CALABRIA: PENTEDATTILO, LA MANO DEL DIAVOLO

a cura di Gianni Marucelli

È una mattinata di settembre, calda e serena. La strada sale ripida dalla costiera jonica, in un paesaggio brullo, punteggiato da fichidindia dai frutti maturi, che nessuno raccoglie, nonostante siano dolcissimi, per non riempirsi la mano di spine, come è capitato a me, inguaribile goloso.

Piccoli gruppi di cani randagi, o comunque sfuggiti alla tutela del proprietario, percorrono queste aride pendici, che sono il preludio dell’Aspromonte, in cerca di cibo.

Sullo sfondo, ormai vicina, appare quella straordinaria formazione rocciosa che è conosciuta con due nomi, un ossimoro permanente, Calvario/Mano del Diavolo, come del resto è questa terra, di selvaggia bellezza e di sconfortante povertà.

Le cinque vette che costituiscono il complesso montuoso, apparentemente assai simili a quelle dolomitiche, hanno dato il nome al borgo arroccato sulle pendici, Pentedattilo, in greco “cinque dita”.

Antichissima colonia calcidese, fondata nel 640 a.C., Pentedattilo conservò grande importanza per tutto il periodo greco-romano, in quanto presidio militare su una fiumara che scende dall’Aspromonte, per gran parte dell’anno asciutta e quindi facilmente percorribile da eserciti invasori; benché fortificato in seguito il paese venne più volte devastato dagli attacchi dei Saraceni, da quelli di vicini potenti e aggressivi e da un nemico subdolo, ma molto più terribile: il terremoto.

Nei secoli, la popolazione lo ha quindi progressivamente abbandonato, rendendolo di fatto un “paese-fantasma”, non dissimile da altri che esistono in Calabria; non mancano però, ormai da qualche decennio, gli sforzi per recuperarlo alla fruizione turistica, tramite l’ubicazione di negozietti che vendono artigianato locale, il restauro della strada principale del borgo e importanti iniziative culturali come il Pentedattilo Film Festival, dedicato ai cortometraggi.

La strada finisce in un ampio parcheggio, da cui, a piedi, si percorre un breve tratto che conduce al borgo. Siamo proprio di fronte ai pinnacoli di roccia, di estrema suggestione, che dominano l’abitato. Ci accoglie il proprietario del primo dei negozietti, che si è assunto il ruolo di cicerone dei gruppetti di visitatori, ma che è anche il promotore di un’iniziativa che ci piace assai, in quanto amici degli animali: accanto alla bottega, ha organizzato una colonia felina per i tanti mici randagi, con casette e ciotole. Un’idea inusitata per queste terre, come abbiamo più volte avuto modo di constatare.

Ma il nucleo della storia, terribile eppure storicamente reale, che il bottegaio ci narra, ha poco a che fare con i gatti. È localmente ben conosciuta, è narrata nei documenti e in alcuni libri, ma nessuno di noi la conosceva. Ve la riproponiamo con parole nostre.

Corre l’anno del Signore 1686. Tutta l’Italia meridionale appartiene alla Corona di Spagna, che vi esercita il potere tramite un Viceré residente a Napoli.

Il feudo di Pentedattilo, dopo essere stato per molto tempo di proprietà degli Abenavoli, baroni di Montebello Jonico, per varie vicende è passata nelle mani dei marchesi Alberti, che risiedono nel castello le cui rovine sono ancor oggi visibili. Da poco è morto il vecchio marchese Domenico, e adesso è a capo della dinastia il figlio, Lorenzo Alberti, il quale, dovendo prender moglie, decide di legarsi a una famiglia spagnola molto vicina al potere centrale, domandando la mano di Caterina, figlia del Consigliere del Viceré, Don Pedro Cortez.

La sposa giunge a Pentedattilo scortata da amici e parenti, tra cui il fratello, don Petrillo Cortez.

Quest’ultimo, dopo le nozze, si ammala ed è costretto a prolungare la permanenza al Castello, dove ha modo di frequentare la cognata Antonietta. I due giovani si innamorano e hanno l’approvazione e la benedizione del marchese Lorenzo. Tutto bene, dunque? Niente affatto. Antonietta Alberti era ugualmente concupita dal barone Abenavoli, il potente vicino la cui famiglia un tempo aveva governato anche Pentedattilo. Forse era stata spesa qualche parola tra i due nobili, forse la fanciulla aveva mostrato una certa disponibilità… chissà. Come dimostra il Manzoni, a quei tempi l’orgoglio e il puntiglio degli aristocratici spagnoli si erano diffusi anche tra la nobiltà italiota, perciò non c’è da meravigliarsi se, alla notizia dell’imminente matrimonio tra Don Petrillo Cortez e Antonietta Alberti, il barone Bernardino Abenavoli si infuriasse oltre ogni limite e meditasse tremenda vendetta.

