Manifestazione ad Abbadia San Salvatore per il Parco Nazionale dell’Amiata

Reportage della manifestazione del 12 settembre ad Abbadia San Salvatore a cura di Gianni Marucelli

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Il castello di Brunico

Servizio di Gianni Marucelli

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La Val Fiscalina

Servizio di Gianni Marucelli

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Emilia-Romagna: Le saline di Cervia

Il sale come identità di un territorio

a cura di Carmen Ferrari

Sicuramente Cervia, che anticamente era denominata Ficocle, nel suo periodo greco, è indissolubilmente legata alle sue saline ed era originariamente circondata da paludi (V secolo). È stata ricostruita tre volte in differenti periodi storici. La ricostruzione della città, avvenuta all’interno della salina, era basata su un collegamento alla terra ferma per mezzo di tre ponti levatoi; essa era dotata di una rocca difensiva.

Diversi studiosi pensano che la radice del toponimo sarebbe da ricercare nella parola latina “acerbus” (Cumulo) che allude ai mucchi di sale che biancheggiavano nella città vecchia. Altri studiosi pensano che l’origine sia data dal culto della dea Cerere, la divinità più di tutte venerata.

La tradizione popolare vuole l’origine del nome da San Bassiano, (nato a Bassiano di Siracusa nel 323) che, allontanatosi dalla sua terra, in direzione di Ravenna, si trovò nella pineta vicino a Cervia e salvò una cerva da alcuni cacciatori: da qui lo stemma della città che è un cervo.

San Bassiano che aveva molti devoti nel territorio ravennate, in cui visse per 38 anni, fu poi vescovo di Lodi.

Più tardi, nel 1630, si pensò ad un trasferimento della Città di Cervia in un luogo più salutare e, finalmente, nel 1697 Papa Innocenzo XII, capo dello Stato Pontificio, firmò il Chirografo che conteneva l’ordine di costruzione della città nuova. Il documento indicava il numero delle case da costruire, la posizione della Cattedrale, del Palazzo Vescovile, delle carceri, per una spesa complessiva di 35-40.000 scudi.

Fu lasciato spazio ai Magazzini del Sale e alla Torre difensiva di San Michele già costruiti nel 1691 La torre, costruita tra il 1689 e il 1691, conteneva il sale (130.000 quintali) come stivaggio proveniente dalle saline ed è stata realizzata sul porto canale (i Magazzini del sale contenevano il sale pulito proveniente dalla Torre). I due edifici si trovano ai lati opposti del canale. Oggi il magazzino Torre ospita il MUSA, Museo del Sale di Cervia.

Il sale, veniva raccolto da primavera fino a metà settembre (la stagione salifera) e poi caricato sulle “burchielle”, imbarcazioni a fondo piatto, che lo trasportavano fino ai magazzini attraverso il porto canale.

Arriviamo a Cervia dalla E45/E55 immettendoci nella Statale Salara, in una delle prime giornate calde di fine giugno in questo 2020, coperti dalle mascherine facciali che ci procurano non poco disagio.

Costeggiamo le saline, dove, in alcuni tratti, gli stupendi fenicotteri rosa sono posizionati in file quasi parallele.

La cultura salinara, che inizia nel periodo pre-romano, ci accoglie in questo lembo carrabile che fiancheggia le saline e ci offre un panorama che racconta sia del suo ecosistema, sia di questa “Città dell’oro Bianco” che visse un periodo importante sotto l’influsso veneziano. Dai magazzini del sale, il minerale veniva caricato sulle navi, mentre il Podestà delle Romagne assisteva al carico per porre il suo sigillo. Nel 1274 inizia a Cervia il commercio del sale dalla Romagna a Venezia e da lì a tutto il mondo.

Iniziamo a costeggiare la pineta che si stende da Tagliata, Pinarella, Cervia e Milano Marittima, ormai fiancheggiata da costruzioni; la grande pineta che un tempo costeggiava il mare è stata quasi interamente abbattuta per gli insediamenti abitativi. Qui i pini ancora esistenti cercano di far salire in superficie le loro radici, compresse dal cemento e dal catrame, provocando buche e piccoli smottamenti su cui si è costretti a fare attenzione.

Camminando per Pinarella si sente il passaggio di qualche treno su questa ferrovia costruita nel 1884 per la tratta Ravenna-Cervia e nel 1889 la Ferrara-Ravenna-Rimini. Alla fine dell’Ottocento lo sviluppo turistico di Cervia fu favorito dal miglioramento igienico-sanitario di un tratto del territorio considerato ancora malarico. Nel 1882 venne costruito il primo stabilimento balneare che incoronò Cervia come località marittima.

Nel 1907 fu creata una nuova zona balneare, denominata Milano Marittima per sottolineare il rapporto stretto dell’amministrazione con l’importante famiglia milanese Maffei. Nel 1911 incominciò lo sviluppo della spiaggia di Cervia che accompagnò lo sviluppo di una città nuova, moderna ed interamente costruita all’interno della pineta.

La Salina di Cervia , che si può visitare con prenotazione, occupa una superficie di 827 ettari di riserva naturale per il popolamento e la nidificazione animale, dove vivono avocette, cavalieri d’Italia, garzette, germani e dove transitano i fenicotteri rosa.

È una zona umida di importanza internazionale ai sensi della convenzione di Ramsar, a sud del Delta del Po.

