PER UN NUOVO CORPO FORESTALE DELLO STATO

A cura di Gianni Marucelli

I responsabili di questa rivista non si sono mai nascosti: quando i Governi a guida Letta e poi Renzi hanno progettato e poi attuato la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, abbiamo agevolmente profetizzato che quest’atto si sarebbe rivelato una sciagura per l’ambiente e per tutta la collettività. Così è stato: nonostante l’azione dei Carabinieri Forestali, settore in cui sono confluiti parte dei dipendenti del disciolto CFS, i reati contro l’ambiente si sono moltiplicati, l’opera di prevenzione e vigilanza nelle foreste e nelle aree naturali è fortemente diminuita, i devastanti incendi dell’estate 2017 in tanti luoghi (il Monte Morrone, le foreste piemontesi, poi il Monte Serra ecc.), senza la regia del Corpo Forestale, sono stati combattuti con meno efficacia.

Stemma del Corpo Forestale dello Stato

Il nostro Paese, dal territorio così fragile e soggetto a tanti eventi calamitosi, non può letteralmente permettersi di non avere un Corpo di Polizia delle Foreste, che svolga non solo attività di prevenzione e repressione, ma anche di cura, con perizia tecnica e scientifica, del patrimonio boschivo.

È per questo motivo che volentieri aderiamo all’appello lanciato dall’alpinista, scultore e scrittore Mauro Corona perché si ripristini al più, anche se sotto altro nome, quel Corpo Forestale che ha meriti secolari nella tutela dell’ambiente.

Di conseguenza, invitiamo tutti i nostri lettori a firmarlo, unendosi alle decine di migliaia d’italiani che lo hanno già fatto.

Chi volesse sostenere Mauro Corona in questa battaglia può andare a sottoscrivere la petizione “Ripristiniamo le Guardie Forestali dello Stato”.  , cliccando su questo link.

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Nucleare: anche questo governo fa orecchie da mercante?

a cura di Alberto Pestelli

Similmente ai governi precedenti ancora silenzio da parte del governo M5S-Lega sulla prevista creazione del Deposito Unico Nazionale per le scorie nucleari.

La notizia è un po’ datata. Risale al novembre del 2018. La fonte è il sito dell’Ansa Ambiente e Energia. A parte l’ANSA da nessun altra parte è apparsa la notizia come se fosse una faccenda di poco conto ma che tale non lo è assolutamente. Prima di scrivere queste quattro righe ho fatto un’accurata ricerca per controllare se qualcosa si fosse mosso da parte del governo attuale per impedire questo ennesimo scempio nei confronti di una terra meravigliosa abitata da “zente” meravigliosa. Non avendo trovato alcuna novità, mi è sembrato doveroso rendere nota la faccenda.

Claudia Zuncheddu di Sardigna Libera (uno dei movimenti indipendentisti schierati contro la realizzazione in Sardegna del Deposito Unico Nazionale adibito alla raccolta e stoccaggio delle scorie nucleari) si è rivolta ai ministri dell’attuale governo dopo che il ministro dell’Ambiente Sergio Costa si è detto contrario alla realizzazione di questo deposito. Riportiamo in questa pagina le sue esatte parole:

“Ai ministri dello Stato italiano noi sardi chiediamo atti concreti responsabili e ufficiali una volta per tutte. A tutt’oggi i Ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico, persistono nel non rendere pubblica la mappa dei siti che considererebbero sicuri per il deposito unico delle scorie radioattive”.

La Zuncheddu è preoccupata per l’atteggiamento di non discontinuità coi precedenti governi facendo quindi intendere che tutto è cambiato per non cambiare niente. In sostanza il governo M5S-Lega continuerebbe ad avere lo stesso atteggiamento coloniale nei confronti della Sardegna espresso dal Governo precedente.

Sardigna Libera, insieme ad altri movimenti, ha sostenuto il ricorso da parte di Zero Waste Sardegna/Italia alla Corte Europea per l’abolizione del Decreto Sblocca Italia creato dal governo precedente. Ricordiamo che tale Decreto prevede un aumento degli inceneritori e delle trivellazioni. Il governo del cambiamento ha disatteso le promesse fatte in campagna elettorale riguardanti l’abrogazione del decreto.

La Zuncheddu ha concluso con queste parole: In termini di servitù e di inquinamento la Sardegna ha già dato.

Tanto per ricordare… i poligoni di tiro nel territorio di Quirra dove sono state trovate tracce di uranio impoverito e che, a causa di esso, sono aumentate alcune gravi patologie oncologiche e malformazioni di cuccioli e di bambini.

