Toscana – LA RISERVA NATURALE DEI MONTI ROGNOSI

Di Gianni Marucelli

Un territorio ricco di storia e di tesori minerari e naturali

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Primo Gennaio del 2011. Con un esiguo gruppetto di amici, presso i quali ho trascorso l’ultimo dell’anno, salgo le pendici dei Monti Rognosi, in una lunga passeggiata tesa a smaltire la cena di S. Silvestro. Sul terreno rimangono le tracce delle recenti nevicate, tracce che si fanno strato ancora consistente sull’ampio crinale che dobbiamo percorrere. Davanti a noi spiccano, sul bianco, delle macchie scure, che si susseguono per un bel tratto. Quando ci avviciniamo, scopriamo di trovarci su un vero e proprio “WC” a cielo aperto, utilizzato di recente da un branco di lupi, le cui orme risultano evidenti sul terreno. Devono aver sorpreso qualche ungulato, cinghiale o capriolo, impacciato dalla neve alta; della preda rimangono solo i peli che spuntano dalle “fatte”…

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Faccio così conoscenza, seppure indiretta, di uno degli abitatori di questo complesso montuoso situato tra Arezzo e l’Alta valle del Tevere, cui compete il nome, non certo attraente, di “Monti Rognosi”. Dovuto all’aspetto brullo che l’area doveva avere, ed ancora in parte possiede, qualche decennio or sono, il toponimo oggi non avrebbe più ragione di esistere, in quanto, dagli anni Venti del secolo scorso, una vasta opera di rimboschimento ha popolato i rilievi di essenze arboree, in primo luogo costituite da Pino nero e Pino marittimo: ma, a parte questa considerazione, ci troviamo in una zona di considerevole valore botanico per le specie rare che vi allignano, e di cui tra poco parleremo.

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Solo una minima parte (170 ha.) dei Monti Rognosi, quella per l’appunto più ricca di piante erbacee non comuni, è protetta dal vincolo ambientale di Riserva Naturale della Provincia di Arezzo (istituita nel 1998); tutto il complesso ha però un grande valore storico, oltre che naturalistico. Di qui infatti transitava la romana Via Ariminensis, che portava appunto alla costa adriatica; di qui, in tempi più recenti e in parte sullo stesso tracciato, la Strada maremmana, percorsa dalle greggi durante la transumanza.

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Inoltre, per la loro particolare struttura geologica, questi rilievi sono sempre stati ricchi di minerali pregiati, in primis il rame, i cui giacimenti furono sfruttati già in epoca protostorica (una piccola ascia di bronzo, rinvenuta sul territorio, è stata datata al 2000 a.C.), quindi dagli Etruschi e dai Romani. Nella seconda metà del XVIII secolo fu iniziata l’estrazione industriale della materia prima, che tuttavia non durò a lungo, probabilmente per i costi elevati e per le rese modeste. Tuttavia, ancor oggi qui il rame “nativo” è presente, come l’oro e l’argento, sia pure in minime quantità; inoltre, minerali ricchi di ferro sono stati oggetto di escavazione per lungo tempo.

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Un piccolo scrigno di tesori, dunque, la cui presenza è giustificata, come abbiamo accennato, dalla storia geologica del territorio.
“L’intera zona dei Monti Rognosi è costituita è costituita da un esteso affioramento di Ofioliti”, che raggruppa tre tipi di rocce , serpentiniti, gabbro e basalto, le quali, 200 milioni di anni fa, formavano il fondale di un braccio del vasto Mare Tetide, il Mare Ligure-piemontese . Durante i movimenti tettonici che portarono all’orogenesi della catena appenninica, limitate porzioni di questo fondale divennero terraferma, e attualmente sono ancora presenti in alcuni rilievi della Toscana (forse il più notoè il Monte Ferrato che sovrasta Prato). I Monti Rognosi sono formati in prevalenza da serpentinite, in cui sono appunto presenti minerali di rame e di ferro (soprattutto calcopirite e pirite).

