I cipressi che a Bolgheri…

Di Alberto Pestelli

Viale dei Cipressi

Viale dei Cipressi

È stato nell’età della cosiddetta ragione che varcai veramente – dopo tantissimi anni dall’ultima volta – la porta del piccolo borgo di Bolgheri. Venendo dal mare, feci il percorso nel senso contrario dei versi del Carducci. Lui stava per intraprendere il viaggio che lo avrebbe portato in quel di Bologna. Viaggio lungo a quei tempi. Anche compiere i cinque chilometri che separano Bolgheri dall’Oratorio di San Guido appariva non breve. Io, con la comodità della mia automobile, in un batter d’occhio sono giunto all’ingresso dell’antico borgo della Maremma livornese senza sentire la voce dei cipressi mossi dal vento: quel lento cigolio che a volte può spaventarti se lo ascolti di notte… beh, sono solo paure di alcuni cittadini poco avvezzi alla campagna. Ed io non sono un cittadino…

Tornai indietro lungo il viale dei Cipressi in cerca di un posteggio. Un chilometro o poco più verso San Guido e trovai un parcheggio… a pagamento! E va beh, pazienza, non è il caso d’esser tirchi quando si va in cerca di un po’ di storia e di qualcosa per stuzzicare il palato con qualche prelibatezza…

Camminando tra quei “giganti giovinetti” immaginai quel che poteva aver sentito nel suo animo il Carducci mentre sul calesse si dirigeva verso la stazione: l’ansia di arrivare presto a Bologna dove lo aspettava la sua bambina, Tittì, e la nostalgica malinconia di lasciare il luogo della sua infanzia.

            I cipressi che a Bólgheri alti e schietti

Van da San Guido in duplice filar,

Quasi in corsa giganti giovinetti

Mi balzarono incontro e mi guardar.

Mi riconobbero, e— Ben torni omai —

Bisbigliaron vèr’ me co ‘l capo chino —

Perché non scendi? Perché non ristai?        

 

Lo riconobbero… bella e struggente l’immagine dei cipressi che si piegano sui suoi sentimenti… E riconobbero anche me che stavo per entrare in Bolgheri, già… per loro ero colui che da ragazzino non volle imparare la poesia del Carducci a memoria per recitarla alla maestra o durante le feste di fronte alla famiglia riunita nel salotto dopo il pranzo. Tornassi indietro nel tempo mi rifiuterei ancora. Per me una poesia è bella leggerla, leggerla e rileggerla, assorbire ogni sua parola e poi chiudere gli occhi e immaginare un mondo diverso, sensazioni che fanno vedere il sole nei propri pensieri. Ecco perché è inutile impararle a memoria… non è un esercizio mnemonico quello che si voleva dare (o forse si vuole imporre ancora), ma solo un mezzo per far apparire la cultura noiosa… io la intendevo e la intendo così. Forse sbaglio, forse no, forse la ragione sta, come sempre, nel mezzo.

Eppure la mia memoria si è sviluppata ugualmente come ben vedete… di ricordi ne ho tanti! Belli, brutti… a volte li scrivo su carta, altre volte rimangono perennemente dentro di me senza cambiare mai una virgola.

Il ricordo del paese che vide le scorribande del Carducci fanciullo mi è rimasto impresso in modo tale da far poco ricorso, per questo articolo, ai vari documenti che si trovano in rete; giusto qualche notiziola qua e là, tanto per integrare quel che già sapevo.

Ma dove si trova esattamente. Bolgheri è una frazione di Castagneto Carducci proprio nel bel mezzo della Maremma Livornese a ridosso delle Colline Metallifere. Si fa derivare il suo nome dai Bulgari, alleati dei Longobardi, che in zona avevano fondato un insediamento militare. Il luogo era d’importanza strategica nella difesa della costa contro le forze bizantine stanziate in Sardegna.

Sin dall’antichità Bolgheri fu di proprietà dell’antichissima casa dei conti Della Gherardesca (il più remoto antenato della nobile famiglia toscana, Gunfredo di stirpe longobarda, è del periodo di papa Adriano I, nato nel 700 dopo Cristo e morto a novantacinque anni…).

Tuttavia la prima menzione di Bolgheri la ritroviamo in un documento redatto nel gennaio del 1158 in cui si attestava la cessione di alcuni possedimenti nella curia di Bolgheri all’arcivescovo di Pisa. Nell’arco dei secoli, Bolgheri, nonostante varie vicende non propriamente felici (il paese fu bruciato dalle armate fiorentine nel 1393, saccheggiato dall’imperatore Massimiliano nel 1496 – fu ucciso il conte Arrigo) fino a quando non entrò a far parte della Repubblica fiorentina.