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Forse non tutti sanno che la E45…

a cura di Gianni Marucelli

Forse non tutti sanno che la E45, la strada di grande transito che per il blocco di un viadotto sul tratto toscano-romagnolo è da qualche giorno interrotta, costituisce un asse viario di importanza europea. Quella E maiuscola sta infatti per “Europa”. Come recita Wikipedia…

Il percorso complessivo è di 5 190 km, che si snoda attraverso i territori dei seguenti paesi europei intermedi: Finlandia, SveziaDanimarcaGermania, e Austria. L’asse è misto, autostradale, stradale e marittimo. L’itinerario comprende due attraversamenti marittimi mediante traghetti, il primo tra Svezia e Danimarca, il secondo tra la parte continentale dell’Italia e la Sicilia, dove la strada termina.

In pratica, va da Capo Nord all’estrema punta meridionale dell’Italia. Negli anni, ha assunto grandissima importanza in Italia perché consente di bypassare velocemente l’Appennino e dalla Pianura Padana raggiungere le valli del Tevere e dell’Arno, ed è la prediletta dal traffico merci su gomma perché non vi si paga pedaggio.

Ora, come i lettori avranno saputo dai mass media, questo percorso fondamentale è interrotto, per il sequestro da parte della Magistratura di un viadotto a rischio di crollo, tra la Romagna e la Toscana. Sfortuna ha voluto che non esista più, in quel tratto, una viabilità alternativa su cui deviare, per pochi chilometri, le vetture, per farle rientrare allo svincolo successivo. La vecchia strada, infatti, è impercorribile da qualche anno per una serie di frane, non è mai stata riparata per una questione burocratica.

L’importo dei lavori, infatti, è stato stanziato due anni fa, ma non è stato utilizzato perché, nel frattempo, la strada è stata derubricata al ruolo di “viabilità comunale”, perdendo il diritto ai contributi statali.

Una vicenda che ha dell’incredibile, se si considera che quel punto è del tutto strategico, come dimostra la situazione attuale. Come non bastasse, però, il tratto appenninico tra Cesena e Sansepolcro ha molte altre criticità, come sanno tutti quelli che lo percorrono regolarmente: da decenni il manto stradale è in rifacimento continuo.

Così come le gallerie; molti altri viadotti sono nelle condizioni di quello sequestrato dalla Magistratura e non è difficile supporre che rischino di essere chiusi con identiche modalità.

Insomma, una strada europea che, proprio nel tratto italiano più delicato, prende connotati decisamente sudamericani, o mediorientali, se preferite, per quel che riguarda lo stato di manutenzione e l’obsolescenza delle strutture.

La popolazione che abita nei borghi della profonda vallata appenninica percorsa da questo tratto dell’E45, e che di essa si serviva per i suoi spostamenti quotidiani (pensate solo agli studenti delle superiori che, col pullman, devono raggiungere ogni mattina la scuola più vicina) è disperata; così come gli esercenti le attività commerciali (alcune centinaia) situate lungo la superstrada.

Naturalmente, è stata la vicenda del Ponte Morandi di Genova ad allertare le autorità locali sul rischio di crollo di ponti e viadotti costruiti più o meno nella stessa epoca (anni Sessanta e Settanta del secolo scorso) e che presentano segni tangibili di deterioramento. Questo avviene non solo sulla E 45, nel tratto già ricordato, ma un po’ in tutto i Paese.

Rischiamo veramente un blocco a “pelle di leopardo” degli assi viari del nostro territorio, se non si mette mano a un progetto di sostanziale ammodernamento che richiede grandi stanziamenti e lungo tempo di realizzazione.

A questo punto, non sembra insensato pensare di dirottare i numerosi miliardi di euro previsti per la costruzione della TAV Torino-Lione, un progetto che le associazioni ambientaliste hanno da sempre contestato perché devastante dal punto di vista ecologico e inutile sotto il profilo economico (vedi il nostro report di qualche tempo fa) sull’opera di riassetto della viabilità generale, così critica al entro come al sud.

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Daniza

Un racconto di Gabriella Costa

L’orsa Daniza e i suoi cuccioli

Daniza era una madre, burbera, scontrosa a volte ma appassionata coi suoi due piccoli, li coccolava, li abbracciava, giocava con loro rotolandosi e ridendo felice.

Come ogni madre era prudente, li circondava di tenerezza e attenzione ed era anche intransigente con loro, dovevano imparare a difendersi dai predatori e procurarsi il cibo. Dovevano diventare grandi e coraggiosi!

Lei li guardava e sorrideva, i suoi due piccoli erano obbedienti e forti, la femminuccia era un po’ scavezzacollo, le piaceva correre e saltare, il piccolo era più timido e molto attaccato alla madre.

Una bella famigliola che viveva abbastanza spensierata nei boschi del Trentino, quei boschi belli ma sempre più stretti fra le cime delle montagne senza vegetazione, i campi da sci sempre più estesi e le costruzioni degli uomini.