Monti rognosi 042La natura del suolo così costituito, dove l’humus forma solo uno strato sottile, spesso asportato dal ruscellamento dovuto alla pioggia, rende difficili le condizioni di vita per le piante, sia arboree che erbacee; solo alcune si sono perfettamente adattate a tale habitat, e in genere si tratta di erbe piuttosto rare: ecco quindi che i Monti Rognosi, oltre che per gli esperti di mineralogia, sono un appetibile campo di studi anche, e soprattutto, per i botanici. In genere si tratta di piante poco appariscenti, bene identificabili solo nella fase della fioritura (almeno dai non esperti), ottimamente inserite, con altre essenze, in una gariga più o meno brulla: di una di queste, l’Alyssum Bertolonii, ha diffusamente parlato la vicedirettrice Stefania Fineschi sul primo numero del corrente anno di questa rivista, a proposito di phitoremediaton, ovvero del disinquinamento dei terreni attraverso le qualità di determinate essenze.

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L’Alyssum possiede infatti la proprietà di accumulare nelle sue foglie metalli pesanti, in particolare il nichel di cui sono ricche le serpentiniti. Probabilmente si tratta di un comportamento “difensivo”, teso a indurre gli erbivori a non brucare: insomma, come se la pianta dicesse: “Tròvatene un’altra, perchè io sono davvero disgustosa!”. Altre specie caratteristiche di questo ambiente sono la margherita del serpentino, lo spillone del serpentino e la Stipa etrusca , insieme alla stretta parente Stipa tirsa (pianta davvero rara), che, come si vede nella foto, può formare dei prati assai suggestivi nel periodo della fioritura.
La più alta cima della Riserva, il Poggio di Pian della Croce (mt. 630), è, sulla rotonda parte sommitale, coperta da una simile prateria. La gariga intorno è punteggiata da cespugli di ginepro rosso, una macchia di colore sul verde delle altre essenze, tra cui l’erica da scope, che faticosamente vivono in un ambiente tanto aspro, sfruttando gli accumuli di suolo esistenti nella prateria e nelle fratture della roccia…

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Se dalle pendici dei rilievi scendiamo verso la loro base, oltre agli impianti di pino troviamo il bosco di latifoglie, là dove l’habitat si fa più umido e l’humus più consistente: ecco allora l’orniello, e quindi il sorbo montano e la roverella: ma siamo ormai nella zona del Torrente Sovara (dal latino Suara – Sus = porco – , che indica come nella zona fossero presenti allevamenti di maiali) un limpido torrente che delimita in parte la Riserva. Qui, tra antichi castagni, cerri, ontani, carpini, la vegetazione forestale torna a essere quella propria delle zone collinari della Toscana: il Sovara, poi, nasconde, scorrendo tra i salici e i pioppi, piccoli tesori faunistici: granchi e gamberi d’acqua dolce, un tempo così comuni in tutti i ruscelli appenninici e che l’inquinamento e la predazione umana hanno in gran parte distrutto, non solo in Italia ma in tutta l’Europa. Altri ospiti del torrente sono la salamandrina dagli occhiali e la rana appenninica, mentre l’ambiente tipico dei Monti Rognosi, la gariga, è l’habitat prediletto di quattro specie di passeriformi piuttosto rari, la sterpazzolina e l’occhiocotto, appartenenti alla famiglia dei Silvidi, lo zigolo nero e lo zigolo muciatto. Tra i rapaci si segnala la presenza e la nidificazione dell’astore , nonché del biancone e del falco lodolaio, che si trovano a proprio agio cacciando nelle distese aperte della gariga; il primo, per chi non lo sappia, è “specializzato” nella predazione dei serpenti. In questo habitat in parte rupestre pone il suo nido anche il caprimulgo, o succiacapre, predatore notturno di falene e altri insetti, formidabile per il mimetismo con cui si amalgama ai colori dell’ambiente; il suo tipico grido lamentoso lo segnala tuttavia al visitatore dopo il tramonto.

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Sui Monti Rognosi, anche se non strettamente legati alla Riserva, sono presenti in abbondanza animali certo più comuni ma non meno suggestivi: non è cosa rara avvistare, nelle radure, i caprioli, all’alba e al tramonto, e , come ormai ovunque, abbondano i cinghiali, che, qui come altrove, costituiscono il cibo prediletto del Re dell’Appennino, il lupo, che ha ormai ricolonizzato non solo l’intero Appennino, ma, in Toscana, anche l’Amiata, i Monti del Chianti,
la Maremma, quei territori di caccia da cui secoli di persecuzioni da parte dell’uomo lo avevano bandito. Silente ed elusivo, a giusto titolo diffidente di ogni attività umana, avvistarlo è un caso estremamente fortunato. Molto più facile trovarne le tracce, come abbiamo testimoniato all’inizio di questo articolo, oppure accertarne la presenza con la tecnica dello howling, ossia dell’emissione
di ululati precentemente registrati cui talvolta i lupi rispondono…almeno finchè non si accorgeranno che anche questa è una diavoleria inventata dall’uomo.

