I racconti sulle “Banchette”

Di Luigi Diego Eléna

“Lì in quel luogo fatato

sembra ad ogni passo di udire

alle spalle bisbigli e risolini”…

versi di Ambrogio Viale “Il solitario delle Alpi”

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…“banchette”, sedili in pietra che qua e là fiancheggiano le strade del paese, offrendo una riposante sosta agli scalatori del nostro ripido castello. Ce n’erano e ce ne sono ancora lungo le salite, sui ripiani, nelle piazzette, specialmente là ove i vecchi cervesi dei secoli passati si davano appuntamento domenicale, o per discutere i loro problemi, o per rievocare le loro avventure marine. Le “banchette”, simbolo e unicità di un topos, perché sono un patrimonio per la cultura legate come sono a diverse tradizioni, proprie di utilità e socialità al tempo stesso. Sulle “banchette” della “Muntà” (piazzetta dei comizi politici) all’inizio della salita al castello, sedevano alla domenica dopo i vespri, ancora una sessantina di anni orsono, i più anziani del paese. Ricordiamo ancora le caratteristiche figure di rudi nocchieri che avevano conservato nell’andatura il rullio della loro barca, quasi miracolosamente giunti, attraverso una vita di pericoli, al declino della loro giornata in parte vissuta sulle fragili imbarcazioni a vela. Là intrecciavano i loro racconti tra una pipata e l’altra, spandendo l’acre profumo del loro tabacco conciato a bordo e ben pressato nei “salsicciotti” drogati di salsedine, che i marinai portavano a casa quale preziosa riserva, assieme ai “musciami” di delfino confezionati a ogni provvidenziale cattura del grosso pesce.

Volti del mondo

Il silenzio degli incontri in questi volti del mondo tornano e partono tra le onde delle rughe all’ansia di lettura d’un porto che allunga la mano. Il coraggio sta nei ricordi di natura e sogno in questa casa galleggiante fatto di un sole a specchio e una luna impossibile per i romanzi d’amore. Molte le direzioni per appendere un riposo in quella sacca branda del non luogo. Ospite abituale uomo del sacro sotto la cenere degli anni d’epico respiro. Il cielo è un libro in ogni stella al momento del risveglio a tacere contromano un autore libero quasi gatto selvatico da carruggio senza casa e regole in aperto mare. Eppure le impronte sono individuali d’un’unica storia di paesi a tempi e ritmi collettivi. Le labbra di una madre l’ombra di quel che eravamo il piacere di poterla riascoltare. Per tutti su queste banchette a cogliere l’uguale. versi di Luigi Diego Eléna

Capitan “Treggin” preferiva la “banchetta” sulla allora strada provinciale, detta ancora “la strada nuova”, per distinguerla da quella “vecchia napoleonica”. Da là si poteva assistere al traffico stradale consistente in qualche carro proveniente da Imperia, col conducente seduto su di una stanga o pacificamente addormentato sui sacchi di farina ritirati dal molino del “sciù Paulu Agnesi”, e in qualche rara carrozza che portava a diporto i turisti di allora. Su quella “banchetta” convenivano capitan Tambuscio, capitan Canèto, Ciaffè, il sciù Celestin e spesso alcuni di quei vecchi uomini che con saggezza ed onestà amministravano il comune. Ora che la vita a Cervo si è spostata nelle nuove case ai piedi del Borgo medievale, le “banchette” rimangono ancora aggrappate ai muri come le patelle agli scogli e come conchiglie di mare ci trasmettono le curiosità, gli aneddoti che solitamente sfuggono allo storico. Loro sono un grande libro di pagine di vera storia quotidiana che superando l’angusto confine della cronaca dell’episodio, offrono un’ampia visione di un grande passato. Le “banchette” di Cervo meritavano questo tributo di gloria attirando da sempre turisti e cervesi in coerenza col nome stesso del Borgo “Servus” (offro servizi). Difatti il nome del Borgo, scritto in tutti i documenti più antichi ed anche nella cinquecentesca carta “Pedemontanae vicinorumque regionum…” di Jacopo Gastaldo oggi esposta nel Museo cervese, è “Servo”, termine che anche in latino significa “offro servizi” e che campeggiava quindi verosimilmente sull’insegna delle botteghe locali a ridosso della mansio, caratterizzando il sito che ne sarebbe stato perciò battezzato. Quel “Servo” originario si conserverà immutato attraverso i secoli e si corromperà poi nel “Cervo” attuale, solo alle soglie del Seicento. Chi, dunque, più di una “banchetta” può essere il simbolo di “offro servizi?”. Solo e soltanto la mitica “banchetta”… naturalmente!

Da azzurro ad arancio

Quando, al cambio di scenario del cielo che da azzurro passa all’arancio, ritorno dalla campagna, ondeggiante sui miei passi e leggero di pensiero, vedo scemare il giorno sotto un mantello di luce che si spegne. I rami argento degli ulivi, i loro frutti verdi e violacei, le foglie lunghe e tese come le dita di un violinista, hanno già salutato il loro sole. Cigola lo sterrato e sbuffa di polvere bianca, quasi a detergersi il sudore d’aver sopportato il peso dei passanti. Ormai i pettirossi, le cinciallegre, le capinere, i verzellini hanno chiuso il becco, sono silenti e con la testolina nascosta sotto le piume, come fa un bambino sotto le coperte. Un rovo, donate le sue more, pare una coroncina che incorona il bordo strada con tenera umiltà. Qualche fruscio di vento dalla voce rotta e asmatica tossisce e singhiozza. Il tutto pare una stanza che si chiude con sottovoce bisbigliante, in una atmosfera di flauto dolce e di violini. Mi stringo le spalle, pongo le mani in tasca e a capo chino, mi immergo in deliquio nella notte che con la prima luna, le prime stelle incomincia a sembrare divina.

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