Daniza lo sapeva ed era anche un po’ preoccupata, sapeva che il suo territorio si stava restringendo, sapeva che non ci si può fidare degli uomini, per questo viveva appartata, teneva  i suoi due piccoli lontano da sguardi indiscreti, cercava di non far rumore.

Eppure a volte si sentiva fotografata, osservata, ma lei abbracciava i suoi tesori e scordava tutto.

Daniza era un’orsa, una bella e grossa orsa portata in Trentino a seguito di un discutibile progetto di ripopolamento di orsi nelle Alpi.

Questi orsi erano diventati un’attrattiva per la Regione, se entri a Trento c’è una  grande aiuola dove puoi trovare la statua di un bambino e di un orso! Un luogo accogliente e civile? No, un luogo di morte per la maggior parte di loro…

Un giorno Daniza diventa ingombrante, non la vogliono più, dà fastidio, forse a coloro che  vogliono  incrementare il turismo o ampliare ancora le piste da sci!

Questi orsi si riproducono, ma guarda un po’, e qualche turista potrebbe fare brutti incontri, i trentini non sono in grado di gestire in modo serio questo progetto di ripopolamento, allora decidono che Daniza deve essere eliminata! Certo loro dissero “ doveva essere catturata per essere spostata…”

Appena tutti noi venimmo a conoscenza di questa intenzione cominciammo a mandare mail, a pregare gli amministratori  regionali e provinciali di ripensarci,  in tutta Italia scrissero articoli sui giornali, c’erano foto di Daniza coi suoi cuccioli, ancora troppo piccoli per sopravvivere senza una madre.

Non ci fu niente da fare, gli amministratori furono irremovibili, così avevano deciso e così accadde.

Con una serie di espedienti che sapevano di falso anche a occhi chiusi, un “ cercatore di funghi” era stato attaccato dall’orsa, strano, lei era tanto riservata… un veterinario, cercando di addormentarla per catturarla, sbagliò la dose dell’anestetico e Daniza non si risvegliò più!  Morì, loro dicono per errore, noi diciamo fu uccisa. La Magistratura aprì un’inchiesta che  poi archiviò, si sa come vanno le cose in Italia riguardo all’ambiente….

Un cucciolo riuscì a scappare mentre all’altro venne applicato un collare; non abbiamo saputo più nulla della loro sorte.

Il dolore, il senso di impotenza, la rabbia, la preoccupazione per quei poveri cuccioli soli e impauriti di fronte a un inverno alle porte…

Quanto dispiacere dover sopportare costantemente la cattiveria degli uomini, la loro stupidità e il loro egoismo.

Sempre gli animali vengono sfruttati, non solo per la carne, per il lavoro, per la compagnia, questa volta  anche per l’immagine!

Loro si sono fatti belli della presenza degli orsi, quei meravigliosi plantigradi fieri, si sono divertiti a pubblicare le immagini della madre orsa coi suoi piccini e poi, il gioco è venuto a noia, abbattiamola !

Molti animalisti organizzarono pullman da tante parti d’Italia e andarono a Trento a protestare contro questa ennesima crudeltà, ma furono buttati fuori, malmenati e denunciati.

Anche noi di Firenze partimmo una domenica alla volta di Trento.

Avevamo ottenuto il permesso di sfilare per le strade della città, in modo pacifico, per far capire che era stata una brutta decisione. Che ingenui eravamo!

Serena e altri amici avevano plasmato con la cartapesta la sagoma di una povera orsa uccisa, sdraiata su una portantina, a mo’ di funerale.

Dopo ore di viaggio arrivammo finalmente a Trento, passammo davanti a quella aiuola col bambino che offre un fiore all’orso, quella visione ci mostrò tutta l’ironia della situazione.

Ma eravamo solo all’inizio, il bello doveva ancora arrivare.

Parcheggiamo in Piazza Stazione, grande piazza semivuota, sotto lo sguardo incuriosito di alcuni extracomunitari che pisolavano sulle panchine.

Erano arrivati tanti altri amici in treno, alcuni vestiti da orso, altri con cartelli e striscioni.

Ci riunimmo per prepararci a sfilare verso il centro di Trento.

A quel punto arriva la notizia: in centro non si può andare, vietato dall’amministrazione, la polizia ha l’ordine di non far passare nessuno.  Abbiamo il permesso di sfilare soltanto attorno a quella piazza Stazione vuota, se vogliamo possiamo arrivare lì dietro, davanti al Palazzo della Provincia, il palazzo di colui che più di tutti aveva voluto un finale così crudele.

Così, dopo esserci sorbiti quattro ore di viaggio per arrivare, che sarebbero diventate otto col ritorno, non potevamo fare altro che accettare oppure salire sul pullman e ripartire.

