La stanchezza infinita della Fenice

Racconto di Alberto Pestelli

tratto dalla raccolta di futura pubblicazione “Le confessioni delle bestie di un bestiario”

La stanchezza infinita della Fenice

La fenice brucia in fiamme, da un bestiario medievale – pubblico dominio

 Basta, non sopporto più il ripetersi del mio morire e del rinascere.

Ogni volta che succede, l’ultima mia parola è: Perché? Ed è pure la prima parola che ricordo e pronuncio quando risorgo a nuova vita.

Ecco, da sempre ho questa domanda. Da sempre non trovo alcuna risposta se non quella sola, scontata… tu sei un simbolo, accontentati della fortuna che ti è toccata!

Fortuna… già, la fortuna! Come spiegarvi che l’immortalità intesa in questo modo mi corrode l’anima?

Come in un essere o non essere, vivo uno stato di consapevole inconsapevolezza del proprio destino. So che accadrà l’inevitabile, ma un attimo prima, spero sempre che le fiamme non divorino la mia carne.

Se almeno non mi avessero creata con un’anima pensante… forse avrei accettato meglio quest’assurdità. Si nasce. Si vive quel tempo necessario per vivere e poi… ecco le fiamme che si levano alte dal mio nido. Nessun pensiero, nessun dolore, nessun rimpianto e di nuovo pronta per risorgere.

A volte i miei ragionamenti rasentano la follia. Più di una volta mi sono posta il quesito… e se non rinascessi più?

Una domanda che, in verità, una parvenza di risposta l’avrei. Ho paura del vento.

Credo che in questi tempi di miti perduti, si viva sempre nel terrore di esso. Si sa che porta il cambiamento. Spesso radicale e sconvolgente.

Lo so, non si dovrebbe temere di percorrere una nuova strada e che i cambiamenti sono utili. Tuttavia l’angoscia che le ceneri volino fuori dal mio nido per colpa di un soffio troppo forte è tale che sarei tentata d’inseguire il sole.

E sogno di volare felice, senza sosta. Per non vederlo tramontare mai come succede, invece, in quell’attimo prima di ardere nell’eterno ciclo del mio destino.

© Alberto Pestelli 2014

 

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La conoscenza “ristretta” al carcere I Due Palazzi di Padova

Proponiamo un interessante lavoro della nostra amica Paola Capitani. Dato che si tratta di un articolo molto lungo, abbiamo deciso di convertirlo nel formato PDF. Potete scaricarlo direttamente e liberamente da questa pagina.

Carcere-Due-Palazzi

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Intervista con il Lupo

Riproponiamo, visti i recenti attacchi a questi fantastici animali da parte di bracconieri (supportati spesso da politici senza scrupoli) un brano del nostro direttore, Gianni Marucelli, apparso nei primi numeri della nostra rivista del 2014: INTERVISTA CON IL LUPO.

Poiché è un brano lungo, lo proponiamo in versione PDF, liberamente scaricabile da questa pagina.

lupo

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Piemonte – Verbania, i giardini botanici di Villa Taranto

Di Alberto Pestelli

villa-tarantoSono trascorsi moltissimi anni ma non ho mai dimenticato il giorno che visitai i giardini botanici di Villa Taranto a Verbania, in Piemonte. Era una bellissima domenica di Pasqua del 1984. Ancora non avevo ventidue anni. Mi trovavo in quel periodo a trascorrere il mio tempo in una città-caserma non molto distante dal lago Maggiore.

Nonostante che Bellinzago novarese (dove si trovava il mio battaglione di bersaglieri – 28° Battaglione Bersaglieri Oslavia) non fosse molto distante da Verbania, era quasi impossibile per noi militari – a meno di non prendere un permesso di trentasei ore – arrivare fino a lì nell’arco di una mezza giornata. Se avessi avuto un mio mezzo, non ci sarebbero stati problemi. Purtroppo i mezzi militari ci portavano fino a Oleggio o a Novara.

Quale occasione migliore per approfittare dell’arrivo dei miei genitori per visitare, finalmente, uno dei più bei giardini d’Italia?

Verbania, città che ospita i giardini, si trova in un promontorio (detto della Castagnola) sul versante piemontese del lago Maggiore tra i paesi di Intra e Pallanza. Giacché si trovano in un colle, una parte dei giardini sono terrazzati e occupano un’area di pressappoco sedici ettari che sono percorribili lungo vboxialetti che si snodano per circa sette chilometri.

