Dove la Sardegna accarezza il Tramonto

di Alberto Pestelli

Qualche tempo fa postai un articolo tratto dalla nuova edizione di una mia silloge (la prima edizione è stata pubblicata anni fa) dal titolo “L’Isola di mia madre”. Parlai della Roccia dell’Elefante nel territorio di Castelsardo, un bellissimo paese sul mare dell’Anglona (sub-regione a nord dell’isola).

Già al momento della pubblicazione on line del brano avevo già deciso di postarne un altro entro breve, ma tra una storia e l’altra, ho sempre rimandato la faccenda perché non sapevo quale capitolo scegliere. Avevo intenzione di parlare di un luogo della parte occidentale della Sardegna… ma quale? Dovevo scegliere se parlare della grotta di Su Mannau, delle vecchie Miniere abbandonate a nord di Iglesias e di Masua e Porto Flavia… Tre luoghi magici. Quale dei tre?

Mi sono detto alla fine: o tutti o niente. Ho quindi assemblato i tre piccoli capitoli cercando di fare un lavoro godibile e simpatico. Andiamo a cominciare…

Laveria_Brassey,_Naracauli,_Ingurtosu. Wikipedia by Ezioman CC BY 2.0

Facciamo finta di aver appena visitato l’est dell’Isola e con un balzo, dopo aver sorvolato l’Ogliastra con i suoi spettacolari “Tacchi” di roccia, la Barbagia di Seulo e il Medio Campidano, di arrivare dalle parti dell’Arcuentu verso le località minerarie di Ingortosu, Montevecchio e Naracauli…

Naracauli… già! Mi torna in mente una canzone dei Nomadi. Non una delle più famose ma quella, a parer mio, più vera, toccante…

Il testo racconta grosso modo che nelle poche case ci sono, quando cala il sole, poche luci in una terra dove la miniera non vive più ed a smesso di produrre. Il minatore vorrebbe urlare ma ha stanca la voce. La gola è infiammata e il petto è continuamente messo a dura prova dai colpi di tosse a causa della silicosi. Il male di chi vive e ha vissuto per tutta la vita in una galleria buia, umida dove il pericolo si cela dietro ogni pietra estratta.

Ma non è solo all’interno della terra che si soffre. C’è rabbia nei boschi, sulla sabbia che brucia il mare.

Nelle osterie si cerca far fronte all’improvvisa povertà e si beve e si cantano inni antichi gettando acqua su quel fuoco che incendia ogni buon proposito, ogni speranza… anche il pastore non dorme afflitto dal pensiero del lavoro perduto e dal fantasma della fame che lo terrorizzava da piccolo.

Naracauli è una piccola e grande storia questa raccontata dalla poesia dei Nomadi. Versi che tutti dovreste leggerli e ascoltarli. Non posso inserire il suo testo in queste pagine per ovvi motivi di copyright. Cercatela e vivetela fino allo sfumare dell’ultima nota. Sono sicuro che comprenderete che cosa poteva significare vivere nella zona mineraria più famosa di tutta Italia: L’Iglesiente e il Sulcis.

1280px-Piscinas,_mine_trolleys_on_the_beach. Wikipedia by ezioman CC BY 2.0

In questo angolo di Sardegna, un tempo considerato il più povero, si sono consumate vite, generazioni intere di uomini all’interno di uno stretto budello scavato nella roccia dell’Isola estraendo carbone, rame, piombo e tanti altri minerali. Tutte miniere che hanno chiuso i battenti anche se c’è ancora qualcosa da estrarre. Purtroppo pare che non sia conveniente per le imprese riaprire i cancelli e scavare sotto terra. Potrebbe essere, invece, un’occasione per dare lavoro a tanta gente… ma vorranno i disoccupati seppellirsi nel cuore della madre terra? Una domanda oserei dire scontata a cui molti potrebbero rispondere con parole altrettanto scontate…

Resteranno, quindi, chiuse le vecchie miniere non solo del Sulcis-Iglesiente, ma anche tutte le altre sparse per tutta la Sardegna.

Rimangono in piedi le vecchi strutture. Alcune cadono letteralmente a pezzi. Altre sono state recuperate per farci musei dove come guide ci sono anche i vecchi minatori che non sono mai andati via dalla zona.

