Le balze del Valdarno

a cura di Gianni Marucelli

La strada dei Setteponti – che un tempo si chiamava Cassia Vetus, ossia Cassia Vecchia – corre lungo le suggestive pendici del massiccio del Pratomagno, che divide il Casentino dal Valdarno superiore. Ci troviamo in provincia di Arezzo, e sotto di noi si apre la vallata percorsa dall’Arno, nel tratto che, dalla città di origini etrusche, porta a Pontassieve e quindi a Firenze.

È un itinerario antichissimo, già tracciato dagli Etruschi e quindi sistemato dai Romani, che permetteva di evitare il fondovalle paludoso e infido. Un fondovalle che, nel Pliocene, era coperto da un grande lago, i cui detriti, quando esso è lentamente scomparso, sono stati solcati dal Fiume Arno e dai suoi affluenti.

Questi materiali sono stati erosi ed hanno lasciato, sul margine orientale della valle, un altopiano che è situato oggi a circa 400 mt. di altezza. Ameno, famoso per i suoi oliveti, l’altopiano ospita centri abitati di antica origine: da Reggello a Pian di Sco, a Castelfranco di Sopra, a Loro Ciuffenna (di fondazione etrusca) a San Giustino, fino a Castiglion Fibocchi, alle porte di Arezzo, tutti collegati tra loro, appunto, dalla via dei Setteponti.

La zona immediatamente sottostante, geologicamente formata da strati argillosi cui si sono sovrapposti sedimenti fluvio-lacustri di sassi e sabbie, facilmente permeabili, è stata dilavata dalle acque meteoriche e da quelle correnti, e l’erosione ha creato un paesaggio di calanchi, in Toscana chiamati “balze”, veramente particolare.

Canyon profondamente incisi tra pareti scoscese, di color giallo-ocra, pinnacoli e guglie da cattedrale gotica, prati e coltivi che si alternano a macchie intricate e a boschetti di latifoglie, tra cui si insinuano le acque dei ruscelli, talora naturalmente solforose: uno spettacolo che si ammira appieno solo percorrendo a piedi i sentieri e le mulattiere che solcano la zona, che, essendo così friabile, ospita poche costruzioni umane.

Il percorso che, tra i molti, scegliamo oggi per il nostro itinerario parte da Castelfranco di Sopra, una delle terre novae volute dalla Repubblica di Firenze nel territorio valdarnese, a lungo conteso con la città di Arezzo.

Un cartello segnala la presenza dell’ANPIL (Area Naturale Protetta di Interesse Locale) delle Balze e ci indirizza all’inizio del sentiero, che scende velocemente dalla Setteponti verso il basso, introducendoci all’ambiente dei Calanchi. La primavera, si sente, è alle porte, e il biancospino fiorisce candido, mentre alcuni peschi rinselvatichiti formano macchie rosee nel folto degli arbusti che costeggiano il torrentello dell’Acqua Zolfina. Presto incrociamo la sorgente solforosa, dall’inconfondibile odore, mentre alla nostra destra appaiono le prime pareti giallo-ocra, alte forse una ventina di metri, che delimitano piccoli piani coltivati.

I rami ancora spogli delle latifoglie, in prevalenza roverelle, ma anche carpini e ornielli, consentono di intravedere altri particolari delle Balze, pinnacoli sottili che è facile prevedere possano crollare nel giro di qualche decennio, ma che ora ci indicano imperiosamente il cielo, che sta sgombrando le nubi fino a poco fa minacciose.

Ci fermiamo nei pressi di un agriturismo, sito in una posizione stupenda: un anfiteatro delimitato dai calanchi che, nella luce del mattino inoltrato, sembrano quasi delle Dolomiti in miniatura.

Tra la macchia che circonda il sentiero è facile riconosce, benché non sia fiorita, la rosa canina come la ginestra, il prugnolo e il pungitopo. Nel pieno della primavera appariranno i fiori del cisto e quelli del garofano selvatico, insieme a tanti altri, così come si moltiplicheranno i richiami degli uccelli di macchia, dallo scricciolo alla ballerina bianca, mentre torneranno a nidificare, nei fori delle pareti delle balze, i Gruccioni multicolori. La donnola, la faina, la volpe e altri piccoli predatori, insieme a uccelli rapaci come la civetta e l’allocco, s’incaricheranno di mettere a repentaglio i nidi, mentre i cinghiali continueranno ad aggirarsi in cerca di tuberi, lasciando chiare tracce sul terreno.

Saliamo ora il versante: qualche grotta scavata dall’uomo è ancora visitabile: serviva, un tempo, come riparo per gli attrezzi, o per gli animali da cortile, ma ha avuto ben altro uso durante l’ultima guerra, quando gli abitanti vi trovarono rifugio durante il passaggio del fronte e le razzie nazifasciste. D’improvviso, appaiono sopra di noi le costruzioni di Piantravigne, un paesino che porta nel nome la sua ubicazione, isolato su una cresta che divide due zone diverse delle Balze.

Usciamo alla breve pianura tra gli uliveti, nei pressi di un vecchio lavatoio ormai privo di acqua e di una Madonnina ai margini della strada.  Da qui, il panorama è aperto: a nord-ovest le vette del massiccio del Pratomagno, di fronte a noi, al di là delle Balze, il paese di Castelfranco da cui siamo partiti. Ci restano due o tre chilometri da percorrere, rientrando sulla strada asfaltata: ma il cammino è agevole perché pianeggiante e allietato da un sole davvero primaverile

Un itinerario piacevolissimo e per tutti, anche per chi non è abituato a camminare a lungo…

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CC BY-NC-ND 4.0 Le balze del Valdarno by www.italiauomoambiente.it is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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