LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E CITTADINANZA

Il caro amico e collaboratore Carlo Menzinger di Preussenthal ci invia un interessantissimo articolo sul Reddito di Cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Crediamo quindi che sia giustissimo fare un po’ di chiarezza su questo concetto, al centro ultimamente di tante polemiche

 

LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E CITTADINANZA

 

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È UN SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE

Un articolo di Carlo Menzinger di Preussenthal

In questi giorni il dibattito politico è caduto sul reddito di cittadinanza, un concetto nuovissimo sul quale, per ignoranza o per malafede, sono state fatte circolare informazioni sbagliate e devianti. In un senso e nell’altro: “Un argine contro la povertà secondo i suoi sostenitori, un sussidio a pioggia che non è destinato a risolvere il tema della scarsa occupazione per i suoi detrattori.” (www.repubblica.it). Ma, in nessuno dei due casi stiamo parlando davvero del reddito di cittadinanza ma di un reddito minimo o, addirittura, di un sussidio di disoccupazione, concetto che di nuovo a ben poco.

In Europa si parla più facilmente di reddito minimo garantito per distinguerlo dal reddito di cittadinanza, che è invece un contributo universale concesso indipendentemente dal reddito e dalla disponibilità o meno a lavorare.” (www.repubblica.it).

Il presunto reddito di cittadinanza di cui parlano (o “sparlano”) ii politici italiani in questi giorni è, nei fatti, una forma di reddito minimo garantito, confuso a sua volta con il sussidio disoccupazione… Non è quindi, in alcun modo, il reddito di cittadinanza! Infatti, ai possibili beneficiari verrebbe richiesto di iscriversi ai centri per l’impiego, il che è un assurdo, perché il reddito di cittadinanza dovrebbe, appunto, prescindere dal reddito e dallo stato di lavoratore o di disoccupato.

Che cosa intendiamo allora con reddito di cittadinanza?

Come indica il nome stesso, il reddito di cittadinanza (chiamato anche “reddito di base”, in inglese “basic income”) è un trasferimento monetario erogato dallo stato che viene ricevuto da tutti i cittadini, a prescindere da ogni altra considerazione. È un reddito, quindi, che spetta a qualcuno per il solo fatto di essere cittadino di un certo paese. La sua caratteristica è che viene erogato in assenza di qualsiasi altra condizione: ricchi e poveri, occupati e disoccupati, tutti i cittadini di uno stato che prevede il reddito di cittadinanza ricevono questo sussidio.” (www.ilpost.it)

Qualcosa del genere pare ci sia solo in Alaska, dove chiunque riceve 1.000-2.000 dollari l’anno (a seconda del periodo) senza distinzione di reddito, età o occupazione.

In Finlandia sono concessi 560 euro al mese a 2.000 disoccupati estratti a sorte. Lo riceverà anche chi trova lavoro. Siamo qui, però, più vicini a un sussidio, anche se si conserva dopo aver trovato lavoro, ma riguarda comunque una popolazione minima e non tutti i finlandesi (www.ilfattoquotidiano.it).

Poca cosa, invero, e ben lontano da un vero reddito di cittadinanza, che rimane concetto di pura speculazione, senza vere applicazioni pratiche.

Il reddito di cittadinanza potrebbe essere invece un concetto rivoluzionario, che affonda le sue radici, per l’appunto, nella più celebre delle rivoluzioni, quella francese del 1789-99. Chi non conosce, infatti, il suo celebre motto “Liberté, égalité, fraternité”? Ebbene, la politica, da allora si è molto concentrata sui concetti di libertà e uguaglianza (persino nelle ultime elezioni una formazione politica ha pensato di farvi riferimento, dimenticandosi però del terzo elemento del motto e chissà se non sia stato questo a portar loro sfortuna!). Il reddito di cui parliamo si rifà proprio al concetto di fratellanza. Il sussidio di disoccupazione, invece, si riallaccia a quelli di solidarietà e uguaglianza.