Sfilammo dunque intorno a quella piazza in tanti, in silenzio, con la morte nel cuore, con un senso di impotenza tremendo e la voglia di urlare tutta la rabbia verso di loro, ma zitti, non si poteva, altrimenti sarebbero stati guai ! Se non fosse stata tragica quella situazione avrebbe avuto un senso grottesco.

Passammo davanti  alle finestre chiuse del palazzo della Provincia, un palazzone gigantesco costruito coi soldi dei contribuenti e naturalmente chiuso, ovvio, era domenica!

Sfogammo la rabbia con molti urli generici, ma io in cuor mio sapevo che quello sarebbe stato il mio ultimo viaggio in Trentino! E anche adesso non riesco a comprare nemmeno le mele della Val di Non, preferisco quelle toscane.

Stava venendo la sera. Dovevamo prepararci a ripartire, cominciammo a radunarci e ancora arrabbiati e delusi, Serena disse:

“Non riportiamo a casa le lanterne di carta che avevamo preparato per Daniza, accendiamole e facciamole volare in cielo, in ricordo di lei!”

 Allora ci mettemmo tutti ad accendere le lanterne mentre il cielo diventava sempre più scuro.

Le prime lanterne volarono in alto, altre le raggiunsero.

Improvvisamente quelle lanterne luminose si mossero e formarono una grandissima immagine della costellazione dell’“Orsa maggiore”!

Appena me ne accorsi mi misi ad urlare e tutti ci mettemmo a guardare in alto con gli occhi pieni di lacrime:

Daniza ci stava ringraziando!

Grazie a te Daniza, madre martire della cattiveria e dell’ottusità umana, non ti dimenticheremo MAI.

Fonte dell’immagine: www.artribune.com

Gabriella Costa è Vice Presidente L.I.D.A. Firenze Onlus (Lega Italiana dei Diritti dell’Animale); Membro del CAART (Coordinamento Associazioni Animaliste Regione Toscana)


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PILLOLE DI METEOROLOGIA: GENNAIO E FEBBRAIO CON FREDDO E NEVE

A cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, nell’ultimo articolo di questa rubrica, con il quale provavamo a descrivere come sarebbe stato l’inverno 2018/2019, avevamo parlato di un mese di dicembre caratterizzato da un periodo piuttosto freddo attorno alla metà del mese, seguito da rimonte di aria più calda ed umida e dei mesi di gennaio e febbraio che potevano essere caratterizzati da temperature sotto la media. Arrivati alla fine della prima decade del mese di gennaio, in base alla lettura degli indici che si utilizzano in meteorologia ed in base allo stato di salute del vortice polare, possiamo confermare le ipotesi iniziali. Gennaio ha esordito con temperature piuttosto basse e con due irruzioni di aria artico-continentale che hanno portato la neve fino alle coste meridionali, soprattutto dell’Adriatico ma anche del Tirreno. In più occasioni in queste pagine abbiamo scritto di come, negli ultimi anni, nevichi maggiormente al meridione che non sulle Alpi. Certamente è curioso notare, giusto per fare degli esempi, come per 2/3 anni di fila abbia nevicato a Napoli e Salerno mentre dai palazzi alti di Milano, città con le Alpi sullo sfondo, spesso non si è vista la neve nemmeno con il binocolo. Anche se chi scrive è solo un appassionato di meteorologia e non un esperto, mi sento di rassicurare chi legge sul fatto che tale tendenza sia solamente temporanea e dovuta ad aspetti ciclici della circolazione atmosferica del pianeta (non è interesse del lettore leggere di indici come la PDO la NAO etc).

Nevicata sulla spiaggia di Manfredonia - Fonte della fotografia: FoggiaToday (www.foggiatoday.it), fotografia di Matteo Nuzziello.

Si è detto quindi che gennaio è iniziato con temperature piuttosto basse e, fatta eccezione per una fase solo leggermente più mite fra il 13 ed il 18 del mese, ciò che si può ipotizzare è il mantenimento di questo trend. Proprio tra la fine del 2018 e gli inizi del 2019 è avvenuto l’ennesimo importante riscaldamento ai piani alti della stratosfera il quale, seppure con tempi più lunghi e con modalità diverse rispetto a quanto avvenuto nel mese di febbraio ’18, avrà nuovamente l’effetto di sconquassare il vortice polare e di far espandere il freddo verso le latitudini più meridionali. Per non allontanare i lettori da questa rubrica evito di provare a spiegare il meccanismo per il quale un surriscaldamento nella stratosfera (parte più alta dell’atmosfera terrestre), se avviene in corrispondenza di determinate zone dell’emisfero nord, può portare ad un espandersi del freddo fino al Mediterraneo.

