NEVE, SILENZIO, ULULATI

Un ricordo eccezionale dell’etologo Duccio Berzi

Duccio Berzi è uno dei maggiori esperti circa il Lupo Appenninico. Quando ancora questo predatore era molto raro, più di venti anni fa, ne era molto difficile l’avvistamento, anche da parte degli etologi che vi si dedicavano. La magia di un incontro ravvicinato col Lupo è rievocata qui con molta sapienza ed efficacia.

È una mattina di metà gennaio del 1995, il tempo è sereno, ha nevicato da pochi giorni. Arrivo in auto fino all’inizio della strada forestale che sale ripida verso il crinale Appenninico. L’alba si è da poco dissolta e lungo la strada le impronte dei cervi, dei caprioli e dei cinghiali sono abbondanti. Non mi aspetto, purtroppo, di trovare delle tracce di lupo. Anche qui, infatti, come in tante zone del nostro Appennino, l’accoglienza nei suoi confronti non è stata delle migliori. L’anno precedente avevamo accertato la presenza di una coppia che, date le caratteristiche ecologiche della zona, aveva ottime possibilità di riprodursi. Ma una mattina di gennaio, un gruppo di cacciatori di cinghiale ci informò della presenza di un grosso canide rinvenuto morto in fondo ad un fosso non lontano da dove mi trovavo. Dopo qualche giorno di ricerche il corpo venne ritrovato. Era un bellissimo maschio di lupo appenninico puro, di circa un anno e mezzo, morto avvelenato. Si trattava purtroppo del maschio che formava la coppia appena stabilitasi. La femmina, dopo la scomparsa del compagno, rimase in zona per un certo periodo, ma poi le sue tracce si fecero sempre più difficili da incontrare, fin quando iniziammo a pensare che anche lei si fosse definitivamente allontanata. A settembre iniziammo a ritrovare delle tracce sospette. Si trattava di impronte di piccole dimensioni che sembravano appartenere più a cani che a lupi in tenera età. Qualcuno sosteneva di aver udito degli strani uggiolii provenienti da un fosso che scende incassato nella montagna verso il fondovalle del Mugello. Ma si trattava di segnalazioni troppo vaghe perché potessimo formulare delle ipotesi. Scendo di macchina, preparo gli sci con le pelli di foca e inizio a farli scivolare silenziosi sulla neve in direzione del crinale principale. È uno stradello forestale, percorso durante la stagione venatoria da molte auto di cacciatori e rappresenta per il lupo un’autostrada per gli spostamenti a lungo raggio durante i quali esplora le valli secondarie in cerca di ungulati da cacciare. Inaspettatamente incontro delle impronte nella neve fresca che appartengono ad un grosso canide. L’orma misura circa 10 centimetri e il passo, cioè la distanza tra le “pedate”, raggiunge quasi i 70 centimetri. Potrebbero essere state lasciate anche da un grosso cane come un Pastore Tedesco o un Pastore Maremmano, ma la traccia è molto rettilinea e lo scarto laterale tra le singole pedate è molto piccolo. Inoltre nel nostro Appennino è molto raro trovare cani rinselvatichiti o semplicemente cani randagi, specialmente in inverno. L’animale, lupo o cane che sia, è passato da pochi minuti, e il leggero vento tiepido che soffia da sud ancora non ne ha modificato le impronte.

Mentre inizio a ripensare a quegli strani uggiolii ascoltati ad agosto, provenienti da quella valle così vicina, mi accorgo che non si tratta di un solo animale: improvvisamente la traccia si “apre” e si capisce che appartiene ad un piccolo branco di almeno quattro animali. Camminano in fila indiana, con il dominante in testa al branco, l’uno nelle impronte dell’ altro. Giunti ad un valico il sentiero incontra una mulattiera che sale dai pascoli della Romagna. Il branco si è fermato lì per qualche istante, ha ispezionato la mulattiera e dopo aver marcato con gli escrementi un grosso ginepro coperto di neve, ha continuato a salire lungo il sentiero principale. Sono escrementi contenenti una gran quantità di peli e di ossa, lasciati in punti strategici, che corrispondono ai nostri avvisi di proprietà privata. L’analisi di queste “fatte” permette di determinare, tra le altre cose, l’alimentazione dei lupi. A differenza delle popolazioni più meridionali, è ormai accertato che sulle nostre montagne la dieta del lupo è basata quasi esclusivamente su ungulati selvatici e, per fortuna, gli animali domestici rappresentano meno del 5% degli animali predati. Continuo a salire lungo il sentiero con affanno crescente più per l’emozione che per la fatica, con la speranza di riuscire a vederli. Con gli sci da fondo-escursionismo, e un po’ di perizia, è possibile seguire le tracce dei lupi sui sentieri e sulle strade forestali, per chilometri e chilometri, in maniera molto silenziosa. È anche possibile individuare le zone di caccia del branco, osservare il loro comportamento con le prede e individuare carcasse fresche, ma in tre anni di ricerche, per la mia tesi in Scienze Forestali, non sono ancora riuscito ad incontrarli con questi attrezzi ai piedi. Il sentiero corre lungo il crinale principale, in direzione del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi. A differenza di quelle zone, qui ci troviamo ancora in un ambiente dove tutto è permesso. Spesso durante la ricerca, in stagioni insospettabili, abbiamo incontrato persone armate di fucile da caccia, la notte poi si sentono spesso spari di arma da fuoco e le moto da fuoristrada si inseguono di continuo lungo le mulattiere.

