camionetta americana.

Ma il suo ricordo non morì con lui. Guido era mio padre. Da allora, per molto tempo, i cani della mia famiglia hanno portato il nome di Tommy il coraggioso.

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CC BY-NC-ND 4.0 Il coraggio di Tommy by L'Italia, l'Uomo, l'Ambiente is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.