I giardini botanici di Villa Taranto furono realizzati da un ufficiale di origine scozzese che aveva un’enorme cultura nel campo della botanica e, soprattutto, una grande passione per l’Italia: Neil Boyd Watson McEacharn. Costui acquistò nel 1930 la proprietà dalla Marchesa Marke Wood con lo scopo di trasformarne il terreno in uno dei più importanti siti botanici del pianeta. Ben nove anni durarono i lavori per trasformare la proprietà nel suo sogno. Mutò il nome della Proprietà La Crocetta in Villa Taranto in onore di un antenato che fu nominato da Napoleone duca di Taranto.

Ma vediamo com’è suddiviso il giardino di Villa Taranto. Naturalmente a distanza di tanti anni è quasi impossibile ricordarlo, ma grazie alle informazioni prese qua e là sul web, la memoria torna a sorridere.

Il giardino è composto di varie sezioni che comprendono erbari, giardini terrazzati, serre, aiuole di fiori. Moltissime specie floreali sono state fatte arrivare da tutto il mondo. Alcune delle quali vivono nelle serre tropicali come la Victoria cruziana che è una grande ninfea. Ci sono le felci (Dicksonia antarctica), piante della famiglia delle Rubiaceae e una specie di Acero il cui nome scientifico è Acer Palmaturm. Inoltre è presente il cosiddetto Abete d’acqua, una conifera proveniente dalla Cina appartenente al genere Metasequoia della famiglia delle Cupressaceae che raggiunge l’altezza di oltre i quaranta metri.

Mi ricordo del bellissimo ingresso al Giardino. Il cosiddetto Viale delle Conifere offre al visitatore rari esemplari di conifere arrivate da ogni parte del pianeta. E poi, tra il percorso e la vegetazione, un’incantevole cornice floreale a rendere più prezioso questo angolo di serenità.

Andando avanti senza una meta ben precisa s’incontrano fontane, tra le quali la fontana dei putti, il labirinto delle dalie, i giardini terrazzati, le serre, il mausoleo costruito nel 1965.

Entrare nei giardini di Villa Taranto è come immergersi in un mondo incantato dove è facile lasciarsi trasportare dalle emozioni che rimarranno impresse nella mente. Un luogo dove esiste solo una parola a far da filo conduttore: amore per la bellezza, l’estetica, la natura.

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Trovatori tra il Pilone e le Ciappe du Longu a Cervo IM

Di Luigi Diego Eléna

Piccole onde in un mare piatto paiono cinguettare nell’universo di questo spaccato tra sassi e scogliere di Cervo. Potrebbe essere per ogni turista il concerto degli ascolti di trovatori con le loro canzoni trobadoriche cantate da una voce solista, eventualmente accompagna da uno strumento che ripeteva la stessa melodia della voce. Difatti l’ondina si tramuta in dita ad arpeggiare le alghe scivolando sulle scogliere, per poi evaporare al sole.

L’arte trovadorica si sviluppò in Provenza tra il 1070 e il 1220 circa, a due passi da noi, utilizzando la lingua in uso nella Francia meridionale, detta lingua d’oc, dalla particella affermativa che significava “sì”. Con i trovatori si sviluppò nell’Europa medievale una nuova sensibilità, che portò a dignità culturale, letteraria e artistica la musica profana; precedentemente infatti la musica elevata (cioè non da ballo o di intrattenimento) era destinata alle sole celebrazioni religiose.

La loro poesia raffinata ed elegante, anche se talvolta artificiosa, celebrava i valori dell’amor cortese e della bellezza della natura. E quale scenario è palcoscenico, se non questo empireo naturale che va dal Pilone alle Ciappe du Longu, potrebbe meglio prestarsi per accoglierli?!

Qui c’è tutta la scenografia e sceneggiatura teatrale e lo spazio sulle righe d’orizzonte per porvi nota su nota. Sì quegli spartiti i cui generi più diffusi erano l’alba, che descriveva il risveglio di due amanti; la ballata, una canzone da ballo; la pastorella, di ambiente campestre. Cervo è per antonomasia un mosaico tra mare, terra e cielo e conosce l’arte per dimostrarlo ogni giorno da alba a occaso.

Timbri e flussi musicali sono sulle labbra di Eolo portati dai dardi di Diana attraversando il Lucus Bormanni. Chissà quale drammaturgia avrebbero vergato e cantato i più importanti trovatori quali Guglielmo IX d’Aquitania, Marcabru, Bernart de Ventadorn, Arnaud Daniel, Raimbaut de Vaqueiras?! Se si appoggia l’orecchio ad una conchiglia, qui a Cervo tra il Pilone e le Ciappe du Longu, lo si può respirare.

