Montecristo: con PRO NATURA sull’isola del tesoro

Articolo e galleria fotografica di Gianni Marucelli

Cari amici lettori, pubblichiamo nella lunga versione integrale l’articolo e la galleria fotografica dell’escursione sull’isola di Montecristo nell’arcipelago toscano organizzata da Pro Natura Toscana e Pro Natura Firenze con la nostra collaborazione. Entro qualche giorno pubblicheremo il miniebook dell’articolo che può essere scaricato liberamente dal nostro sito.

MONTECRISTO: Con Pro Natura sull’Isola del Tesoro

Di Gianni Marucelli

Montecristo

Montecristo

Se esiste un’isola letteraria “del tesoro”, oltre a quella dell’omonimo romanzo di R.L. Stevenson, questa non può che identificarsi con Montecristo, una delle sette “perle” del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Alexandre Dumas molto probabilmente la vide, nei suoi viaggi nel Mediterraneo, e forse anche vi approdò; noi oggi, per certo, tra i beccheggi e i rollii provocati da un mare sicuramente mosso, ne indoviniamo la sagoma nella foschia dell’orizzonte: un cono di granito intorno alla cui vetta si avviluppano nubi minacciose. Vi siamo diretti, una cinquantina tra i mille privilegiati che, per quest’anno 2016, hanno il permesso di calpestarne il suolo. L’isola, infatti, è una Riserva Naturale Integrale, l’accesso alla quale è contingentato dal Corpo Forestale dello Stato, che la

4) Quant'è azzurra Cala Maestra!

4) Quant’è azzurra Cala Maestra!

gestisce. Ci sono voluti ben sei anni per ottenere il consenso alla visita ed ora, mal di mare permettendo, ci vogliamo godere per intero la giornata. Siamo partiti di buon’ora da Piombino, consapevoli che la fortuna ci ha assistito: il cielo infatti è nuvoloso, ma non sono previste precipitazioni. Adesso l’isola si avvicina, ma l’attenzione è attratta per qualche minuto da un gruppo di stenelle, che gioca sulla nostra scia. Pare quasi che questi delfini ci stiano dando il loro benvenuto nella fascia di acque, interdetta anche alla navigazione, che circonda Montecristo. Cala Maestra rappresenta il solo approdo sicuro, e infatti le uniche costruzioni moderne, la cosiddetta Villa Reale e i suoi annessi, sono ubicate proprio qui, dove ci attendono i due agenti del Corpo Forestale che ci accompagneranno nella visita, e la gentile Custode dell’isola, che, con il marito, da alcuni anni

9) Uno sguardo alle spalle

9) Uno sguardo alle spalle

costituisce l’unica presenza umana stabile, insieme ai Forestali, i quali, però, si alternano a coppie ogni quindici giorni.

Viene gettata la passerella di sbarco e ci affolliamo sul piccolo molo, dove veniamo edotti circa la storia e i caratteri naturali di Montecristo, prima di partire per la lunga escursione, che sappiamo essere particolarmente faticosa. E poi, basta guardare in alto e scorgere, un puntino tra le rocce e la macchia mediterranea, l’antico Monastero di San Mamiliano, la nostra prima meta, per indovinare che la scarpinata sarà dura. Sono circa 400 metri di dislivello, due terzi dell’altezza della montagna che culmina nella cima della Fortezza (mt. 645).

Il cono di granito che sorse dal mare e che oggi chiamiamo Montecristo è costituito quasi esclusivamente da granodiorite con grossi cristalli di ortoclasio, che appaiono evidenti sulla superficie rocciosa. Oglasa è il suo antico nome, ed è quasi certo che in epoca romana vi fosse qui un piccolo insediamento, scomparso ben prima delle invasioni barbariche.

San Mamiliano, l’eremita che giunse dalla Sicilia nel V secolo, vi trovò infatti un luogo adattissimo per le sue meditazioni, vivendo in una grotta non lontana dal monastero, che in seguito prese il suo nome. La permanenza gli fu possibile perché vi è acqua dolce, anche se, ci avvertono, non potabile, perché ricca di arsenico, il che costituisce un problema non da poco, a lungo andare.

