Kandinsky, il pentagramma dei colori

di Massimilla Manetti Ricci

La rigidità razionale della figura geometrica, scandita dalla serie di linee che si intersecano ad angoli acuti o retti si smorza nel rigore creativo della pittura di Kandinsky ed assurge a pienezza artistica. Sono geometrie che somigliano a pensieri vaganti per la mente, ai quali il triangolo o il rettangolo o il cerchio danno forma, corpo e colore.

Il pittore russo, avvocato pentito che rinuncia alla cattedra di diritto per inseguire la chimera dell’arte , ha regalato la visione delle sue numerose opere in una mostra a Milano.

accento in rosaLa ricerca dell’espressione artistica che lo rappresentasse nel suo io più intimo lo ha portato a cimentarsi in vari stili pittorici lungo la sua vita nelle principali città europee, per fissare infine la dimora definitiva a Parigi, la città madre e figlia delle principali correnti artistiche del ‘800 – ‘900.

I pensieri e le emozioni non sono in bianco e nero, ma si rincorrono sulle onde delle pennellate che il pittore decide di assegnare loro, attribuendo ad ognuna una forma e il suo colore .

E’ dunque questo trittico tra forma colore e pensiero che straripa, al di là della tela, dai pennelli di Kandinsky e il suo concetto di astratto trova la definizione negli esperimenti sui colori che lui stesso preparava; così il giallo è associato al triangolo e il blu al cerchio.

Ma ancora di più per l’artista è la rispondenza tra suono e colore e tra colore ed emozioni che traduce le percezioni in immagini visive.

Cosi infatti scriveva: ‘’Il blu sviluppa l’elemento della quiete.,…l’azzurro è simile ad un flauto, il blu scuro somiglia ad un violoncello e il verde somiglia al suono di un violino e conserva il carattere originario dell’indifferenza e della quiete al contrario del rosso che è vivace, acceso, inquieto; il viola è un rosso raffreddato che ha in sè qualcosa di malaticcio e di spento, identificato col suono della zampogna. E il nero?

E’ come un eterno silenzio senza futuro, musicalmente rappresentato da una pausa conclusiva.’’

La realtà viene dunque sublimata in forme e suoni ai quali egli assegna un colore e certo non si può non restare sospesi sulla punta lieve del suo pennello quando dipinge ‘Accento in rosa nel 1926, una sorta di universo interiore dove i cerchi sembrano pianeti erranti assimilati a pensieri che si incarnano nella figura geometrica più perfetta, il cerchio.

Simbolo della pienezza, ma anche di ciò che è vuoto, dell’istante esatto del presente perché inizia dove finisce e finisce dove inizia, rappresentazione di un morbido scivolare di emozioni l’una dentro l’altra nella rotondità perfetta di sfere grandi e piccole, il quadro si spoglia della sua geometria per caricarsi di particolari che trascendono la figura piana.

Nella profondità scura delle sale dalle pareti blu rifulgono i colori e quell’intima ricerca di profondi significati che Kandinsky attribuiva alle combinazioni e alle variazioni cromatiche da lui sperimentate.

Solo il contatto diretto dell’occhio con il quadro offre a me spettatrice la percezione della luce che si disseta alla sorgente del colore , mentre i colori stessi delle tele catturano la vista del visitatore, proiettandola nelle macchie astratte del pensiero umano.

I quadri parlano, raccontano le sensazioni istantanee fissate in un accostamento di colori caldi e freddi, principali e complementari ed astraggono colui che li guarda dal mondo circostante.

E’ così per la tela ‘Azzukandinsky-blue-1940rro cielo’, quando la sensibilità del pittore si ritrae dalla violenza della guerra, siamo nel 1940, per isolarsi in uno sfondo azzurro, ma di un azzurro placido e sereno.

Dalla polvere azzurra scendono fiocchi di immagini naif, di giochi infantili, di figure bioformi che piano piano si adagiano sulla parete per arredare le camerette dell’infanzia. E’ quasi un muro simbolico di difesa opposto al lugubre senso di impotenza ed annientamento del’uomo, come si percepisce   in ‘Guernica’ di Picasso, che in quegli anni si impone sulla scena artistica parigina.

 

Kandinsky, appartato dalla politica e dai fermenti del momento, ci vuole raccontare del sole e della luce che entrano dalla sua finestra, nella casa a Neuilly sur Seine,   mentre là fuori in lontananza i boati e i rumori della guerra si stemperano ed evolvono nell’animo come coriandoli di piccolissimi essere viventi. E’ infatti in questo periodo assai incuriosito dall’osservazione dei microorganismi al microscopio e dall’evoluzione delle cellule dove forse scopre l’intima essenza della vita.

Quella vita che lo abbandonerà nel dicembre del 1944, senza aver visto la fine della guerra. Solo nel 1963 dopo la mostra itinerante a lui dedicata dal Solomon Guggenheim Museum , unanime, la critica d’arte francese ed americana lo collocherà per sempre nell’olimpo degli artisti del Novecento.

© Copyright Massimilla Manetti Ricci 2014

 

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