Tutta la storia di Cervia e dei suoi abitanti è legata alle sorti del sale e quando, alla fine degli anni ’80 e primi anni ’90, il Monopolio di Stato, che sempre aveva gestito le saline in tutto il territorio nazionale, decise di dismettere alcuni suoi beni, fra cui la Salina di Cervia, perché considerata per lo stesso antieconomica, la popolazione si strinse in una unanime difesa del suo patrimonio che considerava identitario, frutto di una lunga storia economica, di fatica, di idee che vide la comunità avviare delle battaglie non solo per salvaguardare il lavoro ma anche per difendere il territorio dall’impaludamento. La loro strenua difesa ha fatto sì che fosse salvaguardata l’estrazione del Sale dolce di Cervia e si mantenesse inalterato l’ecosistema presente e il paesaggio.

Proprio da queste battaglie della comunità è nata in seguito la Società Parco della salina di Cervia, nel 2002, formata per il 92% da enti pubblici, fra cui il Comune di Cervia e la Provincia di Ravenna, Il Parco del Delta del Po e la Camera di Commercio di Ravenna; unico socio privato le Terme di Cervia e Brisighella. Uno degli scopi della Società è la valorizzazione ambientale, ecologica e culturale.

Visitando Cervia ci accolgono gli odori della sua storia, lontani dalla movida notturna sulle banchine del Porto Canale che ospita anche un buon mercato del pesce, le imbarcazioni e le cooperative dei pescatori. Nel borgo storico, con le sue piccole strade e le case dei pescatori, oggi restaurate, brulica discreto del commercio, nei negozi non manca l’esposizione di questo patrimonio, il Sale dolce di Cervia, nei suoi vari manufatti, conosciuto in tutto il mondo.

La salina di Cervia, seppur piccola rispetto alle saline del sud Italia, è composta da 80 bacini ed è circondata da un canale lungo 16 chilometri che al suo interno ospita un reticolo di canali che servono i bacini.

La cavadura – Fonte della foto: https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/cervia-al-via-la-cavadura-ossia-la-raccolta-del-sale-dolce-1.4095494

La Cavadura è la raccolta del sale – Dal canale immissario, che si trova a Milano Marittima, entra l’acqua di mare in salina, mentre il canale emissario è quello che corre lungo l’asta del porto canale di Cervia, accanto ai Magazzini del Sale. La cavadura avviene nella seconda metà di agosto, nella salina grande, nei bacini chiamati ‘rango’, divisi in tre vasche lunghe un chilometro e larghe 160 metri. Qui l’acqua marina inizia a depositare il cloruro di sodio e una minore quantità di cloruri amari (ecco il perché il sale è ‘dolce’ pur mantenendo la sua funzione). L’acqua viene fatta defluire e il sale, raccolto con l’ausilio di un nastro trasportatore e di un trenino a carrelli, viene portato a stagionare in un’aia apposita dove si asciuga e passa dal colore rosa (colore derivante dalla presenza nei bacini dell’alga dunaliella, ricca di licopene e betacarotene) al tipico colore bianco. Viene lavato poi in acqua con salinità alta per eliminare le ultime impurità e infine viene confezionato. Il sale conserva la sua umidità integrale grazie ad una meticolosa lavorazione e all’assenza di additivi chimici, mantenendo gli oligoelementi presenti nell’acqua di mare come iodio, rame, manganese, zinco, ferro, calcio, magnesio e potassio.

La salina di Cervia vanta anche una salina storica delle 149 che formavano il millenario insediamento salifero, testimonianza di quella civiltà salinaria i cui discendenti vi lavorano per non disperdere la memoria. Qui, nella Riserva Camillone, Presidio Slow Food, si lavora ancora a mano con gli attrezzi di un tempo, come la pala in legno detta Panìra, da giugno a settembre con il metodo alla cervese. Ecco perché da questa Riserva il sale è disponibile in limitate quantità.

Una comunità, quella cervese, che nonostante l’ingresso del turismo, di eventi culturali e di intrattenimento, ha combattuto e mantenuto il suo connubio con questa civiltà millenaria del sale che l’ha sempre contraddistinta.

Camminando per Cervia e le sue frazioni, il richiamo ‘al sale’ è presente nei negozi che osserviamo curiosi per l’utilizzo creativo della componente di questo sale dolce fino a trarre in inganno il visitatore inesperto, alla vista di confezioni con la scritta ‘Mattonella dello chef al sale dolce di Cervia’, che pensavamo come dolce commestibile; in verità è una mattonella che serve a cucinare carne, pesce, verdure che assorbono in modo naturale il sale dalla stessa mattonella calda o anche fredda.

C’è poi, oltre le confezioni di sale a grana grossa e fine, una ricca selezione di prodotti derivati da questo sale quali sali aromatizzati alle erbe, alle alghe, alla vaniglia, al peperoncino, alla Salicornia (preziosa pianta dei salinari che cresce spontanea nella salina), ai saponi vegetali, agli shampoo.

A partire dal 1440 il fior fiore del Sale Dolce di Cervia veniva portato, una volta l’anno, alla Corte Pontificia per omaggiare il Papa con il prodotto appena raccolto. Questa tradizione sussiste ancora oggi, recato da una delegazione dei Salinari e della città di Cervia.