La storia del millennio seguente alla venuta del santo è strettamente legata ai monaci che qui si insediarono ed ebbero grandi possedimenti, grazie alle donazioni dei fedeli, anche in Toscana.

16) Un "passaggio" un po' critico..

16) Un “passaggio” un po’ critico..

E’ un fatto che sulle pendici brulle e quasi affatto coltivabili dell’isola vivesse una comunità monastica di alcune decine di persone, ben organizzata e potente, che doveva contare su frequenti contatti con la terraferma. A mandare in frantumi la tranquillità dei monaci pensarono i pirati saraceni, che attaccarono più volte Montecristo, finché, nel corso del XVI secolo, l’ammiraglio mussulmano Dragut non distrusse l’insediamento religioso. Da allora, per secoli, l’isola fu di tanto in tanto covo di ladroni e fonte di preoccupazione per il Principato di Piombino, che la possedeva.

Fu solo nel 1814 che la questione venne adeguatamente trattata. Napoleone, durante i pochi mesi trascorsi all’Elba, con la consueta praticità la risolse manu militari inviandovi un presidio.

Ciò non toglie che accadessero ancora fatti atroci: intorno alla metà dell’800, infatti, una tartana sarda in viaggio da Genova verso Livorno fu attaccata dai briganti e vi furono dei morti, tra cui due bambini (il toponimo Punta dei Fanciulli sembrerebbe derivare da questo episodio).

Più o meno in quell’epoca, Montecristo fu acquistata dal facoltoso inglese George Watson Taylor, che trasformò l’approdo di Cala Maestra introducendovi terrazzamenti e piantandovi numerose specie arboree, anche esotiche. In questo contesto, realizzò anche la costruzione dell’edificio poi chiamato Villa Reale. Tra l’altro, sembra che sia stato proprio l’anglosassone a meritarsi il soprannome di Conte di Montecristo, cui si ispirò

13) Foto di gruppo con Forestali

13) Foto di gruppo con Forestali

Dumas per il protagonista del celebre romanzo.

Tra i suoi demeriti, invece, quello di aver introdotto l’ailanto, pianta infestante rifiutata anche dalle capre, che ha invaso l’isola. Solo di recente si è provveduto alla sua eradicazione, ma – ci dicono i nostri Forestali – alcuni esemplari sono sopravvissuti nelle zone più impervie, quindi è probabile che il problema si riproponga.

In seguito, lo Stato unitario riacquistò Montecristo. Intorno al 1870, Davide Lazzaretti, il “Cristo dell’Amiata”, fondatore della Chiesa Giurisdavidica, dimorò per qualche tempo nella Grotta del Santo; poi, venne trasferita sull’isola una parte della Colonia penale di Pianosa, ma la cosa non durò molto.

Montecristo fu ceduta in affitto, come riserva di caccia, al nobile Carlo Ginori Lisci, che ci portava i suoi amici, tutti noti amanti dell’arte venatoria, tra cui Renato Fucini, Giacomo Puccini e Vittorio Emanuele III, in procinto di salire al trono. Tanto il principe era affascinato dall’ambiente, e dalla fauna, che volle trascorrere qui la luna di miele con la moglie Elena del Montenegro (pare che la poveretta non protestasse poi troppo, dato che forse il contesto le ricordava il suo paese natìo).

In seguito, come si deve di fronte agli impliciti desideri di un re, Ginori trasferì a Vittorio Emanuele tutti i suoi diritti sull’isola, nella quale furono importati, per gli svaghi venatori, mufloni, capre del Montenegro e altre specie (ora non più presenti). La Riserva divenne Reale, e così la Villa, fino a che, nell’Italia repubblicana, Montecristo non perse il suo status e andò lì lì per divenire un resort di lusso, paradiso per ricchissimi cacciatori e velisti, col nome di Montecristo Yatching Club. Per fortuna, tutto si fermò alla edificazione di un modesto edificio (in attesa di demolizione) proprio sulla riva, perché vi fu, in quel lontano 1969, quando il movimento ambientalista era ancora agli albori (a parte il CAI e la Federazione Nazionale Pro Natura, costituitasi venti anni prima), una levata di scudi da parte della stampa più sensibile, in seguito alla quale i permessi furono revocati e l’isola passò definitivamente allo Stato come Riserva naturale.

