Sardegna – Il castello della Fava a Posada

A cura di Gianni Marucelli

Gallerie fotografiche a cura di Gianni Marucelli e di Alberto Pestelli

Chi giunge in questo angolo della Sardegna, non lontano da uno dei porti più frequentati, quello di Olbia, ha modo di ammirare un panorama spettacolare, sulla pianura percorsa da due fiumi e sul mare, dall’alto della torre più alta di un antico castello. Parliamo di Posada e della sua rocca, detta il Castello della Fava in forza di un antico evento, probabilmente leggendario, ma chi può dirlo?

Insomma, all’inizio del 1300 la fortezza, cinta da tre cerchie di mura, fu posta sotto assedio dai Saraceni. Anche perché la conformazione del terreno, in gran parte palustre, non favoriva un assalto diretto, e quindi la scelta di far cadere per fame il castello poteva essere adeguata, purché agli assediati mancassero adeguate provviste per resistere fino all’arrivo di rinforzi. In effetti, la popolazione del borgo fu presto ridotta allo stremo, tuttavia i Saraceni non potevano saperlo e anch’essi, in quei luoghi per loro infidi, non dovevano passarsela molto bene. A qualcuno degli assediati venne infine una luminosa idea, che oggi archivieremmo sotto la voce “depistaggio”: con i pochi legumi rimasti, delle fave, rimpinzarono un piccione, che, dopo essere stato opportunamente e lievemente ferito a un’ala, fu lasciato libero. Il povero animale, subito stremato, cadde nelle mani degli assedianti, i quali, per metterlo arrosto, dovettero aprirlo: accortisi che aveva abbondantemente mangiato, I Saraceni dovettero così ragionare: ma se questi hanno ancora cibo per nutrire con tanta dovizia i loro piccioni, noi qui che ci restiamo a fare? Così, tolti gli ormeggi, ripresero il largo e scomparvero.

A noi sarebbe parso più giusto intitolare il Castello al piccione, anziché alla fava: ma quando mai la Storia, e tanto più la leggenda, fu onesta con le vittime?

Ma torniamo ai luoghi, quali sono oggi. Posada in spagnolo vuol dir “stazione di posta” (in sardo, Pasada) e non stentiamo a credere che questo nome abbia avuto un senso, perché il borgo è situato là dove la strada piega a occidente, verso l’interno, in direzione di Nuoro e della costa opposta. La via più diretta verso sud è infatti aspra, occlusa dai Monti della Barbagia.

Anche il turista odierno, come noi, può farvi agevole tappa in uno dei tanti B&B, trovando anche ottimo pasto a base di pesce freschissimo a costi contenuti nei ristoranti locali. La parte più antica del borgo è abbarbicata intorno al colle che fu abitato fin dalla preistoria; le viuzze assai suggestive aprono scorci indimenticabili sul serpeggiare del Fiume Posada nella pianura alluvionale, e sulla costa bordata da dune sabbiose che qui stanno tentando in tutti i modi di ricostituire oltre che di preservare, consci che sono sede di vegetazione psammofila (mi scuso per il termine scientifico, ma esatto: amante della sabbia), tra cui i bianchi Gigli delle dune. Così, si cerca di difendere anche gli stagni costieri con la loro ricca avifauna.

Mentre camminiamo per le stradine, oggi abbastanza tranquille dopo il comprensibile affollamento estivo, ci colpiscono due particolari: un’antica dimora, il Palazzo delle Dame perché un tempo abitato da quattro ricche signore, oggi sede di un attivo Centro di Educazione Ambientale che opera con le scuole locali, e la via dedicata a Grazia Deledda, la grande scrittrice nuorese cui fu conferito negli anni Venti del secolo scorso il Nobel per la Letteratura. I muri della viuzza recano citazioni di grandi poeti, pannelli di ceramica su cui sono raffigurati gatti e cani con versi a loro dedicati. Uno ritrae la Deledda insieme a un bellissimo bracco, o segugio, non so bene… Si comincia a salire per raggiungere il mastio dell’antico castello, che è stato in parte ricostruito. Bisogna pagare un minimo di biglietto, ma ne vale davvero la pena, per lo spettacolo che si gode da quella che doveva essere la piazza d’armi, cinta dall’ultima serie di mura. Non crediate però che l’ascesa sia terminata: all’ingresso del torrione una guida vi indirizza ai piani superiori, dove dai pertugi delle finestrelle potrete scattare altre istantanee. All’ultimo piano, però, vi aspetta la prova più ardua: per una scaletta in ferro, verticale, bisogna infilarsi nel vano della botola che dà accesso alla sommità della torre. È necessario aver conservato un po’ d’agilità e di… magrezza, perché il vano è assai stretto. Da lassù, però, la vista a 360°, sulla costa e sulle aspre montagne a sud-ovest, lascia davvero senza fiato.

Infine, un ultimo enigma: i testi affermano che questo castello era in realtà poco difendibile (però, dico, su questo picco dirupato cinto da mura possenti, un pugno di uomini avrebbe potuto resistere per chi sa quanto e infliggere danni terribili, con pece bollente e altro, agli assalitori), mentre la guida ci ammonisce, per ben tre volte, ripetendocelo mentre ci allontaniamo, in aperta evidente polemica con la storiografia ufficiale, che il Castello della Fava non venne mai espugnato.

A chi dobbiamo credere?

Tutto sommato a lei, e al povero piccione…

Galleria fotografica di Gianni Marucelli

Galleria fotografica di Alberto Pestelli

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