Un ecosistema da salvaguardare, insieme ad un prodotto naturale, immersi in un paesaggio che contraddistingue le saline, i salinari, il loro lavoro e la comunità che si è stretta intorno.

Ci auguriamo che tutto ciò possa continuare in nome di ciò che la natura ancora ci regala, pur aiutata, in modo rispettoso, dalla cura dell’uomo.

Carmen Ferrari

Galleria fotografica di Gianni Marucelli

Legenda delle fotografie dal web:

https://it.wikipedia.org/wiki/Riserva_naturale_Salina_di_Cervia#/media/File:Saline_Cervia.jpg

https://it.wikipedia.org/wiki/Cervia#/media/File:Cervia-Stemma.png

https://www.ravennaedintorni.it/economia/2019/06/10/turismo-aprile-cervia/

https://www.ilrestodelcarlino.it/ravenna/cronaca/cervia-al-via-la-cavadura-ossia-la-raccolta-del-sale-dolce-1.4095494

www.pmmagazine.it (mattonella dello chef).

Altre fotografie: Gianni Marucelli.

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Riapre la sezione filmati della rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”

Il sito della rivista L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente, in collaborazione di PRO NATURA FIRENZE (associazione proprietaria della rivista) riapre dopo alcuni anni di inattività la sezione dei filmati e degli articoli videofotografici dei suoi autori. L’idea era di aprire una webTV ma a causa del grosso impegno che avrebbe comportato i responsabili della rivista e di Pro Natura Firenze hanno optato per aprire un canale YouTube PRO NATURA FIRENZE che non comporta sacrifici impossibili. Una WebTV significa una costante presenza, cosa che nessuno di noi può garantire. YouTube ci permette di raggiungere i nostri scopi postando gli articoli, filmati e altri video senza una scadenza ben precisa. A titolo di esempio riproponiamo un vecchio articolo postato anni fa sul sito scritto dalla cara amica collaboratrice Massimilla Manetti Ricci. Il canale YouTube “PRO NATURA FIRENZE” è accessibile a tutti. Sarebbe cosa gradita la vostra iscrizione al canale. Grazie per la corte attenzione.

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Comunicato della Federazione Nazionale Pro Natura

In piena emergenza sociale e sanitaria, la Regione Lombardia approva le norme pro bracconaggio. Tra queste: la riapertura degli impianti di cattura dei richiami vivi con le reti; la caccia in deroga a specie protette come il Fringuello, lo Storno e il Piccione torraiolo. Sono approvate delle limitazioni alle guardie volontarie antibracconieri ed è stato permesso ai cacciatori di usare dei visori notturni nella caccia di selezione al cinghiale che verrà praticata tutto l’anno.
FIRMA LA PETIZIONE
https://www.change.org/p/stop-deregulation-venatoria
#bracconaggio #Lombardia #RegioneLombardia No Alla Caccia NO ALLA CACCIA NO ALLA CACCIA!

In piena emergenza sociale e sanitaria, la Regione Lombardia approva le norme pro bracconaggio. Tra queste: la…

Pubblicato da Federazione Nazionale Pro Natura su Martedì 26 maggio 2020

Comunicato stampa

In piena emergenza sociale e sanitaria la Regione Lombardia pensa ai regali per cacciatori e bracconieri a danno degli animali selvatici

• Riapertura in via amministrativa degli impianti di cattura dei richiami vivi con le reti (roccoli) e della caccia in deroga a specie protette (Fringuello, Storno e Colombo torraiolo). 

• In Consiglio regionale sono state votate nuove modifiche alla Legge regionale 26/93: le Guardie Venatorie Volontarie dovranno indossare giubbino e copricapo ad alta visibilità, mentre i cacciatori potranno utilizzare il visore notturno nella caccia di selezione al cinghiale, che verrà praticata tutto l’anno.

Non c’è pandemia che tenga per la Regione Lombardia, anche quando bisognerebbe occuparsi seriamente di un virus dalle conseguenze letali. Mentre le case di riposo si svuotavano, il commercio e l’attività produttiva si fermavano e gli ospedali (pubblici) scoppiavano, l’Assessorato all’Agricoltura ha lavorato intensamente, preparando sotto copertura (quella garantita dall’attenzione mediatica per l’emergenza sanitaria) una serie di nuovi pacchi regalo per il mondo venatorio. 

Regali anche costosi: come la reiterazione a febbraio del finanziamento da 200 mila euro (600 mila euro dei cittadini lombardi in tre anni) già assicurato lo scorso anno per la manutenzione dei roccoli, al solo fine di prepararli per la cattura con le reti di decine di migliaia di uccelli migratori.  Non contento di essere stato fermato nel 2018 e nel 2019 dall’azione legale delle associazioni ambientaliste, dalla diffida della Commissione europea e infine dall’annullamento del Governo, l’Assessore ha già pronta ora una nuova deroga di riapertura illegale degli impianti di cattura.

In questa fase di emergenza sanitaria sarebbe scandaloso anche solo il tempo e il denaro pubblico sperperato per aprire deroghe illegali, ma l’Assessore è andato ben oltre, pur di accaparrasi la frangia di cacciatori più estremista, richiedendo all’ISPRA il parere per l’abbattimento in palese violazione della Legge nazionale e delle Convenzioni europee di fringuelli, storni e colombi torraioli. Anche quest’anno si prova con gesto sconsiderato e puramente propagandistico ad aprire illegittimamente in via amministrativa i roccoli e la caccia in deroga. 