Allora seguitemi e andiamo a percorrere le… Strade rosse

Tortuose strade rosse

fiumi di rame

dalle miniere al mare

Il cervo dell’Arcuentu

le attraversava per ascoltare

dei minatori il canto

Dell’uomo ricordano

le facce stanche

all’uscita del pozzo

Dei suoni son rimaste tracce

arrugginite, abbandonate

tra gli schiaffi del vento

Scendono le strade sulle dune

per godersi la malinconia

del tramonto del tempo.

Grotta di Su Mannau – © Alberto Pestelli

Il tempo… il tempo! Pare che sia… no, è proprio l’argomento portante di questo viaggio per i sentieri più intimi dell’isola. Forse perché è terra geologicamente più antica del continente stesso ed ha da raccontare tanta più storia di qualunque altro luogo.

Per questo motivo ho deciso di portarvi qui, in questa valle vicino a Fluminimaggiore dove c’è una spettacolare grotta che io considero una delle grotte più belle della Sardegna meridionale.

L’antro si trova in una zona molto particolare. In parole povere fa parte di un grande teatro carsico che si è formato nel Cambriano.

Il suo ingresso si trova in posizione più elevata rispetto al centro di accoglienza e alla struttura di ristorazione e biglietteria.

Grotta di Su Mannau © Alberto Pestelli

Pertanto dobbiamo salire il pendio servendoci di un sentiero abbastanza agibile. Sicuramente, una volta all’ingresso, attenderemo il proprio turno per entrare. Non è possibile affollare la grotta. Ma vi assicuro che non aspetteremo molto… adesso schiocco le mie dita. Eccoci dentro.

La grotta di Su Mannau è composta da due parti principali che si trovano in due livelli diversi.

Pare che la lunghezza di tutta la grotta sia di ben otto chilometri. I due tronchi hanno avuto origine da due fiumi sotterranei: il Placido e il Rapido che formano laghetti e cascatelle suggestive.

Non tutta la grotta è visitabile ma sono convinto che un giorno lo sarà. Sempre che vengano superate le difficoltà soprattutto economiche… eh sì, perché tutto sta nel trovare i fondi necessari!

Quel che è possibile visitare è composta da molte sale impreziosite da concrezioni, da cristalli di aragonite, da stalattiti e stalagmiti. Alcune si sono fuse dando origine a colonne alte fino ad una quindicina di metri.

Ogni passo all’interno di Su Mannau – che in lingua significa il buio, o l’uomo nero – ci riserva una sorpresa.

Una emozione dietro l’altra. Un brivido dietro l’altro… beh, è normale anche d’estate perché qui dentro c’è un tasso di umidità che sommato alla temperatura costante di 16°C non è che sia una cosa esattamente simpatica. Quindi è meglio mangiare dopo altrimenti c’è il rischio che si blocchi la digestione.

Ma adesso bando alle ciance ed entriamo… Nel tempio del Tempo a Su Mannau

Calarsi nel buio

del tempio di roccia.

Una goccia cade

dalla volta del tempo

nel silenzio d’un laghetto.

Nascono cerchi perfetti,

eterno tuffarsi in libertà,

magia di millenni

prima di scivolare

nel vuoto d’una cascata.

Un guizzo veloce

impercettibile, impaurito

al mio lento sognare.

Un proteo fugge…

cerca la luce

nel ventre della madre.

Grotta di su Mannau © Alberto Pestelli

La madre ha un grande ventre. Ne visiteremo un altro angolo tra qualche attimo. Il tempo di arrivare a Buggerru.

Ci fermeremo brevemente per ricordare l’eccidio avvenuto in questo paese che fu chiamato la La Petit Paris, ovvero la Piccola Parigi…

Buggerru © Alberto Pestelli

Ma perché fu chiamata proprio così? Perché la società mineraria era francese, ovvio, e i dirigenti si erano trasferiti a Buggerru creando un particolare ambiente culturale, appunto, transalpino.

Buggerru © Alberto Pestelli

Nel 1903 fu chiamato a dirigere il centro minerario un greco, Achille Georgiades. Costui inasprì le condizioni di lavoro dei minatori sardi che erano già molto critiche.

Gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti. Le condizioni di lavoro erano disumane e i lavoratori mal pagati.

Nel 1904 Georgiades inasprì ulteriormente il trattamento disumano nei confronti dei minatori. Quest’ultimi, che aveva costituito una fattispecie di sindacato, si rifiutarono di lavorare presentando richieste per un trattamento più umano alla società francese.

Georgiades chiamò l’esercito. Il 4 settembre del 1904 i militari passarono subito alle vie di fatto facendo fuoco sugli operai. Tre minatori furono uccisi e molti altri rimasero feriti.

Per l’eccidio di Buggerru fu fatto il primo sciopero generale in Italia…

Vorrei aggiungere altro. Qualcosa di improvvisato mentre scrivo questa nuova edizione per ricordare un avvenimento che sicuramente pochissime persone ricordano.

Eppure è storia della nostra terra. Storia che serve per non dimenticare ciò che abbiamo subito.

Ma Antonio Gramsci ci insegna che la Storia purtroppo non ha allievi… tutto viene dimenticato. Allora ho scritto questi pochi versi…

Se bastasse un verso o due,

Come se fossero dei fiori,

da portare alla polvere dei ricordi

sul sagrato del nostro passato,

vorrei scriverne mille e mille ancora

ogni giorno, anno dopo anno…

Forse, la storia potrà insegnare

A questi studenti svogliati la verità!

Buggerru © Alberto Pestelli

Sono versi semplici, come fiori di campo che nessuno degna di uno sguardo. Che nessuno mai coglierà…

Ma credo che adesso sia il caso di andare ad incontrare un altro vecchio minatore che sta seduto su di un gradino nei pressi di un porto molto particolare.

“Ma tu conosci sul serio un minatore?”, mi state domandando.

“Sì, certo che lo conosco…”. È un mio personaggio. Frutto della mia e della vostra fantasia. Lo sento talmente vero che immagino pure i colpi di tosse causati da anni di esposizione al biossido di silicio.

Buggerru è alle spalle. Dopo aver transitato nei pressi di Cala Domestica, scenderemo a Masua.

Masua © Alberto Pestelli

È un vecchio centro minerario ormai abbandonato.

Mi domandate che cos’ha di caratteristico. Un porto. Ma non uno scalo marittimo come tutti conoscono. È qualcosa di molto particolare. Si trova sotto una falesia proprio di fronte al famoso Pan di Zucchero dove spunta una galleria della miniera.

Le navi si accostavano alla falesia e caricavano il materiale che veniva dalla galleria.

Masua © Alberto Pestelli

Questo scalo ha il nome di una donna… porto Flavia. Forza, seguitemi che proprio da lì vi farò ammirare uno spettacolare… Tramonto sul porto

 

Di quella scogliera

conosco i colori d’agosto

le onde lievi

che si rincorrono

e accarezzano i suoi piedi

Di Nebida conservo,

all’alba del mio scoprire il mondo,

le case colorate

di minatori smessi

sotto l’occhio di pietra

della montagna assorta

alla magia del mare

E poco più in la Masua

che del suo porto

è rimasto impresso

solo il nome d’una donna

ricordo d’un malinconico vecchio

che visse nel ventre

dell’antica madre

Siede sui gradini alla spiaggia

E osserva…

Dal Pan di Zucchero

sorge al tramonto il sole

Si colora in rosso

il cuore della roccia.

Galleria Fotografica

© Alberto Pestelli

Testo e galleria fotografica di Alberto Pestelli

L’Isola di mia Madre © Copyright 2008 Alberto Pestelli – Prima Edizione www.ilmiolibro.it

L’Isola di mia Madre © Tutti i diritti riservati all’autore – Prima Edizione digitale 2014 www.youcanprint.it – Codice ISBN: 9788891174468 – Qualsiasi tentativo di utilizzo senza l’approvazione dell’autore sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941

L’uso gratuito del testo in questo articolo e delle fotografie a favore della rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” è stato autorizzato dall’autore della Silloge sopra citata che è l’autore stesso del lavoro letterario in questione.

Alberto Pestelli

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CC BY-NC-ND 4.0 Dove la Sardegna accarezza il Tramonto by www.italiauomoambiente.it is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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