Perché oggi, dopo oltre due secoli, la fratellanza dovrebbe tornare di moda?

In realtà in quel termine, usato sul finire del XVIII secolo c’era una grande lungimiranza, che coglieva un’esigenza che si stava sviluppando con l’avvio di un processo che proprio ora comincia a rendersi più palese: la rivoluzione del lavoro. Stava partendo, infatti, la rivoluzione industriale, il modo di lavorare stava cambiando e il lavoro diveniva “un fattore di produzione”, ancor più che nell’epoca della prevalenza dell’agricoltura. I lavoratori si “vendevano” sul mercato, come schiavi mercenari, o, se preferite, vendevano il loro tempo, divenendo schiavi part-time. Il lavoratore agricolo era assoggettato ai tempi della natura (giorno e notte, alternarsi delle stagioni), ma non vendeva il suo tempo in pacchetti orari, remunerati con salari e stipendi.

Con la rivoluzione industriale, prima, con quella elettronica e informatica poi, il lavoro, inoltre, progressivamente perdeva spazi e valore, perché il lavoro umano poteva essere sostituito dal lavoro meccanico. E i cittadini, i lavoratori che cosa guadagnavano in tutto ciò? Dire nulla sarebbe sbagliato, ma credo si possa dire che ci hanno guadagnato poco, rispetto al progresso che abbiamo avuto. Alcuni di loro, i così detti capitalisti, beneficiavano dell’automazione grazie ai minori costi di produzione che si trasformavano in maggiori guadagni. Contemporaneamente, però, la società si è evoluta e sviluppata, maggiori quantità di denaro sono entrate in circolazione. I “ceti inferiori” oggi hanno servizi e beni impensabili un tempo. La società offre loro scuole, ospedali, cure mediche, strade, infrastrutture, pensioni… Tutto questo serve a far beneficiare i cittadini, tutti i cittadini, del progresso che si è ottenuto grazie, anche, al lavoro dei loro antenati e di loro stessi. Il reddito di cittadinanza è qualcosa di simile. Qualcosa che si aggiunge a ciò che lo Stato dà a tutti i suoi cittadini.

Credo che possa aiutare immaginare lo Stato come una famiglia. Se si fa parte di una famiglia, questa mette a disposizione di tutti i suoi membri, a prescindere da età, stato di occupazione, salute o reddito prodotto, una casa in cui abitare, cibo e assistenza per ogni genere di situazione. Se la famiglia è ricca, offrirà di più. Se la famiglia è povera, offrirà di meno. Non chiederà però (di norma) ai bambini o ai vecchi di lavorare. Una famiglia povera offrirà lo stretto indispensabile. Una famiglia ricca pagherà le vacanze, i corsi di lingua o di sport ai figli, bei vestiti, giocattoli, elettrodomestici, la badante ai genitori anziani. Che diritto hanno costoro a ricevere tutto questo? Il loro forse non è neanche un diritto. Nasce dal fare parte di una comunità.

Se apparteniamo a una comunità più ampia, questo non può funzionare? Di sicuro è più difficile e non ci sono i legami di sangue e amore a rendere tutto più semplice, ma uno Stato è una comunità in cui i membri si riconoscono. Se si riconoscono in quella comunità, dovrebbero accettare di condividere con gli altri cittadini qualcosa. E già lo facciamo! Lo facciamo con tutto quello che chiamiamo welfare, con i servizi e le infrastrutture che la comunità offre ai suoi membri.

Perché il reddito di cittadinanza potrebbe diventare un diritto come la libertà e l’uguaglianza? Perché il benessere della comunità non nasce oggi all’improvviso, ma è il frutto del lavoro e del capitale di tutti noi e di tutti coloro che ci hanno preceduto.

C’è però un problema. Per pagare un sussidio di disoccupazione basta guardare nei conti dello Stato e dire, come si sta facendo ora, okay, ci servono 15 miliardi o magari 30 miliardi. C’è la copertura di bilancio? Ovvero lo Stato si può permettere di pagare, ad alcune persone, per esempio 4 milioni di indigenti, 780 € al mese?

