Al traverso…

Di Federico Soffici

Quasi una lettera scritta con l’inchiostro fatto di acqua di mare e olio di scarto di sentina e in po’ di nausea.

 

Al traverso

Quante volte abbiamo avuto il vento al traverso.

Quante volte abbiamo sentito le vele tirate come pelli di tamburo quasi gemere dal dolore provocato dal vento, è come una pedata nella schiena data con un calcio cattivo inaspettato.

Quante volte abbiamo serrato le cime, spinte sotto raffiche che ci hanno permesso pero’ di cavalcare le feroci spume d’acqua , come antichi cavalieri ubriachi ed impazziti di gioia.

Bestemmiatori forti, amici di scaricatori portuali, controllori alle merci sverginati dalle balle di cotone rotte in stiva. Non ti avevo mai visto pregare, sapevo che lo facevi di nascosto, ma così forte era la prima volta che ti osservavo come un fedele dalle mani indurite e giunte. Quel tuo parlare a voce alta verso la Divinità era a dir poco imbarazzante. L’imprecare, il conversare con il Padrone di ogni cosa, era strano, simbolico, percepivo qualcosa di mitico, storico, antico. Vederti così spinto dalla Fede o meglio dalla paura, mi prese al cuore un tuffo, mi bloccai come congelato. Tiravi le cime, e pregavi, avevi uno sguardo di sfida. Ma quando imprecasti verso il fratello del tuo Dio scandendo bene il suo nome , mi si mossero le sopracciglia, stavi pregando Poseidon e bestemmiando Zeus, e già; il tuo Padrone… il nostro Padrone assoluto, potente quanto Giove stesso, feroce e vorace, capace di far girare gli scafi tre volte come disse Dante. Eri li con il tuo cappello grondante acqua, con le cime tese, le vele in preda al terrore in compagnia del tuo Signore urlante. Tra bestemmie e preghiere, urla, parolacce e lusinghe e promesse, tante promesse.

Nave al traverso

Dai, confessa, il mare in burrasca ti piaceva. Il mare in tempesta ti attirava, come il bianco che è attirato dal nero, come il bene che va naturalmente verso il male.

Confessa che quel vento che avevi storto , tempo prima ti era stato di poppa, che ti aveva spinto verso tutti i Sud diversi, quelli popolati di ali colorate, di palme e finti ombrelloni con l’odore di vaniglia e di mango maturo, dove camminare sulla sabbia, guardando il tramonto arancione è la cosa più bella che possa capitare ad un navigante, sempre se non ti prende il mal di terra.

E oggi ?

Ti ha, anzi, scusa ci spinge verso il largo. E dopo aver mollato rapidamente gli ormeggi, ci ha aiutato ad allontanarci dalla riva evitando il pericolo degli scogli scuri come l’inferno. È come se quel vento aiutasse una madre a partorire invece di un corpo, uno scafo lucido, teso e sicuro, dalle forme eleganti e femminili.

Quante volte abbiamo scherzato sul sesso delle navi e delle barche? Lavorando di fantasie erotiche parlavamo per ore delle forme dei culi di donne mitiche e degli scafi, mescolando linee e curve in un’insalata di mare profumata all’odore di lavanda dei nostri cassetti, e l’odore nauseante delle scarpe tolte dopo tre giorni e per non parlare delle ascelle degne di Ade e non dei suoi fratelli nobili. E raccontavamo a noi stessi : sono tutte femmine ma non donne, femmine ingorde, vogliose di mare e di uomini, e ti ricordi quando ho definito le navi, le barche con le vele a spazzare il mare: discinte baldracche orgogliose di fottersi le onde! Ti ricordi? La femmina ti tradisce, la donna no, le nostre donne ci aspettano silenziose e orgogliose e tristi, ma donne! E noi, a fare Hold Cleaning, ma non tradisci nessuno quando quando fai pulizia stive… lo svuotamento naturale dei doppi fondi… con con un’altra femmina, dietro una tendina lercia di una camera singola a basso costo vicino al porto, così fai prima a tornare a bordo, non puoi di farti la doccia, troppo poco tempo prima che salpano le ancore. Ti ricordi quando alla fonda di fronte Nuhu Hiva, le piroghe arrivavano insieme ai canti polinesiani, cariche di femmine e di frutta tropicale. Quelle soste erano giovani, senza pensieri, il cielo il mare e i seni piccoli come coppe gelato ci facevano vivere a mille e a respirare a diecimila. Non mi ricordo più se era a Samoa o a Tonga, rimasi per quasi un giorno intero sulla spiaggia dietro i cespugli di fiori di Lei profumati di sesso giovane e per niente sporco anzi. E al ritorno ti ho ritrovato che avevi nei capelli ancora paglia e conchiglie. A ridere come matti a mostrarci reciprocamente con orgoglio il pacco, possedevamo la Terra il Cielo, magari Poseidone ancora no, ma navigavamo tra legnami e olio combustibile in bidoni e corpi femminili figli delle ninfe di Oceano.

Nuku hiva

Quel vento amico, ci accompagnerà un giorno verso l’orizzonte a confonderci tra cielo e terra. Dove la burrasca termina e dove l’imbuto dei destini attende i vecchi e nuovi Ulisse. Per ora il tuo incazzato Poseidone ci strapazza come coralli rotti.

Il soffiare, che improvvisamente si calmerà e che ci permetterà di riempire la nostra fame con un po’ di tonno in scatola e pomodori, tra due fette di pane. Così, sereni, con il gomito a gomito, a dare morsi felici e bere birre veloci, a sparare cazzate sul Mondo che è vicino a noi ma lontano, estraneo: la politica, il traffico, le banche, ma cosa sono?