Andando sul concreto, ciò che oggi, dati alla mano, è possibile ipotizzare è la seguente previsione:

– 13/18 gennaio periodo solo leggermente più mite soprattutto al sud;

– 19/23 gennaio arrivo sul Mediterraneo di correnti nordatlantiche via via più fredde, che potrebbero portare le prime vere piogge al nord e la neve in collina, localmente anche più in basso;

– dal 24 circa fino alla fine del mese di gennaio, probabile affondo di correnti artico-continentali piuttosto fredde, con possibili nevicate questa volta non tanto al sud, ma con il centro-nord che torna in pole position;

– ad inizio febbraio possibile arrivo di aria gelida di tipo continentale (ovvero proveniente dalla Russia o dalla Siberia) con ripercussioni per buona parte del mese.

Ad oggi è difficile poter dire dove e quando pioverà o nevicherà, ma ciò che appare certo è che i mesi di gennaio e febbraio per lunghi tratti saranno freddi e con occasioni di neve in pianura nelle zone del centro-nord. Come già scritto nel precedente articolo, qualcosa sembra cambiare nella circolazione atmosferica del nostro emisfero. È lecito quindi attendersi per i prossimi anni degli inverni dinamici, sicuramente diversi dalle ultime 4/5 stagioni.

Alessio Genovese

Fonte della fotografia: FoggiaToday (www.foggiatoday.it), fotografia di Matteo Nuzziello.

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QUELLO STRANO PARCO NAZIONALE CHE MASSACRA LA PROPRIA FAUNA

Nel silenzio assordante degli organi di stampa, sulle isole dell’Arcipelago Toscano è cominciata la “soluzione finale” per quegli animali ritenuti “alieni”

Di Gianni Marucelli

Ci riferiamo al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, una vasta area comprendente le isole e il mare immediatamente circostante, di cui abbiamo già avuto modo di parlare non molto tempo fa per il massacro, eufemisticamente chiamato “eradicazione”, ma forse sarebbe più efficace “soluzione finale”, che riguarda la popolazione di mufloni, immessa dai cacciatori circa mezzo secolo fa e ora accusata di crimini contro l’ambiente: cibarsi di pianticelle giovani, prevalentemente di leccio, impedendo il rinnovarsi della macchia. I numeri, li ricordiamo, sono davvero eloquenti, più di 400 capi l’anno senza distinzione di sesso né di età (si uccidono anche, anzi preferibilmente, le femmine e i cuccioli); nonostante il gran daffare dei cacciatori di selezione (i comuni amanti dell’arte venatoria sono esclusi a priori), però, i mufloni mostrano una eccezionale virtù di resilienza, frustrando le aspettative del Consiglio Direttivo, imperiosamente guidato dal Presidente Sammuri.

Di ciò, ho detto, abbiamo già parlato: restano però da chiarire quanto grande sia la somma che il Parco destina annualmente a questa bisogna (o vogliamo definirla per quel che è, ovverosia strage entro un  territorio protetto).

Ma non è finita; il buon Sammuri, esperto in gestione di ungulati (anche i cinghiali se la passano infatti assai male) si è cimentato diversi mesi fa in un repulisti di volatili nella piccola isola di Pianosa. Secondo le informazioni da noi avute, questo modesto territorio, che lo stesso Parco pubblicizza come “L’Isola del Silenzio”, si è trasformato per diversi giorni in un Afganistan nostrano: l’ordine era chiaro, andate e fateli fuori tutti, fagiani e pernici rosse, che pacificamente vivevano qui da più di un secolo.

Immaginatevi dunque (chi c’è stato lo potrà fare facilmente) decine di doppiette in costante azione, supportate dai cani da caccia. Terrore, sangue, pallini e cartucce sparsi per i prati, uccelli marini, come i gabbiani, anch’essi spaventati che urlano la loro paura dileguandosi sul mare…

Che spettacolo, signori, degno dei versi danteschi!

Un’azione di impavido coraggio portata avanti da Sammuri e dai suoi killer nonostante il parere contrario delle stesse Associazioni venatorie!

Così si esprime una di esse:

“Sull’isola di Pianosa, è in atto un progetto di reintroduzione della pernice rossa di ceppo italico. Opera sicuramente meritoria che fa parte di un più ampio progetto life, che punta a eliminare dall’isola tutti gli alieni, sia animali che vegetali. Prima di immettere i capi del progetto, devono essere rimossi i numerosi fagiani e pernici (che dovrebbero essere ibride) presenti sull’isola. Nello scorso anno un po’ di fagiani sono stati catturati con la collaborazione dei cacciatori, ma adesso si è deciso di abbattere le centinaia di capi di qualità superiore che ancora sono presenti sull’isola e avrebbero potuto ripopolare zrc e zrv. Forse è il caso di pensarci meglio, e chiedere ancora l’intervento dei volontari del mondo venatorio. Siamo sicuri che, come sempre, lavorerebbero gratis molto volentieri”.