Non è finita, è stata modificata la legge regionale 26/93 ” Norme per la protezione della fauna selvatica e per la tutela dell’equilibrio ambientale e disciplina dell’attività venatoria”. Le Associazioni ambientaliste lombarde intraprenderanno tutte le iniziative di carattere legale per richiedere l’annullamento dei provvedimenti. Tra le tante nuove norme, nessuna a favore degli animali selvatici, spicca per assurdità l’obbligo per le Guardie Venatorie Volontarie di indossare un giubbino e copricapo ad alta visibilità: un chiaro regalo ai bracconieri. Immaginare un guardiacaccia visibile come un catarinfrangente, che cerca di sorprendere uno dei tanti bracconieri che abbatte specie protette o usa mezzi vietati, sembra più una barzelletta che un atto legislativo  di un Paese serio.

La Regione Lombardia approvando questa modifica in realtà ha voluto indebolire l’azione della vigilanza volontaria, favorendo il bracconaggio soprattutto in una delle aree (Brescia e Bergamo) individuate come «Black Spot» nel “Piano d’Azione nazionale per il contrasto degli illeciti contro gli uccelli selvatici”, attivato sulla spinta della procedura d’infrazione Eu-Pilot della Commissione Europea. L’attività delle Guardie venatorie volontarie porta all’individuazione del 35% dei bracconieri e cacciatori denunciati ogni anno in Italia.

Secondo lo studio redatto da Birdlife International, l’Italia ha il triste record dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo con fino a 8 milioni di uccelli uccisi illegalmente: solo l’Egitto è peggio di noi.

Altra modifica di legge che la Regione Lombardia ha votato consente l’uso di visori notturni nella caccia di selezione al cinghiale, mezzi di caccia non consentiti dalla Legge quadro nazionale157/92.

 

In piena emergenza Covid chiediamo che la Regione Lombardia e la Giunta fermino l’ennesima deregulation venatoria e deliberino azioni a sostegno dei cittadini, della salute e dell’ambiente (dalla cui grave crisi deriva questa pandemia) e non a favore del bracconaggio e di pratiche venatorie distruttive che sono la seconda causa del declino delle specie selvatiche dopo la distruzione degli habitat. 

 

 

Promotori della petizione: 

CABS

ENPA

Gaia

GOL

LAC

LAV

Legambiente 

LIPU Italia

Pro Natura

WWF Italia

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REDUCI

La vita al tempo del Coronavirus
di Gabriella Costa

Siamo tutti chiusi in casa ormai da un mese, dobbiamo affrontare per la prima volta nella nostra vita qualcosa di nuovo, di tragicamente mortale, un virus per cui non c’è né una cura specifica né tantomeno un vaccino. E così dobbiamo rispettare
‘ l’isolamento forzato’ impostoci dal Governo per il nostro bene, allo scopo cioè di evitare o almeno diminuire i contagi.
Sembra l’inizio di un romanzo di fantascienza, invece lentamente abbiamo compreso che siamo tutti coinvolti e che sarà dura uscirne. Ognuno di noi dunque fatica ad adattarsi a nuovi ritmi, nuove abitudini, spazio ristretto, arresti domiciliari volontari.
In questo tempo sospeso non mi accorgo di che giorno è, mi pareva giovedì e invece la mia amica mi telefona dicendomi che non andrà più a fare la spesa di sabato perché ha fatto due ore di coda, eppure aveva messo la sveglia per essere davanti al supermercato alle otto in punto. E invece aveva già dieci persone davanti.


Io da quando sono in pensione metto la sveglia per andare a fare le analisi del sangue e d’estate per alzarmi in tempo per il trekking con le amiche che sennò mi lasciano a casa, perché una soffre d’insonnia e l’altra ama alzarsi all’alba.
Il contrario di me che nei giorni migliori amavo fare le ore piccole.
Adesso mezzanotte mi sembra già una meta, spesso mi addormento sul divano, complice l’ennesimo film thriller il cui assassino ho già individuato fin dalle prime scene. Modestia a parte, sono diventata un’esperta oppure semplicemente gli sceneggiatori di tali prodotti TV usano gli stessi schemi, triangoli amorosi, eroe in azione per vendicare morti violente di intere famiglie, denaro sottratto e povere fanciulle belle ma ingenue facili prede innamorate di giovanotti psicopatici che si vedono da lontano.
Ma tant’è, a me piacciono i thriller e i gialli perché alla fine il bene trionfa e giustizia è fatta.
Insomma la mia amica mi ha ricordato che è sabato, e io che mi stavo preparando a mettere come sottofondo ai miei esperimenti culinari la ” Signora in giallo” su Rete 4, ho una cocente delusione, infatti non amo più di tanto il programma del sabato con Luca Sardella e quel suo cappellino vintage che vaga per l’Italia in cerca di non so cosa. In fondo non riesco mai a sapere se alla fine trova o no quello che cerca perché cambio canale e mi lascio tentare da quei dieci minuti scarsi di Beautiful, la soap opera, si diceva così una volta, secoli fa quando fu creata, e che io ovviamente, come l’indimenticabile Nanni Moretti di Caro Diario disprezzavo deridendo chi la guardava, adesso faccio parte, almeno ogni tanto, di quel pubblico.
Come si cambia e come si diventa diversi, estranei persino a noi stessi. Cambiamo così tanto nel corso della vita che ci vuole un sacco di fatica per riconoscerci, e ora grazie al Coronavirus e a questo forzato stare in casa con tanto tempo a disposizione, posso cominciare a provarci.
Mi metto a pranzo e osservo che anche nella puntata di oggi non è successo niente di nuovo, come del resto non succede ormai quasi niente per settimane nella famiglia Forrester di Los Angeles. Sembra di bere un brodino lungo e trasparente intervallato da qualche residuo vegetale galleggiante, un pezzetto di patata, Ridge, uno zucchino, Thorne, qualche carota avvizzita, Brooke e le sorelle sempre più gonfie di botox, qualche pisellino verde, i nuovi figli e nipoti molto simili d’aspetto e di cui non ricordo il nome. 
Per il caffè mi sposto in terrazza, mi siedo sulla seggiolina appena scartata e riverniciata che sembra nuova, come ho riverniciato il tavolino, il legno della porta- finestra e la ringhiera.