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La famiglia, report della pedagogista

Di Vania Rigoni

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fig.1 La bottega della pedagogista

fig.1 La bottega della pedagogista

La IV conferenza aperta al territorio mi ha vista relatrice di un tema particolare per la sua importanza, la famiglia. (fig.1) Ho deciso di scrivere qualche pensiero per le persone che non sono potute essere presenti.

Dal giorno in cui ci siamo confrontati col Presidente prof Marucelli sono trascorsi mesi di conflitti e fatiche di politiche sociali, etiche che mi hanno reso la preparazione dell’evento complessa: sarebbe stato semplice scivolare su “quale sia la famiglia perfetta, la gravidanza etica…” ma così avrei perso di vista il reale focus, la famiglia come persone che educano e che si educano.

Pertanto com’è mio solito, sia che abbia di fronte mille persone che due, ho cercato di condurre il pubblico in un percorso equilibrato partendo dalla pedagogia della famiglia (fig.2) le norme Costituzionali (art.29-30-31) che la riguardano, con un affondo come mediatrice familiare a quale supporto sia oggi necessario offrire alla coppia genitoriale nella co-costruzione della sua bigenitorialità condivisa (Codice Civile art. 315) in seguito ad una separazione e/o divorzio nella tutela dei figli e delle loro persone.

fig.2 La bottega della pedagogista

fig.2 La bottega della pedagogista

Grazie ad alcune vignette e qualche spezzone di film si è entrati nella funzione educativa della famiglia, micro-sistema di una comunità, che ha il dovere di essere modello per le nuove generazioni sia come portatrice di valori che come esempio di cittadinanza.

Contemporaneamente ho ricordato la funzione educante della comunità – non occorre sempre scomodare il detto africano per cui un bambino viene educato da un intero villaggio – però se ciascuno di noi si ricordasse in ogni gesto e scelta che è anche responsabile per chi lo guarda e gli vive attorno, allora saremo veramente maestri di vita di ogni persona.

Ad esempio, se camminate e gettate a terra una sigaretta finita, il bambino che vi è vicino capirà che lo sporco della res-publicae non è una cosa di cui lui si deve preoccupare, che quella res-publicae non è sua e che quindi non ha doveri verso di essa. Aspetto che provoca una confusione nella mente di quel bimbo perché da un lato gli insegniamo il rispetto e dall’altro lo rinneghiamo.

Per questi aspetti credo siano importanti i percorsi educativi che attiviamo come professionisti pedagogici, perché queste difficoltà della famiglia, delle persone, dei genitori sono aspetti con alcune evidenti difficoltà e non agi che però non rientrano ancora nell’area della malattia (se operiamo in prevenzione di essa) e che interrompendoli andremo ad arrestare fenomeni più complessi che stanno amplificandosi oggi. (fig.3)

fig.3 La bottega della pedagogista

fig.3 La bottega della pedagogista

Lo scambio che ne è nato, costruttivo e riflettuto, fra il pubblico ha affrontato la co-responsabilità che abbiamo sulle generazioni future e anche coetanee, sull’importanza di incentivare le occasioni educative come portatrici di strategie e soluzioni per sostenere le famiglie (fig.4) e, aggiungo io, sulla necessità di favorire momenti interdisciplinari dove le persone possano fare esperienza e formazione immersi nel divertimento educato (su questo un’idea potrebbero essere le escursioni di Pro Natura.).

fig.4 La bottega della pedagogista

fig.4 La bottega della pedagogista

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Fermate la guerra

Sono nato oggi © Carmelo Colelli 2016

Sono nato oggi
© Carmelo Colelli 2016

Un contributo grafico del nostro caro amico Carmelo Colelli

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Consigli insoliti per una coppia di amici in viaggio

Di Alberto Pestelli

Innanzi tutto perché non provare a viaggiare prima con la fantasia? Possono esservi utili le parole di un amico, di una cronaca di viaggio e, perché no, la lettura di qualche poesia. Personalmente, non conoscendo poeti che parlino dell’Isola di mia Madre, la Sardegna, le poesie me le sono scritte da solo.

Non voglio certo passare per presuntuoso, ma credo di aver reso l’idea di tutto quello che ho visto in tutti questi anni di vagabondaggi per l’isola.

Quindi fantasia e un pizzico di programmazione. Quest’ultima serve solo per il gusto di non seguirla affatto perché, alla fine, l’improvvisazione – come nel jazz – è la chiave di volta per assicurarsi un pieno di meraviglie.

Non volete visitare la parte commerciale della Sardegna? Ah, ok… la conoscete già. Allora seguite qualche mio verso ed entrerete in un mondo speciale, nel mondo della Madre Terra.

