Toscana

MERAVIGLIE E SORPRESE NEL PARCO DELLA MAREMMA

Un lungo itinerario a piedi tra i Monti dell’Uccellina e il mare

a cura di Gianni Marucelli

È più conosciuto col vezzeggiativo di Parco dell’Uccellina, il Parco Regionale toscano della Maremma, perché percorso dalla catena Monti dell’Uccellina, in realtà colline di poco più di quattrocento metri di altezza che fronteggiano il Tirreno.

Se questo stupendo lembo di costa è rimasto pressoché intatto, non subendo l’aggressione della lottizzazione selvaggia degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che ha cementificato larga parte del litorale del nostro Paese (3000 e passa km.!), lo si deve soprattutto al caso.

Infatti, per decenni questo territorio fece parte del patrimonio dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi, che lo sfruttò prevalentemente a scopi agricoli e forestali, senza intaccarne l’integrità.

A partire dagli anni ’60, il nascente mondo dell’associazionismo ambientalista e quello accademico-scientifico fecero pressione perché si addivenisse alla creazione di un Parco, che fu possibile realizzare – mercè anche l’intervento di un uomo di Stato molto saggio quale fu Ugo La Malfa – alla metà degli anni ’70.

Oltre ai Colli dell’Uccellina, il Parco comprendeva e comprende tuttora la preziosa area palustre della foce del Fiume Ombrone, luogo di sosta e di nidificazione per tante specie di avifauna acquatica, e una vasta pineta a pino domestico (Pinus Pinea) e Pino Marittimo (Pinus Pinaster), che precede, tra i rilievi e il mare, le dune sabbiose ricche di rara vegetazione psammofila (amante della sabbia).

A differenza della maggior parte delle aree protette del nostro Paese, l’accesso al Parco, o almeno alle sue aree più preziose, è consentito ai visitatori solo a pagamento e nelle ore diurne; nella stagione più “delicata” per il rischio di incendi, cioè l’estate, chi vuole visitare il Parco deve scegliere il proprio itinerario tra quelli proposti e aggregarsi alle visite organizzate gestite da apposite Guide.

Quindi, il nostro spassionato consiglio è quello di gustarsi questa eccezionale zona naturalistica a primavera (quando inizia la fioritura) o in autunno; ma sono gradevolissime anche le belle giornate invernali, quando a farvi compagnia sui sentieri ci saranno solo i Guardaparco, i cinghiali, i caprioli e… qualche volpe adescatrice!

Per fornirvi ulteriori motivazioni, abbiamo percorso per voi una trentina di chilometri del Parco, rigorosamente a piedi, con partenza dal Centro Visitatori che si trova ad Alberese, a ridosso del versante interno delle colline e a soli otto chilometri dalla Statale Aurelia.

Anche se il tempo è incerto, la primavera è già inoltrata e i Cisti, sia quelli bianchi che quelli violacei, mostrano le loro corolle dischiuse.

L’itinerario che seguiamo (A 1) prima attraversa prati e oliveti – in mezzo alle erbe alte si dileguano rapidi dei caprioli – poi inizia a salire tra la macchia e un bosco termofilo in cui prevalgono lecci e roverelle, insieme al carpino campestre. Le ginestre dei carbonai, numerose ai lati della mulattiera, ci ricordano col loro nome che per secoli la Maremma fu terra di fatica, per molti operatori del bosco, tra cui appunto i carbonai, che venivano da lontano e restavano qui per mesi vivendo in condizioni assai disagiate.

Saliamo agevolmente: la strada bianca, come altre piste del parco, si presta anche a chi la percorre in mountain bike, e molti infatti sono i biker che ci superano.

La nostra prima meta non è lontana: proprio alla sommità delle colline, in una vasta sella, gli imponenti ruderi di quella che fu, molti secoli fa, l’Abbazia più potente di questo territorio, che le apparteneva interamente: San Rabano. Poco dopo il Mille l’ordine benedettino eresse qui un monastero, dotato di una chiesa a croce latina con volte a crociera, affiancata da un’alta torre campanaria, cui si giustappone, dall’altro lato del complesso un’altra torre i cui fini erano solo difensivi. I ruderi, un tempo non troppo lontano coperti da una macchia intricata, sono stati portati alla luce e resi leggibili dai visitatori con una cartellonistica che, con un semplice codice informatico, può essere captata dal vostro smartphone, che diverrà la vostra guida. Il luogo è estremamente suggestivo e chi ha una macchina fotografica si potrà sbizzarrire a immortalarne i minimi particolari. L’Abbazia fu abbandonata intorno alla metà dl ‘400, quando ancora era possedimento della Repubblica di Siena, e intorno a queste colline vi erano solo macchie selvagge e paludi malariche, frequentate per di più da briganti.