Durante le prime settimane di questa forzata reclusione, anche io, come molti di noi, vivevo caricata a molla, sembravo una pentola a pressione, parole di mia figlia. Dovevo assolutamente fare cose sia la mattina che il pomeriggio perché così ero abituata. Perciò invece del corso di pilates nella mia palestra ora chiusa, ho riverniciato il portone del nostro condominio, invece della passeggiata in salita verso le Ville Medicee dietro casa, ho ballato la zumba in salotto seguendo il video che la mia amica mi ha inviato via watsapp. Poi non ancora sazia e con un po’ di fiato residuo nei polmoni, ho fatto lunghe telefonate, salutando con affetto e nostalgia anche coloro che avevo giurato di eliminare dalla mia vita per i più svariati motivi, offese, incomprensioni, differenze di opinione politiche o religiose.
Presa da un attacco di nostalgia per il mio paese natale, dove ho la seconda casa, ho addirittura mandato un saluto virtuale su Facebook a tutti gli abitanti, non tralasciando di salutare anche coloro che si dilettano nell’attività che odio di più e che combatto con tutta l’anima, i cacciatori.
Potenza dell’istinto di sopravvivenza e della solidarietà in stato di bisogno.
Poi è iniziata la fase numero due, piano piano mi sono sgonfiata come un palloncino, ho iniziato a muovermi più lentamente, in modo più consapevole, forse. All’inizio ero terrorizzata che mi venisse il mal di schiena, io che faccio gli esercizi per la cervicale, gli addominali, i dorsali, mi sentivo in colpa e temevo la giusta punizione del mio organismo.
Invece devo ammetterlo, la schiena sta benone, il collo pure, le anche mi fanno dormire beatamente coricata sul fianco e persino quel doloretto al nervo sciatico sembra scomparso.
E i sogni ?
Ho ricominciato a sognare, faccio sogni in quantità industriale e me li ricordo pure. Dicono che ricordare i sogni sia il segno del ritrovato rapporto con noi stessi.
E io l’avevo già sperimentata questa clausura forzata per molti mesi quando mi ruppi una gamba in malo modo, ed ero in balìa degli altri. Adesso è diverso, sto bene fisicamente, mi muovo bene, e mi sento unita agli altri come mai prima perché siamo accomunati dagli stessi timori e paure.
Insomma mi aggiro in questa mia casa troppo pulita, coi vetri brillanti, le piante così felici di avermi intorno ad annaffiarle regolarmente che mi hanno regalato una super-fioritura.


E i gatti?
All’inizio si sono sentiti sorvegliati, mi guardavano sorpresi nel vedere che mi precipitavo con la paletta in mano a pulire la lettiera appena loro ne uscivano, anzi addirittura ero lì ad aspettare che finissero, cosa sbagliatissima perché non esiste niente di più intimo e privato di un gatto intento ai suoi bisogni fisiologici.
Ho rischiato di farli diventare stitici o malati di reni.
Per fortuna ho smesso anche questa abitudine e loro mi ripagano con fusa e coccole.
Insomma in questo piccolo mondo sospeso si può fare tanto, ma soprattutto si può cercare di dare un senso a questo isolamento che siamo obbligati a rispettare per il bene comune, riflettendo su molte cose, primo fra tutti il nostro eccessivo narcisismo, il nostro sentirci invulnerabili e al centro dell’universo.
Non siamo invulnerabili, un nemico invisibile può acchiapparci e punirci attaccando proprio l’organo simbolo che ci permette di respirare, parlare, dunque vivere.
E questo nemico fa in modo che la morte sopraggiunga nel silenzio più totale, senza il conforto di parenti, amici, di un funerale, quel rito che ci distingue dagli altri animali.
Ritroviamo il senso del limite, e di conseguenza il bisogno di legami veri, di solidarietà.
Chissà se alla fine di questa catastrofe che ha spezzato il nostro tempo programmato e ci ha fatto piombare in questo presente sospeso, donandoci un formidabile senso di inadeguatezza con inevitabile senso di colpa – potevo fare, potevo dire, potevo accontentarmi – fino alla domanda peggiore – perché è capitato a lui e non a me,
chissà se alla fine non ci sentiremo nuovi e più forti come dei veri ” reduci” di un mondo obsoleto e capaci di crearne finalmente uno nuovo, più etico ed ecologico, ricordando le fantastiche giornate senza tanfo e inquinamento ma piene del cinguettio degli uccelli.

