Marche, URBINO: Il Gran Palazzo del Duca Federico

Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

16) I tetti di Urbino

Sì, gli aquiloni! È questa una mattina


che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera


tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era


d’autunno ancora qualche mazzo rosso


di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso


saltava, e la lucertola il capino


mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino


ventoso: ognuno manda da una balza


la sua cometa per il ciel turchino.

Impossibile, per me che amo Giovanni Pascoli, non tornare con la mente a questo bellissimo poemetto, “L’aquilone”, imparato a memoria già alle scuole elementari e mai più dimenticato, avendo davanti agli occhi la collina su cui sorge quel capolavoro di città rinascimentale che è Urbino. E, a dire la verità, c’è anche il vento, che tiene sgombro il cielo autunnale e rende più netto il profilo dei colli marchigiani.

4) La facciata a logge del Palazzo

Mancano gli aquiloni; ma la giornata è perfetta per parcheggiare l’auto e salire a piedi per le larghe vie verso il cuore della cittadina. Ché è, indubbiamente, piazza della Repubblica, situata tra le due cime collinari su cui si estende l’abitato, dove sorgono il Duomo e il Palazzo Ducale.

Qui appare in tutta la sua evidenza l’inscindibile legame tra Urbino e quelli che furono i suoi Signori, i duchi di Montefeltro, che, con non pochi intervalli, vi dominarono per quasi mezzo millennio.

A destra la Cattedrale, che fu fatta costruire da Federico di Montefeltro, alla metà del 1500; è opera di Francesco di Giorgio e la sua edificazione richiese più di un secolo; completata con la costruzione di una cupola da Muzio Oddi nel 1605, fu semidistrutta da un terremoto nel 1789, poi ricostruita da un grande architetto neoclassicista, Giuseppe Valadier, negli anni successivi, nelle forme che ora ci appaiono.

Per il nostro tempo limitato, però, oggi ci accontentiamo del Palazzo Ducale, che al suo interno ospita uno delle più importanti collezioni d’arte del nostro Paese, e quindi dell’intero pianeta: la Galleria nazionale delle Marche.

1) Facciata marmorea del Duomo

Ma già in sé il Palazzo, che è definito da molti storici la prima dimora principesca del nostro Rinascimento, può essere considerato un capolavoro assoluto di architettura, anche se realizzato in diverse fasi successive. Il merito di averne commissionato la costruzione va, al solito, al massimo esponente storico della dinastia dei Montefeltro, quel Duca Federico che al suo tempo fu un insigne uomo d’arme, ma nel contempo un saggio statista e un mecenate, grande appassionato d’ogni arte. Insomma, un uomo del Rinascimento che volle che la sua capitale, pur piccola, rispecchiasse i massimi ideali dell’epoca sua.

Noi tutti, anche se magari non lo rammentiamo, abbiamo in un cassetto della mente l’effigie di questo grande condottiero e politico, quale lo dipinse, attorno al 1460, quel genio assoluto dell’arte che fu Piero della Francesca, nel doppio ritratto, suo e della moglie Battista Sforza, ora agli Uffizi di Firenze, ma che tuttavia per secoli fu ospitato nel Palazzo Ducale.

Federico vi appare di profilo, mostrando il lato sinistro del volto, l’unico che potesse essere ritratto perché nell’altro era evidente l’occhio cieco, che, come il naso rotto al vertice, costituiva il retaggio di un duro scontro durante un torneo cavalleresco. La berretta rossa e la veste di identico colore, priva di ornamenti, dànno al volto di Federico una nobiltà distaccata, che spicca sulla lontananza di un orizzonte di acque e montagne estremamente idealizzato.

Di concerto, la moglie Battista, da poco deceduta e in ricordo della quale forse fu commissionato il dipinto, appare anch’ella di profilo, con la carnagione pallida, qual era quella delle dame di lignaggio del tempo, che evitavano di esporsi ai raggi del sole…

17) Sala degli Arazzi

Federico dette l’incarico della costruzione del suo palazzo prima al fiorentino Maso di Bartolomeo, discepolo di Michelozzo e di Donatello, poi al dalmata Luciano Laurana, che ne realizzò buona parte, dando all’opera quella struttura armoniosa, tipicamente rinascimentale, che ancor oggi ne è il connotato più rilevante. Verso valle, l’edificio culmina nei “torricini”, divenuti poi uno dei simboli di Urbino, che insieme ai torrioni di cui fanno parte, racchiudono l’inconfondibile facciata contraddistinta da tre logge sovrapposte.