Invece, dare un reddito di cittadinanza, significativo, a tutti e un’altra cosa. L’Italia potrebbe permettersi di pagare € 1.000 al mese a 60.000.000 di abitanti? Non si tratterebbe solo di cercare dei fondi. Si tratterebbe di immaginare una società del tutto diversa, un modo di vivere diverso, un modo di rapportarci gli uni agli altri del tutto diverso.

Disporre di un reddito di cittadinanza significherebbe accrescere la capacità di consumo di tutti, avviando, forse, meccanismi virtuosi di sviluppo. Significherebbe però anche poter dire, a tutti, che possono lavorare un po’ meno, che 37 ore lavorative settimanali magari potrebbero diventare 30 senza per questo impoverirsi. Più tempo libero potrebbe essere dedicato a se stessi e, magari, a un po’ più di arte, di bellezza, di vita e di scambio sociale. Forse una parte potrebbe trasformarsi in risparmi per un minore uso di strutture pubbliche come asili o assistenza a infermi e anziani, avendo la gente più tempo e risorse da dedicare ai propri cari. Andrebbe ridefinito l’intero welfare. Le risorse dovrebbero trovare una diversa destinazione, trasformando una parte dei servizi in reddito individuale.

Il reddito di cittadinanza, quello vero, non quello taroccato di cui si parla per propaganda politica, sarebbe un cambiamento epocale. In un tempo in cui tutto sta diventando automatizzato, in cui tanti lavori scompaiono, si potrebbe davvero tutti lavorare meno e anche la disoccupazione si potrebbe ridurre.

Il reddito di cittadinanza è la risposta a un mondo in cui le macchine prendono il posto dei lavoratori. Chi deve beneficiare del lavoro delle macchine? Solo i proprietari di queste macchine? Chi le produce? Chi le vende? Certo anche loro, ma anche tutta la comunità. Non si tratta di togliere valore alla proprietà privata, si tratta di ridare valore all’uomo, proprio mentre il suo lavoro va sparendo, il suo valore come fattore produttivo si riduce.

Arrivare a un reddito di cittadinanza sarebbe possibile? Penso di sì, ma non oggi, non domani. Ci si potrà arrivare solo cambiando molte cose, per primo il modo di pensare, quindi il mondo in cui lo Stato trasforma le tasse in servizi. In realtà, andrebbe rivoluzionato anche il sistema fiscale. Che senso avrebbe chiedere pagare un reddito, se poi venisse ripreso sotto forma di tasse? Forse una forma di reddito di cittadinanza o un suo compendio potrebbe essere la riduzione della tassazione sul reddito. Oggi lo Stato prende soldi sui redditi, sulla proprietà e sui consumi. E se decidesse di prendere solo le imposte sui consumi? Si perderebbe del tutto il principio della proporzionalità dell’imposta o chi più guadagna e più spende non sarebbe tassato di più di chi meno ha e quindi meno potrebbe spendere? E il reddito di cittadinanza non potrebbe essere un modo per far spendere anche chi ora ha meno, trasformandoli in pagatori di imposte ma nel contempo attivando i consumi e con questi l’economia?

Difficile, molto difficile, perché sarebbe un cambiamento immane, ma non impossibile.

Il fatto che se ne parli è già un bel passo avanti.

Il mondo non deve essere come lo conosciamo. Può cambiare, come cerco di dimostrare anche con le mie ucronie, come con l’ultimo romanzo “Il sogno del ragno”, in cui descrivo un mondo in cui le cose funzionano in modo del tutto diverso da oggi. Mi rifaccio al mondo di Sparta, in cui i pasti e gli alloggi erano comuni, dati ai cittadini (che si definivano tra loro “Uguali”) per il solo fatto di appartenere a una comunità.

Peccato che un’idea tanto sconvolgente sia stata trasformata in una buffonata elettorale che ha ingannato e confuso le persone.

 

 

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