Toscana: Il Castello di Vertine

a cura di Gianni Marucelli

Tra le colline del Chianti senese, un borgo medioevale perfettamente conservato

L’inizio d’autunno, quando è tiepido e soleggiato come oggi, costituisce la stagione migliore per una passeggiata nel Chianti: le viti sono state appena vendemmiate, gli olivi sono invece ancora carichi dei loro frutti, in attesa della raccolta che, tradizionalmente, ha inizio i primi di novembre, le querce hanno appena cominciato a ingiallire, i crinali all’orizzonte si staccano l’uno sull’altro contro l’azzurro limpido del cielo. Ciascuno di essi reca un castello, un’antica fattoria, una pieve millenaria: il piacere di camminare sui sentieri e le strade bianche si abbina alla curiosità di raggiungere mete a volte semplicemente belle, a volte decisamente straordinarie.

È il caso del borgo fortificato di Vertine, già ricordato in alcuni documenti anteriori all’anno Mille, quando il luogo è attestato come Vertinulae, e apparteneva ai Marchesi di Toscana, potentissimi feudatari. Ci troviamo a una manciata di chilometri dal paese di Gaiole, uno dei maggiori centri di questa porzione meridionale del Chianti, che amministrativamente è inserita nella provincia di Siena.

L’etimologia del nome resta incerta, ma è probabile che sia di origine etrusca, con un a radice vert- , velt- che è la stessa che caratterizza alcune divinità del pantheon dei Rasenna, quali Veltha e Voltumna.

La prima cosa che colpisce il visitatore è la massiccia torre quadrangolare che fiancheggia la principale porta d’accesso al borgo, e che forse era il Cassero della cinta muraria, di cui si sono conservati alcuni tratti. Il torrione è rivestito in filaretto di alberese, una pietra chiara che quasi abbacina, quando è colpita dai raggi del sole.

 

La porta, con arco a tutto sesto sovrastante un arco ribassato in laterizio, immette nell’abitato, oggi silenzioso e deserto seppure sia stabilmente abitato da diverse famiglie, come sappiamo e come dimostrano la cura dei vasi da fiori e la pulizia dei vicoli. Per alcuni tratti, l’acciottolato è ancora quello originale, e accentua l’impressione di essere tornati indietro nel tempo, quando per secoli questo castello appartenne alla famiglia Ricasoli e costituì uno degli elementi difensivi della Lega del Chianti, contro l’espansionismo della Repubblica di Siena.

Il luogo era in posizione così buona e fortificato così opportunamente che, a quanto pare, non fu mai espugnato, anche se un assedio lo subì, ma breve e senza conseguenze, quando alcuni rampolli della famiglia Ricasoli, negli anni difficili subito dopo la grande peste del 1348, furono banditi dalla Repubblica fiorentina e si rifugiarono qui, iniziando una serie di scorrerie contro le “ville” dei loro nemici. La risposta della Signoria di Firenze non si fece attendere: un gruppo di armati, guidato dal Podestà, circondò il borgo. I Ricasoli si difesero con pietre e balestre, confidando nell’intervento dei Senesi, che invece si defilarono, e alla fine dovettero arrendersi.

A quanto pare, agli sconfitti andò più che bene, perché poco tempo dopo, in seguito ad accordi politici, fu loro revocato il bando.

Poco oltre il Cassero (divenuto oggi una residenza di lusso) si incontra la chiesa di San Bartolomeo, purtroppo oggi chiusa, che ospitava un tempo un capolavoro di Simone Martini, la Madonna dei Raccomandati, che si trova adesso a Siena.

La piazzetta di fronte apre ampie prospettive verso le colline a nord, essendo da quella parte non più protetta dalle mura; il silenzio è rotto solo dalle nostre voci e dall’abbaiare di un cane dietro un cancello, che probabilmente vorrebbe la nostra compagnia.

Discendendo la via che ci porta alla parte opposta del borgo, ci colpisce l’ottimo stato di conservazione delle costruzioni, diverse delle quali coeve al Cassero. Nei pressi del luogo dove un tempo sorgeva la porta meridionale, un grande edificio, rifinito con un accurato rivestimento in filaretto di alberese, costituiva probabilmente la residenza dei Signori del luogo, ovvero dei Ricasoli, che, come abbiamo accennato, ne hanno detenuto la proprietà fino in epoca moderna.

Riprendiamo il nostro cammino scendendo verso la valle del torrente Mastellone che confluisce qui presso in quella dell’Arbia, sì, proprio il fiume citato da Dante nel canto X dell’Inferno, quando rammenta la battaglia di Montaperti, dove i Senesi il 4 settembre del 1260 sconfissero i fiorentini, massacrandoli:

 

lo strazio e il grande scempio

che fece l’Arbia colorata in rosso.

 

Per fortuna, i tempi sono cambiati. Adesso, l’unico liquido rosso che offre la zona è il Chianti doc.

E scusate se è poco.

 

 

 

 

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