Quella terribile onda anomala che iniziò poco sopra Good Hope, e che ci prese di poppa alle 15 del pomeriggio. Preparati si, pronti si, ma quando arrivò tremarono lo stesso le giunture della nave, i miei femori si mossero nei muscoli , sentii che quel grand bastardo di Poseidon era veramente incazzato con tutti gli uomini, l’onda arrivò annunciata, cattiva, feroce e potente alta e mostruosa, si abbattè con estrema violenza su di noi, e per fortuna che il Comando aveva messo la nave con la prua a Nord Ovest, così ci prese da Sud Est, passandoci sopra con tutti i nervi scoperti del tuo Dio. Spazzò tutto, non rimase un cazzo sul ponte, i due scaladroni divelti, le torrette, gli idranti, e il carico sul ponte di camion Tir olandesi… tutto a mare, mi venne in mente una vomitata al contrario, il mostro si era preso in meno di un minuto tutto quello che poteva strappare dai fianchi, dal ponte, da noi. Sì… confesso quel pomeriggio ho pregato e in cabina da solo non visto dagli altri, mi sono messo a piangere, credo paura, il pensiero dei cari a terra, mi sono seduto sul bordo del letto e finalmente le lacrime uscirono, e uscirono per qualche minuto.

Capo di Buona Speranza

Sai la morte non mi spaventa, forse il dolore, ma quello che mi fece paura fu la fragilità, sentirmi un pezzetto di vetro o di corallo in mano ad un gorilla dal dorso argento. Per due giorni, fu stilato l’inventario dei danni, minuzioso elenco di oggetti materiali morti, e quando il terzo ufficiale ci disse: e adesso sentiamo i vostri danni… fragilità e inutilità di questo mestiere?

E ora? Quel mare che è in burrasca, prima o poi bastardo, si calmerà. Te lo giuro, te lo prometto magari puntando i miei occhi inferociti verso lo sguardo cattivo del tuo Poseidone.

Come figlio di un mare blu qualunque, ti chiedo solo di metterti al riparo dal traverso per un po’: vai a prendere le carte e guarda la rotta per una una baia larga, protetta e sicura. Punta la prua verso il ventre marino liscio e accogliente.

Sai… ve ne sono a centinaia, nascoste nei colorati portolani giù in saletta. Sono tutti messi in ordine di data nella libreria di bordo. Lasciati anche accogliere dal tepore della saletta, metti il bollitore dell’acqua sul fornello a sospensioni cardaniche, prepariamoci il the alla menta, imbardate permettendo, godiamoci il caldo nella pancia.

Basta aspettare, tendere le cime, cazzare di più ed aspettare che passi la burrasca. Timone fermo tra le mani, lo sai! Non ti innervosire, il tuo Dio non ti ascolta.

Durante questa navigazione difficile, io posso stare anche tra la cambusa e la saletta, e quando scenderai giù, sotto coperta, ti toglierai il vento dai capelli, strofinererai gli occhi brucianti e ti siederai con me, altro navigante di mare e di vita, a mangiare pane e capperi o se preferisci i fagioli o i ceci in scatola tiepidi! Il tuo Dio non ti ascolta. Meglio il the, no meglio la birra. Ho chiuso l’oblò e tirato la tendina, la boccaporta serrata garantisce intimità e calore, ma qui rotola tutto, non puoi mica mettere qualcosa sul tavolino a scomparsa, vola a destra o a sinistra a secondo l’umore del tuo antico Dio.

Il mal di mare, terribile regalo del tuo cazzo di Poseidone, un volgare ascensore di nausea che sconvolge il petto e le natiche, ti obbliga a stare sdraiato o in piedi a vomitare quello che non c’è più, il nostromo, che veniva con le gallette in cabina e le acciughe salate da ingurgitare per poter prendere subito il turno di guardia… Ehi… guarda che devi pulire in terra, sul vomito si scivola, poi sono cazzi tuoi… e mentre salivo in plancia percorrendo la scala che da basso portava al comando, gli odori di scarpe, di sudore, di cambusa e frittata di ieri, il caffè, e l’acqua di colonia del terzo ufficiale Ukraino si rimescolavano come i miei tre quattro stomaci in tempesta, e un altro conato, e

Poseidon di Milo

ancora acqua verde, e via con il binocolo a guardare lontano. E, cazzo quando con un pollice nero per una martellata, la diarrea, la nausea, il prurito da eczema, il turno di notte, la nebbia, due maledetti tubi che mollarono l’imbragatura, tutto insieme, incrociai te e il piccolo di camera a poppa che vomitavate le anime del Purgatorio e ridevi e piangeva di paura il piccolo. Nessuno ci potrà mai rubare questi nostri ricordi nemmeno Zeus, Ade e Posidone messi insieme. Nessuno!

Ti prometto che la burrasca passerà, ti prometto anche che il vento al traverso, si sfiancherà di fatica fino a diventare una brezza marina, tropicale, profumata di costa thaitiana e ruffiana.

Mentre chiudo e serro meglio gli armadietti, il gemere dello scafo mi riporta con la mente alla Balena di Pinocchio, onde ondulate e respiro di fantasia. Ma il tuo Dio conosce Pinocchio?

Mi stendo in cuccetta, vestito di tutto punto anche il berretto di lana, gli scarponi antiscivolo, i guanti caldi… il maglione, la maglia a pelle, i calzini, pensa che far mettere i calzini a me vuol dire che il tuo Posidone è proprio incazzato nero, tiro sul il cappuccio, mi metto di fianco con la retina a bloccare una mia logica caduta all’indietro e…

E vedrai che nonostante tutto, il sonno verrà.

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