14) In cammino verso la Grotta del Santo

14) In cammino verso la Grotta del Santo

Ma torniamo all’hic et nunc. Siamo sulla “nuova” spiaggia dell’isola, formatasi negli ultimi anni: prepariamo gli zaini, le macchine fotografiche e già l’occhio corre alle rocce granitiche, casomai comparisse qualche capra selvatica. La Capra di Montecristo, introdotta da molti secoli, è una specie (Capra Aegagrus) presente in Asia Minore e in qualche isoletta dell’Egeo; da noi si trova solo qui, e costituì forse la principale motivazione che, nel 1970, servì a strappare questo territorio alla speculazione. Oggi gli individui non sono molti, circa 200, però sufficienti ad arrecare danni alla scarsa vegetazione: tuttavia questi animali hanno acquisito, come si è detto, titoli di merito incontestabili, quindi, lunga vita e salute! Alcune, che vivono nei pressi di Cala Maestra, per la loro relativa dimestichezza con i Custodi, hanno anche un nome, e in genere si avvicinano. Ma per ora non ve n’è traccia.

La lunga e faticosa arrampicata, che ci porterà fino ai resti del Monastero, si snoda tra Cisti, Eriche, Mirti, qualche Corbezzolo: insomma, i tipici arbusti della macchia mediterranea. I lastroni di granito delimitano spesso il sentiero: se ci volgiamo, gli scorci della costa e del mare sono belli da togliere il fiato. Il gruppo si spezzetta in vari settori, a seconda del grado di allenamento e di abitudine ad arrampicare; ma nessuno si lamenta. Ogni tanto, i Forestali impongono una sosta (in genere ben accolta) durante la quale sono prodighi di spiegazioni e rispondono alle nostre domande.

Ci dicono di stare attenti alle vipere, che sono in pieno risveglio e possono attraversare il sentiero.

La Vipera meridionale, che si trova a Montecristo, è diversa dalle altre vipere continentali; qui è in un areale non propriamente suo, e l’ipotesi che vi sia stata immessa non è fuori luogo. Potrebbero essere stati i monaci a importarla, per scopi farmaceutici, ma bisogna anche ricordare che i cesti contenenti vipere e utilizzati come “proiettili venefici”, da lanciare sulle navi nemiche, venivano trasportati sui navigli da guerra cartaginesi e forse anche in quelli di epoca posteriore: per cui, l’ipotesi che questi rettili siano giunti qui come “armi improprie” non è del tutto inverosimile.

Infine, la sagoma squadrata dell’antico monastero, ormai vicino, si staglia contro le nubi che nascondono la vetta.

15) Guardando la costa dirupata

15) Guardando la costa dirupata

Ci chiediamo come sia stato possibile tagliare e trasportare su queste coste dirupate centinaia e centinaia di blocchi di pietra per costruire l’edificio della chiesa, ancora in parte esistente, e gli altri, ormai scomparsi, che ospitavano la comunità. Una domanda oziosa cui non troviamo risposta.

Il nostro gruppo ora si ricompatta all’interno della sacra recinzione, occupata da arbusti di cisto e altre piante, da cui si gode un vasto panorama su Cala Maestra e sul mare aperto.

Qui vivevano una trentina circa di monaci benedettini di obbedienza camaldolese, retti da un Abate i cui poteri, come abbiamo detto, si estendevano ai possedimenti che il monastero aveva sul continente, ma anche sulle altre isole dell’Arcipelago, fino in Sardegna. Al culmine del suo potere, nei secoli centrali del Medio Evo, l’abbazia doveva apparire come un complesso fortificato, in grado di respingere “il nero periglio che viene dal mare” (lasciatemi fare questa colta citazione, tratta nientemeno che… da ”L’Armata Brancaleone”), che già aveva distrutto e saccheggiato il luogo nel VII secolo d. C.