Questa espressione, “lavorerebbero gratis”, ci induce a pensare che i cacciatori di selezione siano stati pagati per quella pratica venatoria che essi giudicano un divertimento; del resto, non si spiegherebbe altrimenti perché, nei bilanci annuali del Parco stesso, siano state accantonate ingenti somme per questo scopo. Per essere più chiari, pagare, e bene, i cacciatori di selezione, quanto bene non lo sappiamo ancora, ma lo scopriremo presto!

Insomma, la “filosofia” del Presidente Sammuri si basa sul seguente presupposto: sterminare tutto quanto è stato introdotto nelle isole, diciamo negli ultimi secoli, comprese le piante, che è definito “alieno”, e cercare di reintrodurre specie che, presumibilmente, erano autoctone. Nel perseguire questo tentativo è però avvenuto un episodio che dimostra quanto possa essere fallace la presupponenza umana. Nell’Operazione Pianosa si dovevano anche catturare le lepri, giudicate ibride, importate in tempi recenti; gli scienziati dell’ISPRA hanno poi scoperto che questi abitanti di Pianosa appartenevano alla specie “Lepre europea dell’Isola di Pianosa che è geneticamente incontaminata e riconducibile alla Lepus europaeus meridiei Hilzheimer, 1906, la sottospecie tradizionalmente descritta per l’Italia, che si era creduta estinta a causa dei noti ripopolamenti effettuati con altre sottospecie importate”. Così decreta una rivista venatoria.

E ora che accadrà? La lepri giudicate “geneticamente impure” e adesso risultate di “italianissima stirpe” verranno ricondotte, con tante scuse, nella loro isoletta?

Ci piace citare, a proposito di tutto questo orrendo guazzabuglio, una dichiarazione di Michele Rampini, esponente locale del PD:

“In relazione al provvedimento del Direttivo del Parco – si legge in una nota – che prevede l’eradicazione del Fagiano e della Pernice dall’Isola di Pianosa, mi domando se questa sia la decisione più giusta e appropriata. Si afferma che questi volatili, poiché introdotti dall’uomo nel 1800, non rappresentino una popolazione faunistica autoctona e quindi vadano eliminati dall’ambiente in cui in realtà sono nati da generazioni. Non si spiega né si afferma che siano pericolosi per altre specie né tanto meno per l’uomo. Allora mi domando perché tale furia contro degli animali che se inseriti in altri ambienti potrebbero non essere capaci né di sfamarsi o peggio facile preda dei cacciatori perché del tutto spaesati. Detto questo ovviamente non sono contro una caccia regolamentata, ma contro un facile sterminio. Essere cacciatori vuol dire anche competere con chi è cacciato. La pervicacia nel perseguire la teoria per cui in un territorio deve essere salvaguardata ad ogni costo e senza ragionevolezza la purezza di una fauna autoctona, mi sembra – conclude Michele Rampini – che rasenti una specie di razzismo faunistico”.

In effetti, tutte le decisioni prese da Sammuri hanno il timbro intellettuale dell’estremismo ecologista, ma la sensazione che più disturba è quella del retro-pensiero razzista.

Volendo però scendere sullo stesso piano di ragionamento dei membri del Direttivo del Parco, lancio una proposta, provocatoria sì, che però dovrebbe rientrare nei loro parametri: prima della fine dell’ultima Era Glaciale, quando le isole erano unite alla terraferma per l’abbassarsi della superficie marina, all’Elba doveva certamente essere presente, insieme a tanti altri animali, anche il Lupo. Vogliamo che sia la natura stessa a risolvere il problema degli ungulati, adottando gli stessi criteri di Sammuri e C.? Bene, reintroduciamo il Lupo!

Oppure cessiamo di scherzare e portiamo progetti di eradicazione e relativi costi sulla scrivania del Ministro Costa, che poi è quello che paga i conti?

Fonte delle immagini:

Pernice rossa di Pianosa: www.greenreport.it

Muflone: www.italiaambiente.it

Parco arcipelago toscano: www.isprambiente.gov.it

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“I due che salvarono il Natale” di Marco Fabbrini

Recensione a cura di Gianni Marucelli

MARCO FABBRINI, I due che salvarono il Natale, Graphe.it edizioni, 2018, Euro 10,90

Giocata tra lo spirito dickensiano di Christmas’ Carol e l’ispirazione del romanzo sociale, la bella storia creata dalla penna dell’amico Marco Fabbrini punta dritta alla sensibilità del lettore, con una scrittura stilisticamente attenta anche a veicolare i lessemi tipici della località dove essa è ambientata.

Che, poi, è Abbadia San Salvatore, borgo storico del Monte Amiata e paese natale dell’autore, descritto nella sua realtà e nelle sue suggestioni di centro minerario qual fu ai primi del secolo ventesimo, con i boscaioli trasformati in minatori, economicamente più agiati, ma sottoposti a un duro sfruttamento padronale.

