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I nostri boschi: un nuovo approccio per la loro valorizzazione

DiGabriele Antonacci

Set 10, 2022

Articolo pubblicato su IUA n° 8, anno IX, Settembre 2022

Sono sotto gli occhi di tutti situazioni di interventi di taglio boschivo che lasciano perlomeno perplessi. A esempio, nelle due foto, vi propongo il confronto di un’area boschiva sui Monti del Chianti prima e dopo il taglio: è evidente il cambiamento in termini di qualità territoriale essendo venute a mancare su vaste aree sia la naturalità del bosco sia la protezione del versante da frane e smottamenti. Se a questi tagli associamo i danni immani dovuti agli incendi è evidente la criticità della situazione. Tutto ciò è agevolato da normative fortemente improntate a regolare i tagli boschivi o, in certi casi, addirittura a favorirli come il D.L. 3 aprile 2018, n. 34 “Testo unico in materia di foreste e filiere forestali”. Come già rammentato nel numero di novembre 2021 di IUA nell’articolo sulla Natura in Toscana, il Decreto propone una visione di massimizzazione della produzione del legno, rinunciando all’invecchiamento del bosco e al potenziamento delle sue funzioni generali. A esempio, all’Art. 3 comma 2 lettera g), i boschi cedui che non subiscono interventi selviculturali ma vengono lasciati crescere (e quindi si preparano a diventare ad alto fusto) rientrano nei terreni abbandonati; e   l’Art. 5, comma 1 lettera a) impedisce di definire bosco “le formazioni di origine artificiale realizzate su terreni agricoli anche a seguito dell’adesione a misure agro ambientali o nell’ambito degli interventi previsti dalla politica agricola comune dell’Unione europea”. Esistono comunque precisi regolamenti per eseguire il taglio dei boschi, vedi a esempio il “Regolamento 8 agosto 200 3, n. 48/R. Regolamento Forestale della Toscana”, dove sono declinate tutte le regole per eseguire il taglio dei boschi in modo sostenibile, almeno con i criteri di 20 anni fa.

Fotografia sopra: Il rio Selvabuia, affluente della Greve nell’area del Monte San Michele, come si presentava il 16 giugno 2013

La stessa zona del Rio Selvabuia, fotografata il 26 giugno 2022, dopo un pesante intervento di “utilizzazione boschiva” eseguito nel 2020. 

Non serve da parte mia evidenziare che nei prossimi dieci anni dovremo combattere e vincere la battaglia del CO2, e del ruolo importantissimo svolto dalle superfici naturali alberate, siano esse foreste o boschi. È peraltro da rammentare che la battaglia non potrà essere affrontata confidando solo in qualche milione di nuove piantumazioni che, pur essendo comunque indispensabili a medio lungo termine, potranno dare solo effetti limitati a breve. Quindi la valorizzazione delle aree boschive attuali non potrà avvenire solo in termini di “quintali di legna” prodotti, ma in termini di CO2 assorbita o assorbibile.  Il nuovo governo centrale che verrà e tutti i governi regionali si devono pertanto porre il problema tra le massime urgenze. Qui vorrei evidenziare un aspetto non secondario, relativo alla gestione delle aree boschive private. Credo che debbano essere messi in atto tutti gli strumenti, normativi ed economici, affinché i proprietari di aree boschive siano stimolati a garantirne il loro mantenimento e sviluppo, a esempio curando la trasformazione di boschi cedui in fustaie. Per assurdo un’area boschiva che potrebbe garantire un elevato livello di assorbimento di CO2, una volta tagliata e trasformata in pellet o cippato, diviene origine di polveri sottili e altre fonti di inquinamento. Quindi devono essere stabiliti parametri per premiare in termini economici (finanziamenti, riduzioni di imposte, progetti di sviluppo) chi garantisce il mantenimento del bosco. È un tema da approfondire con cura, che qui propongo all’attenzione di tutti.

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