Gabriella Costa
Firenze Aprile 2020

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LA MASCHERA FILTRANTE

Un racconto di Carlo Menzinger di Preussenthal

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo breve racconto di Carlo Menzinger, scritto nel contesto di una un’iniziativa del Gruppo Scrittori Firenze, che ha voluto così testimoniare la sua presenza e il suo impegno in questo difficile momento che tutti stiamo vivendo.
A tale iniziativa, cui sono dedicate due giornate e che ha per tema naturalmente l’emergenza da Coronavirus, si può partecipare inviando poesie o racconti a
https://wordpress.com/view/grupposcrittori.wordpress.com

Il direttore Gianni Marucelli

 

La Maschera filtrante

I quattro ragazzi che risalivano via Spallanzani verso di me avevano un’andatura che mi lasciò subito perplesso. Camminavano due sul marciapiede, uno su quello di sinistra e l’altro su quello di destra, e gli altri due sulla carreggiata delle auto, costeggiando le vetture posteggiate e tenendosi alle distanze regolamentari tra di loro. Nulla di strano direte voi, quattro amici che si spostano assieme. Si tengono a distanza e non superano il numero massimo di cinque persone che sarebbe stato assembramento. Eppure, non mi convincevano. Ecco! Uno non indossa la mascherina filtrante! Cavolo! Com’è possibile? E gli altri lo lasciano fare!

Comincio a temere il peggio. Come se i quattro lo avessero compreso, scivolano via dalla loro finta normalità e convergono pericolosamente tra di loro e su di me. Non faccio in tempo a voltarmi per scappare, che un cazzotto nello stomaco, un pugno nella schiena che pare una randellata e un calcio dietro il ginocchio destro mi stendono a terra.

Uno mi strappa la mascherina. Urlo disperato, ma quello sghignazza e la porge al compagno che non l’aveva. Questo, senza il minimo rispetto delle norme igieniche, la indossa, rischiando il contagio, nel caso io fossi stato portatore di qualcuno dei virus più letali in circolazione. In quel 2030 sembravano così lontani e “ingenui” i giorni del Covid-19. C’erano state l’epidemia di Covid-20 e Covid-21, ma soprattutto la pandemia di Maligna, la grande crisi della Falciatrice e ora che ancora combattevamo con tutte queste, quasi non facevamo più caso ai nomi dei nuovi virus che comparivano con frequenza sempre maggiore.

La circolazione per le strade era fortemente regolamentata e, in ogni caso, non era assolutamente permesso uscire all’aperto senza le maschere filtranti regolamentari.

I quattro si allontanarono portandosi via la mia. Mi sentii perduto. Ero troppo distante da casa o da altri luoghi in cui procurarmene una sostitutiva. Non temevo tanto il contagio. Eravamo quasi all’ora del coprifuoco ed ero stato un incosciente a non rincasare prima. Difficilmente avrei incontrato qualcuno che potesse infettarmi. Se fosse capitato, avrebbe avuto la sua maschera e vedendomi senza si sarebbe tenuto ben alla larga.

Il mio problema erano le ronde. All’inizio del coprifuoco ce n’erano molte e non potevo tornare a casa senza incontrarne. Mi misi insensatamente a correre, pur sentendomi come uno che corra per evitare di bagnarsi sotto la pioggia. Speravo solo di rendere più breve possibile la mia permanenza all’aperto.

Eccola. Come svoltai in via Vittorio Emanuele II, vidi una ronda che avanzava. Cavolo! Se mi avessero visto senza maschera per me sarebbe stata la fine, mi bloccai e cambiai direzione, precipitandomi verso piazza Dalmazia. Sapevo che era un suicidio. Quella zona era più presidiata e mi allontanavo ancora da casa, ma non potevo finire tra le braccia di quei vigilanti.

Diamine! Un’altra. Mi girai ancora. La prima ronda mi aveva visto e stava correndo verso di me. Mi precipitai in via Carlo Bini. Come misi piede sulla strada, sentii il rumore degli spari. Un proiettile mi fischiò accanto all’orecchio. Quasi in contemporanea un altro mi colpì al polpaccio, poi un altro alla spalla. Quando le due ronde mi raggiunsero ero sanguinante a terra. Un vigilante, pietosamente, mi sparò in testa, mentre gli altri mi cospargevano di benzina per darmi fuoco. La mia voce non riuscì a formulare un ringraziamento per quel gesto di carità. Avevo sempre temuto morire bruciato.

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Firenze, 13/03/2020

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Toscana: il Castellaccio di Lucolena

A cura di Gabriele Antonacci

L’area di Lucolena vista dal Monte San Michele. Si distingue l’altura a sinistra, dove si trova “il Castellaccio”

2015. Finalmente ho trovato il modo di andare a visitare uno dei luoghi che più mi incuriosisce del Chianti. Il Castellaccio di Lucolena. Ho informazioni sulla presenza di rovine in cima ad un colle, un luogo isolato e non attraversato da sentieri frequentati: non posso andarci da solo. Mi aiuta il mio amico Alessandro, che conosce molte persone del posto: riesce a mettere insieme un piccolo gruppo con cui, insieme a mia moglie e mio figlio, mi trovo una mattina di agosto alla base della collina che sovrasta il vicino paese.

