Alto Adige – I larici della Val Fiscalina

Di Gianni Marucelli

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Di questa splendida vallata, che s’insinua tra le vette del Gruppo delle Dolomiti di Sesto, abbiamo parlato in altre circostanze. Ci siamo tornati in ottobre, quando i lariceti cominciano a prendere gli splendidi colori autunnali e i turisti, seppure ancora presenti, costituiscono un gruppo sparuto rispetto a quelli agostani. Come di solito facciamo, partiamo a piedi dalla frazione di Moso: cammineremo in leggera salita per circa otto chilometri, fino a raggiungere il Rifugio di fondo valle (mt. 1500), presso il quale si dipanano i due sentieri, l’uno verso sud-ovest, l’altro verso nord-ovest, che salgono verso le cime: la Croda del Toni, il Monte Paterno, le Tre Cime di Lavaredo, montagne rese celebri dalle imprese alpinistiche come dai combattimenti della prima guerra mondiale.

Si tratta di una meravigliosa e facile passeggiata, che si può compiere anche con i bimbi piccoli al seguito. Se la giornata autunnale è serena, lo spettacolo è assicurato: la prima neve orna le crode rossastre, l’aria è limpida ma ancora tiepida, gli abeti e i pini mughi attendono pazienti che i fiocchi invernali li ammantino di bianco, i larici hanno cominciato a coprirsi d’oro pallido.

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Nei pascoli sotto di essi brucano tranquille le mucche, da non molto tornate dagli alpeggi estivi; qualche cavallo e un paio di asinelli tengono loro compagnia.

Il bosco rado che stiamo attraversando è un lariceto puro, che lascia trapelare la luce del sole anche in estate, per cui il prato è sempre rigoglioso, e consente di effettuare due o tre fienagioni ogni anno.

Il Larice (Larix decidua) è una delle poche piante resinose che perdono gli aghi durante la stagione invernale; gli esemplari più maestosi possono superare i cinquanta metri in altezza e il metro e mezzo di diametro.

Gli aghi caduti in autunno, se opportunamente raccolti, costituivano un tempo un’ottima lettiera per le mucche, chiamata starlèt in dialetto; dal tronco dei larici più robusti veniva raccolta la resina, il largà, utilizzata per curare i dolori reumatici e le affezioni delle vie respiratorie, ma anche per estrarre corpi estranei conficcatisi sotto la pelle, sia degli uomini che degli animali.

Se raffinato, il largà produce la trementina.

Il legno è famoso per la capacità di resistere all’umidità, alla pioggia e alle intemperie, ma anche per le sue qualità armoniche, che lo consigliano per la costruzione di strumenti musicali.

Di larice erano anche le scandole, ovverosia le tegole in legno con cui si costruivano i tetti; era un ottimo materiale anche per preparare gli strumenti da lavoro.

Ma, ai nostri occhi, ora è soprattutto l’elemento essenziale di questa sinfonia di colori che l’autunno sfoggia sulla sua tavolozza; il giallo dei larici contrasta col verde scuro degli abeti e con quello lievemente più chiaro dei pini mughi, i quali, via via che ascendiamo, si fanno sempre più fitti ai lati della strada, fino a costituire, nella parte più alta della valle, un unico arbusteto, tra i rami del quale svolazzano le cince e qualche ghiandaia.

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Ritroveremo i larici, incendiati dalla luce del sole che tramonta dietro i picchi e le creste delle Dolomiti, al nostro ritorno, e ci tornerà in mente la leggenda che spiega come fu creato il Larice, una storia che ha molte versioni, ma i cui punti essenziali sono sempre gli stessi.

 

In un’epoca lontana, abitava tra le montagne il popolo delle Aguane, creature acquatiche dai magici poteri. Il Signore del luogo aveva sposato una di loro, e dall’unione era nata una bellissima bimba, che fu chiamata Marugiana (o Marusiana). Ella divenne una splendida ragazza, e un cavaliere (o un principe…) la vide e se ne innamorò. Tanto fece e tanto disse che Marugiana finì per ricambiarne il sentimento, ma, quando lui le chiese di sposarlo, sorse un problema.

La fanciulla aveva ereditato da sua madre sia l’estrema sensibilità che le capacità divinatorie: soffriva per i mali che affliggevano gli esseri viventi come per le sciagure che prevedeva sarebbero accadute, così pose una condizione perché fosse celebrato il matrimonio: che quel giorno fossero sospesi tutti i dolori del mondo. Il promesso sposo interpellò tutti i saggi che conosceva, ma ognuno di essi gli assicurò che ciò che domandava era impossibile. Mai, nell’andare del tempo, vi era stato un solo istante di pace e di benessere completo, per tutti. Infine, una vecchia maga, più saggia dei più saggi, rivelò al giovane che, una volta ogni secolo, il miracolo si compiva, e vi era un giorno, quello dedicato a San Giovanni Battista, quando l’estate aveva inizio, che il potere del Male era sospeso. E proprio quell’anno ricorreva lo splendido evento. Così, Marusiana si abbigliò da sposa e le nozze ebbero luogo: ognuno festeggiò, sui monti risuonarono i canti delle Aguane, le marmotte fischiarono in coro i loro auguri, le aquile resero il loro omaggio alla coppia volando basse, persino le trote argentate dei torrenti balzarono fuori ad altezze incredibili, rituffandosi tra gli spruzzi.

I servitori ebbero l’idea di confezionare per la sposa un mazzo fatto di tutti i fiori e di tutti i ramoscelli che riuscirono a trovare, un tripudio dei colori della primavera.

Marugiana ne fu felice, e rise insieme al suo sposo, ma improvvisamente un pensiero triste le affiorò alla mente: tutti quei bellissimi fiori nel giro di qualche ora sarebbero appassiti, ne vedeva già i segni!

Ne parlò con suo marito, che la incitò a non abbandonare, almeno per quel giorno, l’allegria condivisa da tutti. Allora, Marusiana adoperò i suoi magici poteri e, toltasi il velo, lo depose sul mazzo. Come per incanto, sbocciarono germogli verdissimi e apparvero gemme color rosso vivo:

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

sotto il velo miracoloso era nata una pianta che sarebbe divenuta grande e forte.

I servitori decisero di dedicarla ai Lari, protettori della famiglia, e la chiamarono Lares.

Il Larice sarebbe stato come il matrimonio: tenero e dolce in primavera, ricco d’oro nell’età matura, spoglio e secco nell’inverno della vita, quando solo il velo dell’Amore avrebbe potuto rinvigorirlo…

 

Forse mi sono dilungato troppo. Le ombre dei larici si allungano, il mormorio del torrente si fa più forte, le mucche al pascolo si stringono l’un l’altra.

Afferro da terra un rametto color dell’oro. Mi farà compagnia nel ritorno.

Galleria fotografica – Val Fiscalina © Gianni Marucelli 2016

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CC BY-NC-ND 4.0 Alto Adige – I larici della Val Fiscalina by www.italiauomoambiente.it is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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