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Anghiari e la “Battaglia” perduta di Leonardo da Vinci

La Riserva è situata a 15 minuti d’auto da Anghiari, suggestivo centro medioevale che si affaccia sulla Alta Valtiberina, dirimpetto a Sansepolcro. Fondata dai Longobardi, probabilmente nel VII sec. d.C., e sviluppatasi quale Abbazia dell’Ordine Camaldolese all’inizio del sec. XII, presenta un impianto urbanistico ricco di stratificazioni, che mantiene però l’originaria struttura Alto-medioevale. Tra vicoli stretti, passaggi coperti e scorci che fanno la felicità di ogni fotografo, il visitatore sale fino alla Piazza del Popolo, ove si erge il Palazzo del Podestà, costruito nel ‘300. La cittadina, oltre che per la propria indubbia bellezza, è famosa perchè il suo nome è rimasto legato alla celebre battaglia d’Anghiari, nella quale la Lega guidata da Firenze sconfisse le truppe del Duca di Milano (1440), agli ordini di uno dei più celebri condottieri del tempo, Antonio Piccinino, frenandone l’espansione verso sud.

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La vittoria, come è noto, doveva essere immortalata da un grande affresco di Leonardo in Palazzo della Signoria, a Firenze; ma il metodo sperimentale di pittura “a fresco” adottato dal genio di Vinci fallì miseramente e l’opera andò distrutta. Ce ne rimane un cartone, uno studio preparatorio realizzato nei primi anni del ‘500, dal quale possiamo evincere quale capolavoro non ci sia pervenuto. Inutili, finora, sono stati i tentativi compiuti, anche di recente, di ritrovare la sinopia del lavoro leonardesco sulla parete la cui ubicazione ci è stata tramandata dal Vasari.

Nelle terre di Piero

La zona che stiamo visitando non è solo ricca da un punto di vista storico-naturalistico: vi è presente infatti, nel giro di pochi chilometri, la maggiore concentrazione di opere d’arte di uno dei maggiori pittori di ogni tempo, quel Piero della Francesca che ebbe i propri natali a Sansepolcro (1418 circa) e, basando la propria concezione pittorica sui nuovi canoni della prospettiva (di cui fu anche illustre teorico), li applicò ad irripetibili capolavori quali la Madonna del Parto, visibile in un proprio spazio espositivo a Monterchi, il ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce (Arezzo, chiesa di San Francesco), la Resurrezione e il Polittico della Misericordia (Sansepocro, Museo Civico). Qualsiasi itinerario non può assolutamente prescindere da questi luoghi.

Come raggiungere e visitare la Riserva

I Monti Rognosi si trovano a pochi chilometri a nord di Anghiari, in provincia di Arezzo, per cui
si può fare base di partenza da questa cittadina medioevale che, come abbiamo detto, vale la pena di visitare. Essa si raggiunge dal capoluogo dirigendosi sulla Strada Regionale n. 71 verso Bibbiena e
intercettando poco dopo la n. 43. Da Anghiari è poi necessario dirigersi, tramite la n. 45, verso Ponte alla Piera e, dopo circa km. 4, svoltare a sinistra in località Bagnolo. In corrispondenza della diga sul torrente Sovara ha inizio uno dei sentieri della Riserva, per la verità ancora di incerta segnaletica. E’ consigliabile perciò rivolgersi alle Guide specializzate: tra esse segnaliamo il competentissimo Sig. Rossano Ghignone, di Anghiari, cui si devono parte delle notizie contenute in questo articolo, nonché alcune foto. Lo troverete telefonando al seguente numero: 3392464939.
Per chi volesse fare da solo, segnaliamo la “Carta dei Sentieri Valtiberina e Marca Toscana” (scala 1:50.000), Comunità Montana Valtiberina Toscana, Regione Toscana e Club Alpino Italiano.
Per saperne di più, la sezione dedicata ai “Monti Rognosi” del volume “Aree protette della Provincia di Arezzo”, ed. Le Balze, E. 10.

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