Passiamo un cancello, dove alcuni cartelli attirano la nostra attenzione e la cui lettura evidenzia quanti soggetti hanno collaborato per le ricerche archeologiche: la Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana, il Comune di Greve in Chianti, la Sezione Storico-archeologica del Gruppo San Michele e le Guardie Ecologiche Volontarie del Chianti. È un bellissimo esempio di collaborazione tra soggetti pubblici e privati, che insieme collaborano per valorizzare un bene culturale altrimenti in definitivo abbandono.

Un sentiero nel “bosco di Lena” (2015)

Iniziamo l’ascesa, il sentiero è facile ed il bosco è bellissimo. Dalla selva sembrano uscire le note del doppio flauto; antico strumento, utilizzato dal mitico popolo degli Euleni che qui probabilmente viveva, per radunar con la musica cervi e cinghiali…. e farne poi facile cattura: e mi chiedo se la musica possa davvero essere un sistema, molto più civile della polvere da sparo, per allontanar da campi e vigne i dannosi ungulati.

Dopo un’agevole camminata arriviamo alle rovine, immerse nel bosco ma ben curate e tenute pulite da rovi ed arbusti. Mentre cammino in mezzo a resti di antichissimi edifici mi colpisce l’estensione del sito. Non si tratta semplicemente di qualche resto murario o di una piccola rocca: il luogo era una struttura fortificata di grande estensione, lunga alcune centinaia di metri. Ad una estremità il cassero, la zona più fortificata del castello; dall’altra quelli che appaiono i resti di un villaggio. Molti secoli fa grande doveva essere la sua importanza, vista la sua collocazione strategica tra importanti vie di comunicazione romane e medioevali ed il suo posizionamento su un colle da cui si poteva agevolmente controllare un vasto territorio. La zona è stata oggetto di scavi archeologici che ne documentano la sua lunghissima storia dal periodo etrusco al medioevo: non è immediato poter vedere quanto trovato, i reperti sono conservati al Museo San Francesco di Greve in Chianti in una sezione che all’inizio del 2020 è aperta al pubblico solo saltuariamente. E, in base a quanto riesco a riscontrare su internet, non pochi sono i preziosi oggetti qui trovati: vasi, monete, armi, in buona parte di origine alto medioevale. Il castello ebbe il suo massimo sviluppo tra decimo e quattordicesimo secolo, ma l’insediamento ha origini che si perdono in epoche molto lontane, e senz’altro gli etruschi sono stati qui. Varie sono le ipotesi di utilizzo del sito nell’antichità: qui poteva essere ubicato un tempio delle vestali ubicato in cima al poggio, fondato dalla sacerdotessa Lena o altrimenti una casa di piacere, gradevole sosta lungo la via Cassia, in cui una certa Lena avrebbe esercitato con successo. Oppure entrambe le ipotesi, la prostituzione sacra era diffusa nell’antichità: ed era cosa tremendamente importante, avvicinava l’uomo agli dei.

Castellaccio di Lucolena, torre sud (2015)

Carlo Baldini, nel suo libro “Greve in Chianti – etrusco e romano” del 1998 riesce a farci capire che siamo in un luogo leggendario. Il bosco era sacro alla Luna, la dea Selene, e qui probabilmente ha vissuto la misteriosa tribù degli Auli. Michele di Lando, nativo di Lucolena e poi capo della rivolta dei Ciompi nel 1378, scrive alcune rime che riassumono il mito del paese. Queste strofe sono state riportate nel 1835 dal Repetti alla voce Lucolena nel suo monumentale Dizionario Geografico-Fisico-Storico della Toscana:

 

Siede tra Monte Domini e Lisone

Una piccola valletta al Tosco lito

Da Bacco amata, odiata da Giunone,

Perché una Lena amica del marito

Conduttrice di Semel vi s’ascose

Mossa da Giove per miglior partito;

Quivi ella a Bacco un Luogo sacro pose,

Dal quale e dal suo nome Luco Lena,

Nome oggi detto del luogo compose.

 

Cerco su internet la spiegazione al racconto, ed un’antica leggenda spunta fuori dalla rete. Quando Giove amoreggiava con Semele dovette ingannare la gelosissima – ed ovviamente pericolosissima – Giunone. Perciò si mise d’accordo con una ragazza, Lena, affinché si fingesse sposa di Semele che Giove fece travestire da uomo. Il re degli dei pose la coppia delle due donne in una meravigliosa valle piena di boschi a fare i contadini. Qui Giove con Semele concepì Bacco; e quando l’amante di Giove fu da lui incenerita quando ebbe l’ardire di volerlo vedere nella sua forma divina, Lena prese il bambino con sé. Fece crescere il ragazzo, e volle dedicare a lui ed a sua madre un bosco sacro, detto poi Lucus Lenae, il bosco di Lena. Il giovane dio insegnò ai contadini del luogo la coltivazione della vite; e Bacco, prima di andarsene, avrebbe concesso a questa terra del Chianti di produrre il vino migliore che esista, fatto che credo difficilmente possa essere smentito.

