Segesta ovvero il Teatro ovvero io…

di Federico Soffici

Segesta ovvero il Teatro ovvero io e le recite, ovvero come emozionarsi senza far vedere di essere emozionato, ovvero costume o una tuta scura e una maglietta nera, ovvero la Grande Magia che mi ha avvilupato, io piccolo insignificante attore in Teatro Amatori.

Quando i turisti prendono l’ultimo autobus ti regali un po’ di solitudine. Teatro di Segesta, in alto su di una collina montagnosa. Estate fonda alle 21, la sera si è spogliata degli abiti diurni per poter uscire all’aperto, discinta come una Dama notturna, e il caldo che accarezza ancora la faccia. Non c’è pericolo, si puo’ scendere a piedi camminando sulla strada che porta verso il parcheggio. È tutta in discesa. Questa sera ho anche la luna, si è messa il vestito buono. Il Teatro all’aperto di Segesta, è un luogo magico, dove già nel III secolo avanti Cristo una concezione nuova del Teatro viene messa in scena. Il Coro, l’hypocritès, ovvero l’attore, i corèuti che si tirano un po’ da parte a forma di semicerchio, lasciando l’altro terzo dello spazio per la tenda da cui l’attore esce a declamare la tragedia. Testi come Medea, importanti nuovi attuali anche oggi con la condizione della donna sempre in eterno conflitto con la giustizia umana. Nel silenzio rotto solo da leggeri sbuffi di vento siciliano prestando bene l’orecchio si possono sentire ancora le armonie del Dramma Greco o dell Tragedia. L’anfiteatro di Segesta è costruito a nord, verso il Golfo di Castellammare, sfrutta come scenografia lo splendido panorama del mare e delle colline a perdita d’occhio. Con un fondale degno di un Presepe Napoletano. Che gusto nel sentire il sapore dolciastro della Storia che ti si scioglie in bocca come una caramella al miele.

Teatro : dove sei tu ma nelle vesti di un altro e quell’altro puo’ dire la verità di Euripide alle genti di oggi. Che bella la libertà di raccontare quello che non ti piace. Piangere è più difficile che ridere, usi meno muscoli facciali, ma attenzione devi scavare non nell’intimo dei ricordi, ma devi cercare nelle emozioni, nella commozione, magari ricordando una canzone, un brano di Mahler, una poesia e il gioco è fatto; Cechov, il suo Lopachin, che si riscatta verso gli inutili del mondo, lui povero che compra la villa più bella del mondo circondata dai ciliegi. Sei vestito con un gilet chiaro e con un mazzo di chiavi in mano.

Dopo aver dato un ultimo sguardo al teatro di Segesta inondato da una luce lattea azzurrina, come Dio comanda, mi metto alle spalle quel luogo e scendo. Alla memoria riaffiora il personaggio di Tennessee Williams che urla “la casa è di chi è padrone… e che, chi è padrone puo’ fare quello che gli pare” aggredendo la vecchia zia della moglie, il testo è nei Blues: atti unici scritti da un americano che più europeo di cosi’ si muore… crudi come una lama di rasoio, moderni, iper moderni. Archie Lee mi fa compagnia ei suoi doppi chi che, fino a che ruzzola e da’ posto a Grigorin de il Gabbiano, o a l’Uomo di Pirandello. Quanta gente, una folla di personaggi che mi hanno regalato il vero Teatro. Non ho più l’età per recitare Arlecchino, serve un atleta, sciolto giovane e casinaro di animo ma deciso e serio nell’interpretare il furbo personaggio a colori. Una volta a scuola di Libera Interpretazione ho indossato la maschera di Arlecchino, di cuoio, lavorata dal sudore degli altri. Consiglio a tanti di indossare una maschera della Commedia dell’Arte… si entra nello spazio infinito, viaggi nel corpo e nel tempo.

Il Teatro Elisabettiano era a ferro di cavallo a cielo aperto, il Teatro della Scala a Milano è per l’Opera, ma il Piccolo è per Pirandello, l’Eliseo di Roma: quante lacrime uscirono quando Edoardo annunciò il suo ritiro dalle scene. Te piace o’ Presepio????… e giù a piangere sul serio. Come spettatore ho pianto per Eduardo, e ho pianto pesantemente guardando di sguincio in una sala da concerto, dove la musica va a Teatro: Claudio Abbado dirigere Tchaikovsky, soffrire con lui e per lui.