I boschi sono costituiti prevalentemente da cedui, tagliati selvaggiamente senza criteri selvicolturali. Ma la selvaggina è davvero abbondante. I caprioli sono presenti ormai da anni, i cinghiali pure ed il cervo è tornato a far sentire il proprio bramito nelle notti di fine settembre. Ad un tratto la traccia cambia direzione e scende lungo un ripidissimo fosso. Più lontano le acque di questo fosso si uniscono a quelle di altri piccoli corsi d’acqua per formare una grandiosa cascata, celebrata da Dante e meta estiva di tanti gitanti. La neve non tiene, il bosco è veramente troppo fitto e sono costretto ad abbandonare la traccia. I lupi sono vicini, sicuramente. Mi appoggio ad uno dei pochi grossi faggi, mi riposo un istante e provo a chiamarli. Il mio ululato non è dei migliori. Nonostante gli anni di esercizio, non riesco a tenere la nota per molti secondi. Ripenso a tutte le notti passate in questi boschi con amici e i compagni di studio appassionati a chiamare il lupo con il registratore per il wolf-howling. Ma ora è mattina, sono quasi le dieci, le aspettative sono a zero e quando sento la risposta quasi non credo alle mie orecchie. Sono quattro o cinque, si sente chiaramente la voce del maschio dominante, cupa e profonda, accompagnata e sostenuta da quella più acuta e dolce della compagna. Ci sono anche i cuccioli, avranno circa sette mesi, ancora non riescono ad ululare come gli adulti. Le loro voci si mischiano continuamente in uggiolii, brevi ululati e schiamazzi che fanno subito pensare ai giochi imparati nella tana. Sono vicini, sicuramente a meno di cento metri, ma nonostante i tentativi non riesco a vederli. Continuano ad ululare senza sosta; ora si sentono chiaramente i cuccioli fermi da una parte ed i genitori che si avvicinano lentamente verso di me. Mentre li ascolto contento come per aver fatto una grande scoperta mi auguro che la risposta termini subito per paura che qualcuno li possa individuare, che il loro segreto sia svelato. Ma il loro canto continua sempre più forte e vivace. Ad un tratto mi viene da riflettere: sono solo, in mezzo al bosco innevato di una zona remota dell’Appennino, con i piedi legati a due strani sci e una coppia di lupi si sta avvicinando a me credendomi un lupo da scacciare dal loro territorio. Ma scopro di non provare pausa, fremo impaziente per il momento in cui spunteranno fuori dal fitto ceduo. È da tre anni che cerco di avvicinarli e gli unici incontri che ho avuto si sono sempre conclusi con una rapida fuga impaurita della famosa fiera. Ma nonostante questo, c’è ancora chi consiglia ai fungaioli di scoppiare petardi nel bosco per allontanare il pericolo e crede ancora che i lupi siano stati reintrodotti, o meglio, lanciati dal WWF o dalla Forestale con il paracadute, senza lasciar credito all’ipotesi che abbiano da soli, ricolonizzato lentamente i propri territori perduti, passo dopo passo. I due lupi sono sempre più vicini. Si sente chiaramente il rumore dei loro passi nella lettiera di faggio ghiacciata. Improvvisamente sento che si fermano. Probabilmente hanno sentito odore di uomo e hanno capito il pericolo che stanno correndo. In un secondo cambiano direzione e corrono via, veloci verso i cuccioli.

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