Mentre ci riposiamo, e scattiamo le rituali foto di gruppo, i due Forestali discutono tra loro: materia del contendere, se sia il caso di ridiscendere subito al molo (dove ci attende il pranzo a bordo della motobarca), oppure proseguire, in lieve discesa, verso la Grotta del Santo, a una quarantina di minuti di cammino da qui. Prevale, per fortuna, quest’ultima proposta.

Prima di lasciare il monastero, mi viene in mente di aver letto, da qualche parte, che la leggenda del “tesoro di Montecristo” è antica: probabilmente legata alla fama di questo luogo di culto e di preghiera e ai suoi possedimenti. Era voce che l’oro si trovasse sotto l’altare di San Mamiliano (che ora peraltro non esiste più), e, alla fine, è risultato che un fondo di verità c’era. Verso il termine del secolo appena concluso, sono state trovate monete d’oro, sotto l’altare di San Mamiliano: ma in quel di Sovana, non in questa chiesa!

Il sentiero è aspro e impervio, si procede a tratti sui lastroni di granito in lieve pendenza, che in caso di pioggia sarebbero probabilmente di difficile percorrenza. Qualcuno scorge un puntino in lontananza, e identifica la prima capra selvatica, che tuttavia scompare subito nella vegetazione.

17) L'antico arco in pietra che immette alla Grotta

17) L’antico arco in pietra che immette alla Grotta

Pochi gli uccelli che sfrecciano veloci tra la macchia: forse, in questo, c’entra il fatto che alcuni anni fa vi è stata una invasione di ratti neri, sbarcati evidentemente da qualche naviglio. Per distruggerli, la Forestale è dovuta ricorrere alle esche avvelenate, un rimedio non certo ecologico, ma purtroppo ineludibile, visti i danni che questi animali arrecano alla flora e alla fauna.

La Grotta del Santo, dove prese dimora San Mamiliano dopo essere sfuggito ai Goti del re Genserico, che volevano la sua testa, è una grotta profonda aperta nel granito. È preceduta da un suggestivo arco in pietra: all’interno, una cappellina con molti ex voto accumulatisi negli anni.

A poche decine di metri, si ergono i ruderi di un antico mulino ad acqua, che sfruttava un ruscello che scorre nei pressi, incanalandone il contenuto in una canalizzazione intagliata a mano nella roccia. Per un po’ sostiamo, disperdendoci nei paraggi, poi gli agenti ci richiamano all’ordine: è ora di tornare. Il percorso, su sentiero diverso da quello dell’andata, ma ugualmente spettacolare, ci pare ora abbastanza agevole, forse perché tutto in discesa. A gruppetti, arriviamo alla spiaggia di Cala Maestra. È tardi, ma prima di pranzo abbiamo qualche decina di minuti per goderci il sole e il mare; addirittura, ci è consentito di toglierci le scarpe e bagnarci i piedi nelle acque

22) Le capre di Montecristo - www.parks.it -

22) Le capre di Montecristo – www.parks.it –

limpidissime.

In qualcuno resta il rimpianto di non aver visto le capre selvatiche; ma… un attimo! Un piccolo branco scende verso di noi , nei pressi della Villa Reale, quasi a ottemperare a un obbligo contrattuale di “far presenza” quando ci sono visite. Sono senz’altro gli esemplari in confidenza con i Custodi: si lasciano anche fotografare, ma non concedono autografi né interviste.

Le ultime sorprese, dopo pranzo e immediatamente prima di partire, ce le offrono i bassi fondali presso la riva, in cui nuotano pesci di ogni dimensione. Salutiamo gli Agenti, che resteranno ancora per una settimana a Montecristo, e la Custode, competente e gentilissima, e, mentre la nostra imbarcazione fa rotta verso Piombino, vediamo pian piano allontanarsi il profilo inconfondibile della nostra isola… Sulla scia del battello, quasi a darci un “arrivederci” che difficilmente si compirà, invece dei soliti gabbiani, una coppia di ben più rare Berte minori aprono le ali nel vento.

Galleria fotografica

 

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