Sì, ma come penetrare nel ben munito castello? Serve un traditore, i Giuda del resto non mancano mai, che viene trovato nella persona di Giuseppe Scrufari, uomo di fiducia del marchese Lorenzo.

La notte del 16 aprile 1686 tutti, al castello, dormono. Il barone ha selezionato una pattuglia di fedeli armigeri e con loro attende pazientemente nei paraggi. La mano dello Scrufari apre una porticina, e ha inizio la strage. Bernardino Abenavoli in persona si incarica di entrare nella camera di Lorenzo Alberti. Lo ferisce con due colpi di archibugio, poi lo finisce con 14 pugnalate.

Gli armigeri si incaricano di terminare l’opera, uccidendo i servi fedeli e gli uomini presenti.

Il fratellino di Lorenzo, nove anni, si sveglia, certo piange. Qualcuno, forse lo Scrufari, lo afferra e lo scaglia contro le rocce, fracassandogli la testa. Scampa al massacro Don Petrito Cortez, che viene portato via in ostaggio, assieme alle donne, tra cui naturalmente Antonietta.

La comitiva fa ritorno in fretta a Montebello Jonico, dove il barone si sente relativamente al sicuro, avendo Don Petrillo come prigioniero. Non si fa scrupolo, dunque, di costringere Antonietta a sposarlo, di lì a poco.

Ma, per citare De Andrè, una notizia un po’ originale/non ha bisogno di alcun giornale./Come una freccia dall’arco scocca/corre veloce di bocca in bocca.

Tanto veloce che, nel giro di poche settimane, da Pentedattilo giunse alle orecchie di Don Pedro Cortez e a quelle del Viceré, a Napoli. Il quale dimostrò una dote che spesso, ai funzionari d’alto rango dell’epoca, mancava: determinazione e rapidità nelle decisioni. Un delitto di tal portata, del resto, poteva essere considerato un affronto diretto alla Corona!

Detto fatto, un vero e proprio piccolo esercito fu inviato a Montebello Jonico. L’ordine, prendere il Castello, salvare don Petrito e tagliare la testa al Barone e ai suoi accoliti.

Per Bernardino Abenavoli c’è poca scelta: morire difendendo le sue terre oppure tentare la fuga, recandosi appresso la giovane e recalcitrante moglie. Come si è visto, l’uomo era furbo e feroce: scelse questa seconda soluzione, combattendo e rompendo l’assedio con pochi uomini, per poi raggiungere il mare. Fece vela per Malta, sede dell’Ordine dei Cavalieri omonimi e perciò del tutto al di fuori delle competenze del Viceré spagnolo.

Prima, però, lasciò Antonietta, che gli sarebbe stata d’impiccio, anche come testimone a suo carico, in un monastero.

Don Petrillo e gli altri rapiti furono salvati e ricondotti a casa, le teste dei fedeli del Barone furono esposte sugli spalti del castello di Pentedattilo.

Noi non sappiamo cosa fece e disse il barone, per giustificarsi davanti al Gran Maestro dell’Ordine.

Sappiamo solo che infuriava la lotta tra l’Impero Turco e i Cristiani e che una buona spada, meglio se manovrata da un uomo coraggioso, faceva maledettamente comodo.

Così, qualche anno dopo ritroviamo quel furfante dell’Abenavoli a Vienna, davanti all’Imperatore.

Non doveva cavarsela male nemmeno con le parole, il Barone, perché, pur ammettendo le sue colpe, raccontò la vicenda inserendo molte attenuanti e concluse che, forse, sarebbe stato più utile alla Cristianità morendo sul campo di battaglia invece che sotto la scure del boia. Il sovrano lo ascoltò e… gli commutò la pena, nominandolo ufficiale del suo esercito.

Sia come sia, stavolta l’Abenavoli fu di parola: morì di lì a poco, colpito da una cannonata degli infedeli.

La vittima vera di tutta la storia, però, rimase Antonietta, il cui matrimonio fu annullato poco dopo dalla Sacra Rota: restò in Convento fino alla morte, incolpandosi di aver determinato, senza averne alcuna responsabilità, la distruzione della propria famiglia.

Oggi, della strage degli Alberti, rimangono le leggende, e l’inquietante Mano del Diavolo che, come quella insanguinata del Barone, continua a protendersi sul borgo…

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