Così, l’imperiosa richiesta del Direttore, il tedesco Strege, di lavorare anche la vigilia della festa più sentita dell’anno, giorno dedicato alla rifinitura e accensione delle tradizionali “fiaccole”, sorta di pire che ancora oggi illuminano, strada per strada, le vie del borgo la sera del 24 dicembre, innesca una rivolta operaia che forse era già nell’aria.

Marco Fabbrini

Soltanto l’amicizia nata tra due ragazzini, Mino e Adele, estremamente diversi tra loro, la figlia del Capo e il figlio del minatore Sabbatini, riuscirà a riportare la ragionevolezza e la pace tra le parti avverse, e a far sì che il Natale sia salvo, nonostante il prezzo di sangue pagato dai lavoratori.

La lettura scorre piacevole e intrigante dall’inizio alla fine, e può essere facilmente fruita anche dai bambini, visto che proprio loro sono i protagonisti della vicenda.

Il romanzo, nel momento in cui scriviamo, ha già ricevuto positivi attestati dalla critica, cui volentieri uniamo il nostro parere, invitando all’acquisto e alla lettura.

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Recensione del romanzo di Gianni Marucelli “L’Isola del Muflone azzurro”

recensione a cura di Alberto Pestelli

Finalmente. Anche se ancora ufficialmente non in commercio, il romanzo del caro amico Gianni Marucelli, L’Isola del Muflone azzurro (Betti Editrice Siena) è stato pubblicato. È già visibile sui siti delle librerie on line quali Feltrinelli, Amazon e Libreria Universitaria.

Vi confesso che, come se fosse stato un mio libro, non vedevo l’ora che il lavoro di Gianni uscisse, anche se sarà disponibile a partire dal 1 febbraio. È possibile, tuttavia, prenotarlo presso i siti delle librerie sopra riportate.

Questo bellissimo romanzo l’ho praticamente visto nascere dalla prima pagina – ad esser sinceri sin dalla copertina – all’ultima. Del resto ho curato personalmente l’impaginazione del testo e il dipinto riportato in copertina è mia opera creata appositamente per il libro di Gianni.

Il lavoro è stato lunghissimo ma divertente. Praticamente l’ho ritrascritto parola per parola fino alla sua conclusione permettendomi di leggere in anteprima assoluta la vicenda narrata con grande maestria dallo scrittore fiorentino.

L’ambientazione della storia non è stata scelta a caso da Gianni: Capraia, isola dell’arcipelago toscano, è molto amata dallo scrittore. Salta subito agli occhi la descrizione di ogni singolo luogo anche nei minimi particolari. Si può dire che la conosca bene quanto le sue tasche.

Gianni narra due vicende apparentemente non legate: una collocata nel periodo del declino e della perdita dell’indipendenza dei Rasenna, ovvero del popolo Etrusco causato dallo strapotere della Repubblica Romana. L’altra si svolge nei giorni nostri dove la protagonista principale è una bambina, la piccola Cate che, nonostante sia perfettamente sana e normale, non sappia ancora parlare correttamente: pronuncia una manciata di parole che, naturalmente, sta a voi lettori scoprire quali siano. Se la bimba non ha ancora un rapporto normale con il mondo dei grandi, ne ha uno fantastico con il giovane muflone Blè.

La Sibilla del Mare e il lucumone di Volterra (Velathri in etrusco) caratterizzano invece la vicenda del passato. Il principe sacerdote etrusco ha una missione. Viene incaricato dalla Confederazione delle città etrusche (la Dodecapoli) di nascondere i preziosi testi sacri della religione Rasenna incisi sull’unico materiale non corruttibile dal tempo: l’oro. L’isola della Sibilla del Mare (Capraia) è considerato il luogo più adatto per la sua missione. L’anziana Sibilla aiuterà il Lucumone mantenendo il segreto del nascondiglio. Segreto che non svelerà mai.

Cate e il muflone Blè sono i punti cardini di tutta la vicenda catalizzata comunque dalla presenza di un altro personaggio che molto assomiglia (e lo scrittore non a caso lo menziona) ad Indiana Jones: un etruscologo che non appartiene alla casta ufficiale degli archeologi ortodossi che si mette sule tracce dei testi sacri perduti servendosi di una antica strana e particolare mappa rinvenuta nei fondali della costa livornese. Lo studioso naturalmente non è solo nella ricerca. Alcuni abitanti dell’isola, compreso il maresciallo dei carabinieri, danno una mano all’uomo nella ricerca in un momento particolare: sul mar Tirreno si vive l’incubo di uno spaventoso maremoto provocato dall’eruzione di due vulcani sottomarini: Marsili e Vavilov.