Castellaccio di Lucolena, porta Nord (2015)

La rocca può essere stata l’antica Aquila, località di sosta già dai tempi etruschi lungo facili spostamenti verso Arezzo, Chiusi, Faesulae, Luni e poi Florentia, tempi ai quali probabilmente risale una prima rocca. La località è nominata sulla celeberrima Tabula Peutingeriana, una grande carta dell’Impero Romano di cui a Vienna si conserva una copia fatta tra XII e XIII secolo, che rappresenta le strade dell’Impero dalla penisola Iberica all’India, dall’Africa alla Britannia: a quanto pare circa 200.000 km di strade, altro che i nostri umili spostamenti governati da un navigatore elettronico. Carlo Baldini evidenzia che vari sono i motivi per cui Aquila coinciderebbe con Lucolena: la presenza di una fortezza, la centralità rispetto a vari percorsi, la presenza di un profondo pozzo e, infine, la sacralità del luogo convalidato dalla presenza di un tempio.

Lo storico di Greve in Chianti menziona anche un’altra ipotesi, che identifica Aquila con Cintoia, altra antica località della zona: in altre parole un quadro storico ed archeologico ancora da completare per una zona un tempo chiamata “i campi etruschi”, comprendente le località grevigiane Lucolena, Cintoia, La Panca, Torsoli e Dudda dove la tradizione ricorda la presenza di Annibale.

La storia del sito nell’alto medioevo diviene meno leggendaria: in epoca Longobarda divenne il castello degli Azzi, potentissima famiglia, per poi essere distrutto all’inizio del XIV secolo nell’ambito delle lotte tra guelfi e ghibellini.

Non finirono certo qui le distruzioni. A quanto si racconta qui si svolsero combattimenti tra Alleati e Tedeschi nella 2° guerra mondiale durante la grande battaglia del Chianti, e senz’altro tutto questo provocò ulteriore distruzione.

Ora il Castellaccio è un grande cantiere archeologico: anche qui andiamo a cercare memoria delle nostre origini, tesori nascosti tra i boschi che ci parlano di un passato che non finiremo mai di conoscere.

Tutte le fotografie della galleria sono di Gabriele Antonacci

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Fotografia e Arte

Di Guido De Marchi

 

 

L’estate scora ho incontrato un mito dei miei vent’anni, una persona straordinaria che a suo tempo ebbe il coraggio di aprire a Milano una galleria di “Arte fotografica”.

Parlo della notissima, anche se ormai chiusa, galleria IL DIAFRAMMA, fondata da Lanfranco Colombo che per diversi anni ha pure diretto una rivista cult dell’epoca il “Popular Photography Italiana”.

A parte il piacere di trascorrere una serata in compagnia sua e di altri valenti fotografi del Circolo fotografico “Carpe Diem” di Sestri Levante questo episodio mi richiama alla mente le lunghe discussioni circa la validità artistica della fotografia.

Premesso che su questo non ho mai avuto dubbi, anche se, come in tutte le manifestazioni artistiche, l’evoluzione promossa da un costante utilizzo di tale linguaggio – perché quello fotografico è un linguaggio – ha naturalmente generato tutto un ventaglio di processi di valutazione dell’immagine fotografica che spazia dalla foto dilettantistica, a quella professionale per raggiungere poi la dimensione di una espressione di alto valore artistico.

È su quest’ultimo criterio di valutazione che Lanfranco Colombo ha dato vita ad una vera e propria rivoluzione nel campo della fotografia in Italia: la fotografia come opera d’arte.

Riterrei inopportuno parlarne se non fosse che ogni tanto sento mormorare: “sì, ma la fotografia è realizzata con una macchina, non dalla mano dell’uomo…”

Ora se dovessimo prendere in seria considerazione un discorso del genere dovremmo concludere che le uniche vere opere d’arte sono le figure preistoriche trovate nelle caverne, perché dopo tale periodo l’uomo ha sempre utilizzato un qualche strumento nel realizzare immagini, statuine, sculture o altro che avesse poi una valenza artistica, la stessa musica, senza strumenti non avrebbe avuto modo di evolversi. In fotografia si usa sì una macchina, ma questa serve solo a consentire all’autore di realizzare la “propria” immagine, non una immagine qualsiasi ma quella che l’autore, nell’infinità di possibilità che lo strumento gli offre, ha voluto privilegiare: è nel criterio di scelta dell’autore che risiede la valenza artistica, lo strumento (ossia la macchina fotografica) realizzerebbe anche qualsiasi altro soggetto, senza alcuna preferenza, essendo la sua funzione quella di registrare (sia in analogico che in digitale) quello che si trova davanti all’obiettivo. È come voler stabilire la maggiore o minore poeticità di un tramonto: nella sua oggettività i colori che si producono sono solamente un fenomeno fisico, che resta tale anche senza la testimonianza umana, è l’uomo che reagisce empaticamente di fronte al fenomeno fisico, perché il colore è uno dei tanti fattori che influenzano il suo stato d’animo.

Ho parlato di linguaggio perché qualsiasi disciplina artistica utilizza un linguaggio, quello della parola, quello della forma, quello dei colori, quello dei suoni, ecc., e tramite ciascun linguaggio si realizzano opere capaci di suscitare emozioni, cioè opere d’arte. È per questo che non riesco a capire per quale strana alchimia (o snobismo) ci siano tante persone che, nonostante i decenni di attività artistica fotografica che ha prodotti tanti mirabili artisti, si ostinano a voler negare alla fotografia una sua intrinseca capacità di produrre opere d’arte: non è la macchina che fa la foto, essa esegue solo un’operazione di carattere tecnico – la foto la fa l’uomo.

Le fotografie sono state gentilmente concesse dall’autore Guido De Marchi

 

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