Iniziate a leggere questo aforisma di David Herbert Lawrence, scrittore inglese, che ha visitato più volte l’isola: La Sardegna, questa terra non assomiglia ad alcun altro luogo.

È, quindi un mondo unico.

Comunque estenderei la frase… questa terra e i suoi luoghi non si assomigliano l’uno con l’altro perché, percorrendo le sue strade, vi troverete sempre in angoli e in realtà diverse. Questo vuol dire che la Sardegna è una terra dai mille profumi, dai mille sapori e saperi…

Siete sbarcati? Andiamo a sud e mentre percorrete la strada uno di voi legga questi versi:

È sogno ogni volta

che mi avvicino a lei

tra quelle rocce aspre.

 

“Che sia il sesso della Terra?”

dico a me stesso


tra stupore e certezza.

 

Come una madre vera,


ai figli creati con l’argilla

offre la vita che vi sgorga,

incessante, libera e pura…

 

Libera!

 

Mi accosto alla sua fonte.

Sento il suo respiro antico:

suono di profonde caverne,

riverberi di echi misteriosi.

Comprendo la parola udita:

“T’invito all’acqua pura,


con mani protese a coppa


per non sprecarla invano.


Non disperder le preziose stille,

ché non so cos’avverrà domani.

Il sesso della terra è una mia poesia che fa parte di un libriccino pubblicato nel 2008. È la descrizione della famosa sorgente carsica di Su Gologone che si trova nel territorio di Oliena a pochi chilometri da Nuoro. Un luogo che deve far parte del vostro viaggio perché è come entrare in contatto la Madre Terra… ed è lì che Lei partorisce la vita. Una fenditura nella roccia dove esce il “il liquido” che dona vita.

Poi, quando volete, spostatevi verso sud-ovest e cercate il Tempio del Tempo. Che cos’è? Innanzi tutto non chiedetelo a giro perché vi chiederanno che cosa sia. È il nome che io ho dato alle bellissime grotte di Su Mannau presso Fluminimaggiore. Non c’è miglior modo che leggere questi miei versi per invogliarvi a visitarle…

Nel tempio del Tempo a Su Mannau

Calarsi nel buio


del tempio di roccia.

Una goccia cade

dalla volta del tempo

nel silenzio d’un laghetto.

 

Nascono cerchi perfetti,

eterno tuffarsi in libertà,

magia di millenni

prima di scivolare

nel vuoto d’una cascata.

Un guizzo veloce

impercettibile, impaurito

al mio lento sognare.

 

Un proteo fugge…

 

cerca la luce


nel ventre della madre.

Dalle grotte di Su Mannau è possibile arrivare a Buggerru e visitare le sue miniere. Poi da qui, passando nei pressi di Cala Domestica – da vedere assolutamente, (si parla di Cala Domestica entrando QUI) -, è obbligatorio andare a Masua. È un vecchio centro minerario ormai abbandonato. Mi domandate che cos’ha di caratteristico. Un porto. Ma non uno scalo marittimo come tutti conoscono. È qualcosa di molto particolare. Si trova sotto una falesia proprio di fronte al famoso Pan di Zucchero dove spunta una galleria della miniera. Le navi si accostavano alla falesia e caricavano il materiale che veniva dalla galleria. Questo scalo ha il nome di una donna… porto Flavia.

Non voglio andare oltre anche se ci sono tantissimi posti da vedere. Se amate il torrone dovete andare assolutamente a Tonara. Se volete vedere i “Tacchi” è obbligatorio andare in Ogliastra e poi il mare, mare, tanto mare… Cala Goloritzè, Cala Gonone, Cala Luna. E non dimenticate il Golfo di Cagliari. Mi fermo qui perché voglio invitarvi, come ho detto prima, all’improvvisazione tenendo sempre a mente le parole del Lawrence… La Sardegna, questa terra non assomiglia ad alcun altro luogo!

 

A Vania e Valerio

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Il Carillon di San Gusmè: paesaggi toscani nella poesia di Eugenio Montale

Pro Natura Firenze

in collaborazione con

L’italia, l’Uomo e l’Ambiente & Ristorante Wine Bar “I Cinque Sensi”

presentano

IL CARILLON DI SAN GUSME’

Paesaggi toscani nella poesia di Eugenio Montale

a cura di Gianni Marucelli, Direttore di “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”

16 marzo 2016

presso il Ristorante Wine Bar “I Cinque Sensi”

via Pier Capponi 3/AR, FIRENZE

mercoledì 16 marzo_FotorPer aderire entra QUI

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