Il resto della storia lo scoprirete voi, naturalmente. Sono sicuro che il romanzo vi appassionerà sin dalle primissime pagine tanto che vi sembrerà di assistere in prima persona alle due vicende narrate in questo libro che io pongo tra l’avventura, il fantasy, il quasi giallo e, perché no? Una spy story. Un libro che non deve mancare nella vostra libreria.

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Buon Anno, cara rivista, L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

di Carmelo Colelli

Il 1 Gennaio 2019 è iniziato il sesto anno della rivista Italia Uomo Ambiente, l’amico Alberto Pestelli ha pubblicato i dati numerici dei visitatori della rivista, numeri che di anno in anno sono cresciuti.

Era il mese di Luglio 2014 quando scoprii la rivista, una della collaboratrici, Iole Troccoli, aveva scritto una recensione al libro “Tacco 12 in bilico sulla vita” della cara Anna Conte.

Anch’io in quei giorni avevo finito di leggere quel libro, tante erano le emozioni che aveva generato in me, mi era sembrato, già dalle prime pagine, un libro vero ed intenso, si percepiva la voglia di una donna di mettere a nudo la parte più bella di lei, il suo cuore e la sua anima.

Le mie emozioni le affidai alla mia penna e la rivista Ilikepuglia.it le pubblicò il 10 Luglio 2014, ritenni opportuno chiedere al coordinatore della rivista, ad Alberto Pestelli, se era interessato a pubblicare il mio articolo, Alberto mi consigliò di scrivere al direttore, il Prof. Gianni Maruccelli, seguì il suggerimento.

Vi riporto il testo della e-mail:

“Gent.mo Prof. Maruccelli, ho visto pubblicato, vari articoli e la recensione scritta dalla signora Iole Troccoli, al libro “Tacco 12..” della sig.ra Anna Conte.

Alla luce di tutto questo, ieri ho scritto al Sig. Alberto Pestelli, gli ho comunicato, che ho letto il libro, che l’ho trovato particolarmente interessante e che ho scritto una recensione, pubblicata sulla rivista on-line ILIKEPUGLIA.IT, il 10/07/2014 e, successivamente sulla pagina FB della signora Anna Conte.

Gli avevo inviato anche il link,

http://www.ilikepuglia.it/notizie/cultura-e-spettacoli/bari/10/07/2014/visti-da-noi-tacco-12-in-bilico-sulla-vita.html

dicendo che ero favorevole alla pubblicazione sulle vostre testate, qualora l’articolo fosse risultato di vostro gradimento.

Il signor Alberto Pestelli, mi ha suggerito di inviare a Lei il tutto, essendo Lei il direttore delle testate.

Ecco se ritiene opportuno ed in linea con le sue scelte editoriali, può pubblicare la mia recensione.

In attesa di un suo gradito riscontro le auguro buon lavoro.

Carmelo Colelli”

La risposta del Prof. Maruccelli non si fece attendere:

“Caro Sig. Colelli, sono completamente d’accordo sul fatto di recepire e pubblicare sulla nostra rivista la sua partecipata recensione al bel libro di Anna Conte…e di questo informerò immediatamente il nostro Capo Redattore.

Inoltre, mi farebbe davvero piacere se Lei potesse collaborare con noi anche in altro modo, inviandoci qualche breve articolo sulle suggestive località della vostra bellissima terra di Puglia, sulle sue bellezze naturali e storico-artistiche.

Restando in attesa, La ringrazio vivamente di questo suo primo contributo

Gianni Marucelli”

La mia recensione venne pubblicata il 30 Luglio 2014.

Dopo quella recensione, scelsi di inviare sempre, alla redazione di Italia Uomo Ambiente, i miei articoli, i miei racconti, le mie poesie, i miei disegni e ogni volta la direzione ha sempre trovato spazio per pubblicarli, sulla rivista si è parlato dei luoghi della mia Puglia, della sua gente e del dialetto che ancora si parla.

Da quel mese di Luglio 2014 sono passati quattro anni e mezzo, con alcuni collaboratori, col direttore Gianni Marucelli, con il coordinatore Alberto Pestelli, si sono stabiliti anche dei contatti sui profili f.b…

Giorno dopo giorno, o se volete post dopo post, ho scoperto delle persone speciali, con grande spessore interiore, le loro parole sono frutto di personali emozioni che arricchiscono chi li legge.

Sono veramente contento di aver scoperto la rivista e a questa auguro una lunga vita, al direttore Gianni Marucelli, al coordinatore Alberto Pestelli, alla redazione tutta e a voi tutti amici della rivista auguro un anno speciale ricco di emozioni, quelle che scaturiscono dal guardare, vivere e raccontare la bellezza che ci circonda.

Carmelo Colelli 

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