Da questo luogo si dipartono due vie: una si mantiene più o meno sul crinale delle alture, l’altra scende ripida verso la costa, nella zona dove sorgono ancora le torri di avvistamento erette contro i pirati saraceni, le cui scorrerie tormentarono per un millennio le coste e le isole dell’arcipelago toscano.

Chi ama i panorami mozzafiato percorrerà, come noi, quest’ultima, che attraversa la macchia. Questa impedirebbe la visuale, ma il Parco ha intelligentemente innalzato un paio di piazzole sospese, dalle quali ci si affaccia per rimanere incantati a osservare: l’isola del Giglio si staglia proprio di fronte, più lontano l’inconfondibile sagoma di Montecristo e il profilo dell’Elba.

All’orizzonte, se è limpido, sono visibili le montagne della Corsica.

A sinistra, le aspre scogliere e i ripidi versanti dei monti dell’Uccellina coperti dalla macchia, interrotta dalla sola, remota spiaggia di Cala di Forno, e più oltre ancora il promontorio dell’Argentario. A destra, la vasta pineta percorsa dal canale di bonifica lungo il quale è situato il sentiero che percorreremo tra poco, e la spiaggia quasi deserta fino a Marina di Alberese. Oltre, si intuiscono l’ampia foce dell’Ombrone Grossetano, e le Paludi della Trappola.

In Italia, pochi paesaggi costieri sono così belli e suggestivi!

La discesa termina nell’antico oliveto di Collelungo, sotto le cui piante plurisecolari consumiamo la colazione. Raggiungiamo la spiaggia: zona “franca”, raggiungibile senza biglietto camminando lungo il mare, e per questo la più frequentata.

Da qui, attraverso la pineta, ci dirigiamo lungo l’antico canale di bonifica verso la parte occidentale dei Monti dell’Uccellina, ricche di grotte dove sono state ritrovate tracce della presenza di popolazioni Paleolitiche che qui vivevano di caccia e di raccolta di frutti del bosco, come testimoniano ossa pertinenti a orsi, leoni, cervi, buoi primigeni e altri animali che ne costituivano le prede. Un breve ponticello immette, scavalcando il canale, in questo zona: ha il suggestivo nome di Ponte delle Tartarughe, in quanto il fosso è in genere ricco di testuggini palustri che qui stanno a prendere il sole, come da me constatato altre volte: ma oggi non se ne vede neppure una.

Viceversa, si levano in volo un airone bianco e uno cinerino, mentre dai prati vicini le vacche maremmane dalle lunghe corna osservano placide, lasciate libere al pascolo.

Nei loro pressi, spicca la presenza dei piccoli aironi guardabuoi, che approfittano delle zolle sollevate dai quadrupedi per cibarsi di insetti e vermi.

Ed ecco la sorpresa: mentre osserviamo il canale, dalla curva del sentiero sbuca, niente affatto preoccupata dalla nostra presenza, una bella volpacchiotta, che, invece di cambiare strada e noncurante delle nostre esclamazioni, mi passa accanto, si sofferma quasi esigendo un obolo alimentare, poi, visto che non abbiamo niente, se ne trotterella via. Però, da noi richiamata, si volta e si sofferma per la foto di rito.

Sapremo poi, proprio dalle foto che inviamo tramite Whatsapp a destra e a manca, che la simpatica visitatrice è molto nota nel giro dei frequentatori del Parco, per il suo comportamento sbarazzino.

Ugualmente senza pudore è una ghiandaia, che, quando raggiungiamo infine la strada asfaltata che taglia il Parco in direzione di Marina di Alberese, presidia la fermata del bus, in attesa di beccuzzare

briciole e altri residui dei turisti.

Oltre il nastro di asfalto, un’altra strada, bianca, conduce diritta alla Foce dell’Ombrone, costeggiando quelle che un tempo erano le Saline di San Paolo, attraverso un territorio profondamente modificato nei secoli dalle opere di bonifica come anche dalla progressiva erosione della costa da parte del mare. Parallelo al fiume corre il largo Canale essiccatore principale dell’Alberese, e il pensiero va all’impegno che, prima i Granduchi di Lorena, poi il Regno d’Italia mise nel prosciugare le paludi per destinarle all’agricoltura. Un’opera socialmente utilissima, che oggi però, in un mondo impegnato a tutelare gli ultimi lembi di zone palustri, ricchi di biodiversità, appare per quello che è: un intervento dell’uomo nell’interesse di se stesso, ma contrario agli equilibri naturali.

Siamo al termine del nostro itinerario: il tempo di affacciarci a una struttura di osservazione dell’avifauna situata lungo il fiume, e di constatare come di volatili oggi ce ne siano veramente pochi, a parte i soliti gabbiani, e la giornata è veramente finita… ultimi chilometri per tornare alla fermata del bus, e poi via, ci aspettano una doccia e una squisita cena maremmana…

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CC BY-NC-ND 4.0 Toscana by www.italiauomoambiente.it is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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