TRENTINO: LA CHIESETTA DI PEGAIA, PICCOLO GIOIELLO IN MEZZO AI PRATI

Di Gianni Marucelli

Altre volte abbiamo condotto i nostri lettori nella magnifica Val di Pejo, che si dirama verso nord dalla più vasta Val di Sole. Ci troviamo nella parte trentina del Parco Nazionale dello Stelvio, la più grande area protetta italiana, che, purtroppo, come alcuni ricorderanno, ha subito di recente una incredibile quanto inaccettabile suddivisione amministrativa tra le province di Trento, Sondrio e Bolzano.

Ma, lasciando da parte le polemiche, vorremmo presentarvi una piccola ma antichissima chiesa, che sorge isolata poco oltre il paese di Cogolo, oggi il maggior centro urbano della valle.

Nonostante l’edilizia residenziale e turistica, che ha di molto ridotto l’estensione dei prati nel fondovalle, l’edificio sorge ancora, isolato, in mezzo al verde, lungo la strada carrozzabile che conduce ai 2000 metri di Malga Mare, dove inizia il sentiero per il Rifugio Larcher e il ghiacciaio (o quel che ne resta) del Cevedale.

Qui, quasi sei secoli or sono, nel 1431, sorgeva un villaggio, che aveva nome Pegaia, i cui abitanti erano probabilmente dei minatori. Il paese fu distrutto da un disastro, provocato da una frana o valanga caduta dal versante del Monte Vioz, su cui sorge l’attuale abitato di Pejo. Pare che si salvasse solo una cappella, che nei decenni successivi fu ricostruita e ampliata, fino a che, nell’agosto del 1512, fu solennemente consacrata e dedicata ai Santi Bartolomeo, Paolo e Tommaso.

L’attuale chiesetta di Pegaia, orientata secondo l’asse est-ovest, è stata in seguito più volte restaurata. Presso di essa sorgeva, circondato a un muretto di pietre, l’antico cimitero, anche se i defunti della vicina Cogolo trovavano il loro eterno riposo presso la più ampia parrocchiale del paese.

Ma il culto dei morti di Pegaia non si è mai spento, tanto che da qualche anno il luogo di sepoltura è stato rinnovato e ampliato. Per la verità, ha perduto così molta della sua avita suggestione, anche se la piccola chiesa conserva tutto il suo fascino particolare.

L’esterno presenta numerosi affreschi risalenti all’epoca della ricostruzione; anche qui, come in altre località della valle, la figura di San Cristoforo, il santo viandante, campeggia in grandi dimensioni.

È probabile che il culto di questo Santo, sempre raffigurato col bordone in mano e il piccolo Gesù sulle spalle, vada ricollegato al fatto che la valle, fin da tempi remoti, era luogo di transito, lungo il cammino impervio che conduceva, tramite gli alti passi alpini, in Valfurva e in Val di Solda. E davvero i viaggiatori, per uscire indenni dall’avventura montana, aveva bisogno di un aiuto dal Cielo! Altre immagini, che affiancano quella di S. Cristoforo, sono quelle della Madonna in trono col Bambino e di S. Agostino in cattedra.

Si entra dal lato meridionale: l’interno è illuminato da una finestra a oculo che si apre nella zona del presbiterio, quella forse identificabile con la primitiva cappella. La volta è a crociera; una balaustra in legno separa il presbiterio dalla navata. Sulle pareti, alcuni affreschi dedicati ai tre santi cui l’edificio è dedicato, cui si aggiunge S. Antonio Abate: il dipinto è datato, in latino, “luglio 1513”.

L’altare, di legno intagliato e dorata, reca una pala rappresentante una Sacra Conversazione.

Lo spazio, semplice ma gradevole, molto silenzioso quest’ora che volge al tramonto, induce alla meditazione e, per chi è credente, alla preghiera.

Nei prati qua fuori, all’alba e alle ultime luci del sole, spesso echeggiano i latrati dei caprioli al pascolo, così simili a quelli dei cani. Al mattino presto, presso la vetta del Vioz (mt. 3645) volteggia l’aquila reale e, da alcuni anni, anche il grande Avvoltoio degli Agnelli, reintrodotto sulle Alpi dopo quasi un secolo.

I corvi reali intrecciano i loro voli, il torrente Noce scorre portando l’acqua dei ghiacciai, tra i larici e gli abeti…

E i morti, qui, riposano davvero in pace.

 

 

 

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli

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