Friuli Venezia Giulia: Udine, in vista delle Alpi e in odor di mare

Di Gianni Marucelli

 

È un sabato di dicembre e Udine si sveglia nel sole. Quando sono arrivato, nel pomeriggio di ieri, l’aria era carica di bruma, umida e tediosa: son dunque fortunato, ché il primo approccio con questa città avviene in una giornata quasi primaverile, sia per la luce che per la temperatura tiepida, cosa davvero insolita all’ingresso nell’inverno meteorologico.

Il centro storico è a meno di un chilometro a piedi dal mio albergo: il mio itinerario, rigorosamente pedonale, comincia da una delle antiche porte, residuo della cinta muraria da tempo abbattuta. Dove non ci hanno pensato gli uomini, qui a distruggere gli edifici hanno provveduto i terremoti e gli incendi (sono passati appena quarant’anni dall’ultimo, disastroso sisma, che chi ha la mia età rammenta bene…), tuttavia il cuore della città è una delizia, in alcuni punti assomiglia a una Venezia senz’acqua. L’influsso della dominazione della Repubblica di San Marco è palese, non solo nei Leoni in pietra presenti su colonne e architravi, ma nell’architettura dei palazzi, delle logge, delle torri. Il punto focale è l’armoniosa Piazza della Libertà, proprio sotto la bassa collina morenica su cui domina il Castello. Ai due lati, si affrontano e si confrontano le due bellissime Logge, quella del Lionello, dal nome dell’orafo Niccolò Lionello che la progettò (metà del sec. XV) e quella della Chiesa di San Giovanni, sormontata dalla Torre dell’Orologio (quest’ultima di Giovanni da Udine, sec. XVI).

È abbastanza presto, e la gente è ancora poca, anche se si stanno predisponendo gli addobbi natalizi, quindi posso godermi tranquillamente il vasto spazio, ora inondato di luce, e il gioco delle fasce alternate di pietra, rosa e bianca, che rivestono il Palazzo Comunale, prima di attraversare l’arco disegnato dal Palladio (Arco Bollani, dal nome del Luogotenente cui venne dedicato) e salire al Castello tenendomi sotto l’elegantissimo porticato del Lippomano (sec. XV). È un’ascesa breve, cui presiede, sulla sinistra, il sontuoso palazzo cinquecentesco, impropriamente chiamato Castello.

A dire il vero, castello fu, per secoli, fino al rovinoso terremoto del 1511, che lo distrusse. Il maniero era sede dei Patriarchi di Aquileia, che vi esercitarono il potere temporale non meno che quello spirituale. Ma torniamo a noi: siamo saliti solo di qualche decina di metri e pare di essere in cima al mondo; un vastissimo piazzale si affaccia su un immenso panorama. Sotto, la città vecchia e quindi quella moderna, che sfuma nella pianura e infine, verso nord, nelle crode delle Alpi Carniche, da poco innevate, mentre verso sud-ovest intuisce chiarore equoreo dell’Adriatico. Proprio alle nostre spalle, la facciata del Palazzo, animato dalle rampe dello scalone doppio progettato da Giovanni da Udine. Sono ormai passate le dieci e gruppi di turisti cominciano a popolare la zona, qualcuno diretto all’area museale ospitata nel Castello, comprendente il Museo Civico e la Galleria di Storia e Arte. Il tempo però è per noi tiranno, non ci concede neppure una breve visita a queste istituzioni, ci limitiamo a raggiungere il vasto porticato dove sono poste alcune interessanti lapidi romane provenienti da Aquileia e un pezzo d’artiglieria, con la canna esplosa, appartenuto all’esercito austriaco che, dopo la rotta di Caporetto del 1917, occupò la città, mentre parte della popolazione fuggiva insieme alle truppe italiane, che si attestarono poco dopo sul Piave.

Bisogna qui rammentare che Udine, poco più di un quarto di secolo dopo, subì anche l’occupazione nazi-fascista, contro la quale combatterono valorosamente i partigiani del Friuli.

Lasciando il piazzale del Castello, c attrae immediatamente la Chiesa sulla nostra sinistra, cui prima non avevamo prestato molta attenzione A parte il bel campanile cinquecentesco, sulla cui cima svetta l’Arcangelo Michele tutto dorato, divenuto il simbolo stesso della città, l’interesse del monumento sta tutto nell’interno, romanico, il cui nucleo originario pare addirittura risalire al VII secolo. Le tre navate, suddivise da pilastri, portano alle tre absidi affrescate in periodi diversi; la più antica e interessante è l’abside di destra, i cui dipinti risalgono al sec. XIII. Una bella statua lignea della vergine presiede al ciclo di affreschi.

Ritornati in Piazza della Libertà, imbocchiamo le strade del centro, ora animato da turisti e visitatori. Finiamo nel bel mezzo di un mercatino natalizio, e non ci possiamo esimere dall’acquistare un dolce tipico, che ricorda da vicino il panettone ma è ancora più ricco di ingredienti. L’ultima tappa della nostra breve visita ci porta al Duomo, affiancato dalla bella torre campanaria ottagonale in laterizi, eretto alla metà del 1400 sulla base costituita dal Battistero, del secolo precedente. L’imponente edificio fu costruito in forme gotiche, ma con l’andar dei secoli è stato rimaneggiato, e ora presenta al suo interno (come ahimè moltissime altre chiese italiane) una pesante veste barocca. Di particolare interesse la Cappella del SS. Sacramento, affrescata da G.B. Tiepolo (1726), che conserva anche una pala dello stesso autore, rappresentante la Resurrezione.

Purtroppo, il treno del nostro ritorno parte poco dopo le 13; ci rimane il tempo per cercare un posticino dove ristorare lo stomaco. Dalle parti della Stazione è tutto un susseguirsi di fast food, ristoranti cinesi e dispensatori di Kebab. Per trovare un’osteria friulana, dobbiamo rientrare nella circonferenza dell’antica cerchia muraria. Approdiamo infine a un piccolo locale, dove gustiamo un piatto abbondante di spaghetti alle vongole veraci (l’Adriatico è vicino) e delle sarde in saòr, il tutto innaffiato da un paio di bicchieri di ottimo Sauvignon. Il conto è davvero risibile, di molto inferiore a una pizza con birra e caffè…

Questo ultimo, gradito ricordo ci accompagnerà durante il viaggio…

Quanti gioielli di arte e di storia ci rimarrebbero ancora da vedere! Sarà per la prossima volta…

 

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