Solo nel diciottesimo secolo Bolgheri vide rifiorire il suo antico fasto. I Conti Della Gherardesca avviarono tutta una serie di miglioramenti agricoli bonificando le paludi circostanti, costruendo un acquedotto con l’intento di rifornire di acqua potabile il paese. Fu edificato pure un orfanotrofio.

Ma entriamo dentro il borgo attraversando la porta dopo aver percorso il Viale dei Cipressi, strada, quest’ultima, lunga cinque chilometri e proveniente dalla via Aurelia proprio nei pressi dell’Oratorio di San Guido (costruito nel ‘700).

La prima costruzione che vediamo – già prima di entrare nel paese – è il castello di origine medievale (XIII secolo) costruito dai Della Gherardesca. Fu restaurato nel XVIII secolo (furono costruite le cantine). A fine del XIX secolo la facciata fu modificata: fu edificata una torre proprio in corrispondenza della porta di accesso al paese. Purtroppo il castello è una abitazione privata e quindi non visitabile.

Quasi all’ingresso del paese, in piazza Teresa, c’è la chiesa dei Santi Giacomo e Cristoforo che è l’edificio, da un punto di vista architettonico, più antico del circondario. Come tutti gli edifici antichi, anche questa chiesa è stata più volte restaurata e modificata: l’ultimo restauro è stato compiuto nel 1902. Di origine medievale sono la facciata costruita in pietra e una piccola porta murata ancora visibile sulla sinistra dell’odierno accesso al tempio.

Altre due chiese si trovano fuori dalle mura del paese: la chiesa di San Sebastiano e la chiesa di Sant’Antonio. Entrambi gli edifici di culto si trovano nel viale dei Cipressi.

Non molto distante da Bolgheri, su una collina a circa 400 metri sul livello del mare, si trova il castello di Castiglioncello di Bolgheri e la chiesa di San Bernardo.

Nel 1959 fu istituito il rifugio faunistico di Bolgheri (circa 500 ettari) che è stata la prima oasi privata in Italia. Nel 1968 fu riconosciuta come oasi del WWF. Ricca è la fauna: caprioli, scoiattoli, falchi pellegrini, gru, germani reali, conigli selvatici regnano indisturbati tra ginepri, pini, lecci e canneti della palude. Il rifugio è naturalmente visitabile solo su prenotazione da ottobre ad aprile.

Passeggiando per le stradine di questo splendido borgo antico non possiamo fare a meno di visitare i numerosi negozietti che offrono ai turisti ogni genere di mercanzia: dal ricordino in ceramica, prodotti cosmetici che tra gli ingredienti troviamo l’acqua di Bolgheri, bellissimi quadri di pittori locali, prelibatezze del territorio e soprattutto lui, il re dei re: il Vino!

Infatti la zona è famosa per i vini rossi. Grazie alle caratteristiche del terreno e ad un microclima temperato, soleggiato e ventilato “il giusto”, hanno trovato “dimora” vitigni quali il Cabernet Sauvignon, il Merlot, il Cabernet Franc. Quest’ultimo insieme al Sauvignon sono la base del famosissimo e prelibato Sassicaia la cui fattoria è proprio davanti a San Guido…

Ma al di là del godere gastronomico che le botteghine di Bolgheri offrono ai visitatori affamati solo di pane, salame e buon vino, c’è la vera protagonista – a parer mio – di questo piccolo angolo di Maremma: la poesia. È impossibile non accorgersi del vento che fa parlare i cipressi, sentire la voce delle pietre delle case: in ciascuna di esse c’è un verso, in rima o senza, che canta la bellezza e la dolcezza di un ricordo che riaffiora quando volgi le spalle per tornare sui tuoi passi. Un ricordo che non ti molla più e ti accompagnerà per tutta la tua vita. E l’emozione ti assale quando, in una piazzetta sotto gli alberi, vedi Nonna Lucia, sorridente. Guarda verso la porta del paese: da lì tornerà suo nipote.

Percorrendo il auto il viale dei Cipressi aprii il finestrino e ascoltai la musica della campagna circostante. Mi parse di sentire lo sferragliare di un treno. Poco distante vidi un asino…

…Annitrendo correa lieta al rumore.

Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo

Rosso e turchino, non si scomodò:

Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo

E a brucar serio e lento seguitò.

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