Peccato che l’illustre architetto lasciasse incompiuta la sua opera, allontanandosi dalla corte di Federico: fu poi sostituito da Francesco di Giorgio Martini, senese, non indegno del suo predecessore. Ma la morte del duca (1482) interruppe ancora una volta i lavori, che si conclusero solo alcuni decennio più tardi.

Spogliato di tutti i suoi capolavori quando Urbino, finita la dinastia dei Montefeltro e quindi quella dei Della Rovere, che erano loro succeduti, passò allo Stato pontificio – ma la maggior parte delle opere fu incamerata dal Granducato di Toscana per via ereditaria – il palazzo trovò nuova vita solo dopo l’unità d’Italia; dal 1883 ospitò la Galleria dell’Istituto d’Arte, divenuta ai primi del ‘900 Galleria Nazionale delle Marche.

7) La dolente Madonna col bimbo di Piero della Francesca

Chi entra oggi si sofferma ad ammirare lo splendido cortile interno, progettato dal Laurana, dove una iscrizione celebra le virtù, militari politiche e civili, del Duca Federico. Oggi, al centro è posta una modernissima scultura cromata, che, per una volta, non stona affatto con l’insieme, una struttura le cui immagini riflesse creano degli effetti sorprendenti.

Ma la visita della Galleria Nazionale richiede molto tempo, anche per un turista distratto. Infatti, oltre allo Studiolo del Duca, le cui pareti lignee intarsiate – su probabile disegno del Botticelli – sono un capolavoro dell’ebanisteria d’ogni tempo, sono presenti in questo museo gran parte degli autori più noti del Rinascimento.

La Sala delle udienze ospita una delle opere somme di Piero della Francesca, la “Flagellazione di Cristo”, straordinario studio prospettico dove si inseriscono le figure di una rappresentazione allegorica il cui significato reale, per l’epoca in cui fu dipinta, è stato al centro di un secolo di dispute tra gli storici. Nello stesso ambiente, la “Madonna di Senigallia”, dello stesso Piero, eccelsa riflessione sulla maternità e sul presagio della morte del Bambino.

Il secondo “focus” che vi proponiamo è il “Miracolo dell’ostia profanata”, di Paolo Uccello, una storia – oggi la definiremmo a strip – che il maestro fiorentino dipinse sulla predella realizzata da un grande pittore fiammingo, Giusto di Gand.

Il terzo è senz’altro la tavola rappresentante “La città ideale” del Rinascimento, summa delle aspirazioni estetiche, urbanistiche e prospettico-matematiche dell’epoca. Non è chiaro chi sia l’autore, ma certamente un artista eccezionale, forse Piero della Francesca, forse lo stesso architetto del Duca, Luciano Laurana.

12) Raffaello Sanzio, La Muta

Il quarto “focus” si accende su “La Muta” si Raffaello Sanzio, ed è come dire la bellezza assoluta.

Infine, last but not least, come dicono gli inglesi, ci soffermeremo ad ammirare una “Ultima cena” di Tiziano Vecellio, che è parte di uno stendardo processionale insieme a un’altra opera dello stesso autore, la “Resurrezione”.

Non ci siamo soffermati su tanti altri capolavori e su ambienti di grande pregio, come la Sala del Trono che Federico, le cui iniziali compaiono sul soffitto, sui camini e sulle porte, usò come salone per le feste. “F.C.” sta appunto per “Federicus Comes”, il Conte Federico, titolo nobiliare originale di questo grande personaggio.

Rispetto al passato, oggi c’è una grande novità, e noi, alla fine del giro, ne approfittiamo: sono aperti, dopo un lungo restauro, i “torricini”, le snelle guglie al cui interno una scala a chiocciola porta alla sommità del palazzo: da lassù, Urbino si apre ai nostri occhi, con il dolce paesaggio circostante. Una visione da togliere il fiato.

 

19) Uno dei Torricini “visto da vicino”

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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