L’Occhio del plenilunio

Un racconto di Iole Troccoli

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Al mercato ho comprato un laghetto.

Il venditore mi ha assicurato che era un laghetto tranquillo, senza onde.

L’ho osservato: fioriva d’ombra ai bordi sotto un occhio di sole.

Dopo averlo messo in una sporta, tornando a casa ho notato che non esondava ma restava compatto e arrotolato come un gatto quando dorme.

Una volta in cucina, l’ho fatto scivolare con delicatezza in una bacinella piuttosto ampia.

Sembrava contento, rassicurato.

Dalla finestra aperta niente vento, al massimo una brezza che non increspava, monotona.

Durante il giorno è rimasto fermo, anche se ogni tanto mi è parso che dondolasse al ritmo di una musica solo da lui percepita.

A sera mi è venuta voglia di catturare la sua attenzione.

Gli ho sorriso e, con la punta delle dita, ho accarezzato la sua superficie liscia.

Con il palmo della mano, a somiglianza di un remo, ho aperto l’acqua in più punti: custodiva in sé qualche riflesso di luce esterna, forse una stella girovaga o un lampione lungolago.

In profondità l’acqua diventava gradualmente più fredda, ho rimestato con lo strato superiore caldo e già ingrassato di piccole zanzare morte, sempre aiutandomi con le dita.

Ho avvertito sotto i polpastrelli una specie di fremito, come se affiorasse un rimprovero o un antico fastidio.

Mi sono seduta con le mani bagnate in grembo, ho controllato il suo lento placarsi, lo smorzarsi delle ondine che io stessa avevo creato.

Verso le undici di sera sono andata a dormire, mi sentivo molto stanca.

Dal letto era come se lo udissi respirare.

In mezzo alla notte quel respiro si è fatto d’improvviso rantolo, tremore.

Mi sono svegliata con ancora qualche brandello di sogno in mezzo agli occhi e sono corsa in soggiorno, spaventata.

Il laghetto era uscito dalla bacinella e si era sparso sul pavimento.

Grosse onde gialle lo attraversavano. Mi sono resa conto che stava aumentando di volume.

Le onde avevano ricci di schiuma sulle creste.

Mi faceva paura così grande; aveva occupato l’intera superficie della stanza, passando sotto il tavolo e le poltrone, scorrendo simile a un fiume che gonfiava in mezzo alle gambe del mio tavolino d’ebano.

Cresceva, come la pasta della pizza messa a lievitare sotto uno strofinaccio, e anche le onde crescevano silenziose, una dietro l’altra.

Terrorizzata, mi sono accorta che proprio al centro del laghetto stavano affiorando due piccoli scogli appuntiti.

Sembravano due occhi e guardavano me.

Per un momento ho temuto che il laghetto potesse morire, non so perché.

Le onde, intanto, continuavano a sollevarsi senza posa, ormai erano arrivate a mezzo metro di altezza, poco sopra le mie ginocchia.

L’acqua era calda, ora, come se fosse stata appena bollita. L’ho assaggiata: sapeva di sale.

Capii che il laghetto si era mutato in un mare proveniente da chissà quale oceano.

L’acqua continuava a salire inesorabile, i mobili del mio soggiorno avevano preso a galleggiare, insieme a me.

Il pigiama che mi vestiva era adesso del tutto fradicio, le finestre spalancate versavano blu notturno in ogni angolo.

In una frazione di secondo seppi che ciò che avevo comprato era in realtà una porzione abbandonata di oceano che, per istinto, stava tentando di ricongiungersi alla sua acqua madre.

Mi sono lasciata portare dalla corrente che, nel frattempo, si era fatta impetuosa, senza opporre resistenza.

Travolta da un’onda davvero molto grande, sono stata sbalzata fuori attraverso una delle finestre.

Come ultima immagine, mi sono accorta che in cielo sostava impassibile il grande occhio bianco della luna piena.

Infine, il blu.

 luna

Iole Troccoli, 10 giugno 2015

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