Alla seconda curva della strada notturan, appare maestoso il Tempio di Segesta, prezioso padrone dell’intera area archeologica, tutto il territorio di Calatafimi racconta la sua commedia con gli attori dalle camicie rosse o da un coro delle Troiane. È notte, silenzio possente, lo scalpiccio dei miei passi è musica come la voce in falsetto del querulo personaggio maschile, pedante e ebreo colto di sinistra di Woody Allen in “Io e Annie”. Mi viene da ridere, quando ero in scena a recitarlo: guai a ridere, guai alla ridarola, o peggio alla grattatina, all’aggiustatina del ciuffo di capelli, o alla leggera stropicciata dell’occhio, o… orrore alla sistemata sul culo delle mutande… tutta roba da teatranti, invece la dura scuola ti obbliga a muoverti pochissimo, ad essere misurato nelle pose, guai alla posa, deve essere naturale, si ebbene mi è capitato di essere il Duca di Borgogna, attraverso sforzi inauditi rimanere fermo, con il diaframma a mille, con le maledette mani che non sai mai dove metterle, sempre con lo sguardo nobile, fiero e da padrone. Il contrario esatto di Demetrio in “Sogno di una notte di mezza estate” che semi spogliato e scalzo corre e scappa inseguito da Elena che vuole letteralmente farselo, su di una zolla di erba. Che esperienza, che meraviglia. Mani e piedi di un attore toccano la terra, la madre terra, è un segno di nascita di radici, dal terreno, verso il terreno nasce e muore l’energia del Teatro, un qualcosa che gli antichi ci hanno lasciato in eredità.

Spesso, molto spesso si recita a piedi nudi, io non mi sento comodo con le scarpe in Cechov, o Ibsen, preferisco Max Aub e i sui delitti esemplari.

Durante alcune lezioni, nel ripasso di Voci e atteggiamenti, Capitan Fracassa, roboante e onomatopeico personaggio presuntuoso con la voce grave, e i passi in iperbole, un fantoccio parlante, se non sei scalzo, non ti viene da dire “ingurgito vipere e serpente” con la voce roca, bassa, grave, graffiata e con tono e volume alto.

E come si pronuncia il numero tre? La è aperta; la é chiusa; la ò aperta; la ó chiusa; la i …etc. Se sei di Milano, Torino, Verona, pronunci trè (aperta) , se sei di Roma pronunci tré (chiusa). Il Sud le e sono aperte e Nord e Sud si ricongiungono nel dramma della cattiva pronuncia teatrale.

Zucchero è con la zeta dolce come: zucchero, zucca, zucchina, zuccotto, zinco, zoccolo, zecca, mentre la zeta dura aspra italiana e per : pazzia, dizione, razzia, agenzia, polizia, pulizia, vizio, tizio, razionale, anziano, divorzio, grazia, grazie, dazio, strazio, malizia, Lucrezia, ozio, astuzia…

Mancano ancora qualche centinaio di metri prima di arrivare alla macchina al parcheggio, approfitto e ripeto mentalmente e a voce bassa scandendo con i passi il suono della mia voce con un monologo di Aub, fra tre mesi saremo in scena, porca miseria, il testo devo saperlo a manetta, poi mettero’ il carattere, poi mi divertirò a giocare con la voce. Gira ancora qualche turista nel parcheggio, spaventato qualcuno mi guarda con aria sospetta : uno che parla da solo raccontando di caffellatte che gira e gira e gira e rigira…

Poi… poi, e sono arrivato all’auto. Il motore ronza silenziosamente, i fari nella notte sono ad indicare la strada del ritorno.

Guido meccanicamente nella testa però risuona: Ipocrita – Falso, che finge… Etimo dal greco: (ypo) sotto e (krinein) spiegare. Nell’antica Grecia l’ypokrites era l’attore, colui che fingeva. Ma giuro, quando fingo non fingo per niente, non sono un ipocrita di carattere, sono uno studente Hypokrites, tutto qua !

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