MARCHE: L’ABBAZIA DI FONTE AVELLANA

Di Gianni Marucelli

Fondata intorno al Mille, è ancora un luogo di grande spiritualità

«Tra ‘ due liti d’Italia surgon sassi,
 e non molto distanti a la tua patria, 
tanto che’ troni assai suonan più bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria,
 di sotto al quale è consecrato un ermo,
 che suole esser disposto a sola latria.»

 

Così Dante, nel XXI Canto del Paradiso, ricorda la plurisecolare abbazia di Fonte Avellana, eretta alla fine del primo Millennio là dove esisteva una fonte circondata da un bosco di nocciòli (avellani), sulle pendici del Monte Catria (mt. 1700), tra Marche e Umbria.

La facciata della chiesa

Isolato in una conca montuosa, a una decina di chilometri da Serra S. Abbondio, il luogo conserva ancora intatto il suo fascino primitivo, un mixage di natura e spiritualità che è davvero unico.

Non si conosce esattamente chi ne sia stato il fondatore, forse un certo Logulfo vescovo di Gubbio; certamente un monaco camaldolese, lo stesso San Romualdo o uno dei suoi seguaci, ne determinò il vero inizio come eremo, nel quale si fuggiva la vita del mondo per dedicarsi unicamente al colloquio con Dio, secondo la regola benedettina dell’ora et labora. Fu però Pier Damiani, il futuro santo e Dottore della Chiesa, arrivato qui in giovane età ma già ricolmo di una sapienza a quell’epoca rara (si era da poco entrati nel secondo millennio), a consacrarne, come Priore, l’importanza e l’espansione, aggiungendo all’antica regola una serie di dettàmi frutto di una profonda riflessione sulla decadenza della morale ecclesiastica e dei chiostri in particolare. In un affresco della metà del sec. XV, nel monastero camaldolese di S. Maria delle Carceri, vicino Padova, il Santo è ritratto con il libro in una mano e tre flagelli nell’altra, a testimonianza di come arricchimento culturale e mortificazione della carne fossero alla base del suo insegnamento agli eremiti.

Nel corso del XIV secolo il primitivo Eremo della S. Croce in Fonte Avellana (questo il nome completo) fu trasformato in Abbazia e conseguì più o meno l’aspetto odierno, un’architettura semplice, solida e suggestiva a un tempo, dominata dalla torre campanaria e inserita perfettamente nel contesto montano in cui si trova. La pietra della costruzione

L’ambiente intorno

proviene infatti dallo stesso Monte Catria, legando ancor più questa straordinaria testimonianza di fede e di storia alla terra che la ospita.

Nonostante che tutto settembre sia stato caldo e sereno, quando arriviamo a Fonte Avellana il cielo si sta rapidamente annuvolando. Le visite, guidate da un laico (oggi i monaci sono pochissimi), iniziano puntuali nel primo pomeriggio e durano circa un’ora. Sappiamo che non entreremo nella grande ala che ospita le celle, dove vige la clausura per i visitatori, ma quel che vedremo sarà sicuramente molto interessante.

Intanto osserviamo la semplice facciata, dove campeggia una grande immagine bronzea di san Pier Damiani in veste episcopale: lo stile contemporaneo, purtroppo, non si addice minimamente al contesto, sinceramente meglio la pietra nuda.

La visita inizia da quello che è il vero gioiello di Fonte Avellana: lo scriptorium pressoché intatto, qual era probabilmente già nel 1300. Il vasto locale, a pianta rettangolare, è orientato con le pareti lunghe a oriente e a occidente: su di esse si aprono, specularmente, sei finestroni per lato, che seguono in altezza la curvatura della volta. Così si assicuravano luminosità e agibilità per i monaci amanuensi, cui fino alla fine del 1400 era deputata la trasmissione del patrimonio della vastissima biblioteca del cenobio. Peccato che poi, nel corso dei secoli, soprattutto con la soppressione degli ordini religiosi nel 1866, questo patrimonio di codici e libri sia stato trasportato altrove (per buona parte in Vaticano). Rimane comunque un’ampia libreria, che si sta lentamente arricchendo. La grande stanza che precede lo scriptorium era un tempo adibita alla preparazione degli inchiostri, per lo più vegetali, e degli altri materiali per la scrittura.

Lo scriptorium

Non esistono in Italia altri esempi così ben conservati di antichi scriptoria, e resisto a stento al desiderio di scattare qualche foto (il che sarebbe proibito); poi, in un momento di debolezza, finisco per … cedere alla tentazione, così che il lettore potrà trovare un paio di immagini in calce al presente articolo.

Entriamo quindi nel piccolo chiostro quadrato, con al centro il pozzo. Era il luogo deputato a passeggiare insieme agli altri monaci, leggendo, meditando o pregando. Anche qui vigeva la regola del silenzio e le sole comunicazioni, quelle strettamente necessarie, avvenivano a gesti. L’ambiente suggerisce un senso di sicurezza e tranquillità, le pietre massicce, gli archi a tutto sesto e a sesto ribassato, lo scampolo di cielo che è possibile osservare danno un senso di protezione, dagli uomini come dagli elementi. Siamo in montagna e gli inverni dovevano essere a quell’epoca più lunghi e rigidi di quelli attuali. Questa sensazione diviene più accentuata nell’ampia cripta, forse perché l’illuminazione elettrica esalta la chiarità della pietra del Catria.

La chiesa, a una sola navata con volte a botte a sesto acuto e presbiterio rialzato, cui si accede da una scalinata, è, come tutto il resto, semplice e suggestiva. Il punto focale è costituito

Il prezioso Coro ligneo

da un grande crocifisso ligneo, opera del Tiraboschi (sec. XVI). Annesso alla chiesa, il Coro ligneo, forse seicentesco, è veramente apprezzabile.

Usciamo dalla porta di accesso alla chiesa e ci troviamo in pieno autunno: la pioggia sferza il selciato e foglie ingiallite veleggiano tra le nebbie basse. Verrebbe quasi voglia di tornare sui nostri passi e chiedere ospitalità in foresteria, ove pare vi sia un’ottima cucina… ci ripromettiamo un’altra visita, anche per salire in vetta al Catria, cosa che adesso non è affatto consigliabile, e salutiamo questo luogo di pace e spiritualità, conservatosi per un millennio…

 

 

 

 

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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