Ripensare il verde urbano

di Carlo Menzinger di Preussenthal

Via Flaminia, Roma

Qualche giorno fa mi trovavo a Roma, in zone semi-centrali, e attraversando prima il Villaggio Olimpico, poi quel tratto di via Flaminia che va da Ponte Milvio a Piazzale Flaminio, mi sono trovato a fare alcune riflessioni sul degrado di questa città. Va, anzi detto, che la piazza di Ponte Milvio negli ultimi anni si è così riempita di locali, che la sera è sempre gremita di ragazzi, dunque, siamo davvero in un’area con una sua rinnovata centralità.

La considerazione, un po’ banale, era che il Villaggio Olimpico, così ricco di verde, non è per nulla valorizzato, essendo i prati gestiti dal Comune piuttosto dei campi incolti, che non un verde urbano degno di una capitale europea. La situazione potrebbe forse essere peggiore se non fosse per il fatto che molta parte del verde, pur confinante con quello pubblico, è privato e gestito, più o meno con cura, dai vari condomini.

Viale dei Cadorna, Roma

Oltre ai prati, agli alberi e ai cespugli, che rappresentano soprattutto un problema estetico, il degrado, purtroppo, colpisce anche i marciapiedi, pieni di buche e di radici che emergono dall’asfalto, rompendolo. La situazione non migliora nella pur più centrale Via Flaminia, dove mi è stato difficile camminare, non tanto per le buche e l’erba che si allarga dagli adiacenti giardini, ma per i rami degli alberi, non potati, che sono così bassi da costringere i passanti a piegarsi in due per passare. Il problema, purtroppo, non è esclusivo di Roma. La stessa Firenze ha strade in condizioni forse persino peggiori. Solo oggi mi sono trovato ad attraversare, per esempio, Viale dei Cadorna, subito accanto Piazza della Vittoria, ovvero poco al di là dei Viali di Circonvallazione, che idealmente delimitano il centro cittadino e ho potuto così godermi lo spettacolo di varie centinaia di metri di marciapiedi divelti per effetto delle radici degli alberi.

La mia prima reazione è stata di una certa indignazione per tanta incuria in una città che è la nostra capitale e in una che simboleggia l’Italia e il Rinascimento e dovrebbero rappresentarci agli occhi del mondo.

Via Flaminia, Roma

Ho, quindi, pensato di scrivere questo articolo e nel farlo mi sono indotto a riflettere diversamente sul tema.

Come va gestito il verde urbano? È giusto addomesticarlo, irreggimentarlo, regolarlo?

Il mio istinto mi porta ad amare l’ordine e la buona organizzazione, ma questi sono concetti che non appartengono alla natura. È giusto cedere alla tentazione di volere una città con parchi, giardini e piante di “arredo urbano” puliti e ordinati? Quando cammino per strada e m’imbatto (mi è capitato di recente a causa dei lavori alla tramvia di Firenze) in brevi tratti di strada non asfaltati, li attraverso, in modo piuttosto ridicolo, con prudente attenzione per non impolverarmi le scarpe.

Non sarebbe più giusto immaginare un contesto in cui impolverarsi torni a essere naturale, ma che preveda più spazi “naturali”? Le strade asfaltate sembrano “progresso” rispetto alle vie in terra battuta che un tempo si trasformavano in acquitrini fangosi alle prime piogge, ma lo sono davvero? Ci disturbano così tanto il fango e la polvere? È poi giusta questa nostra ossessione per la pulizia? È giusto parlare di “arredo urbano” quando si ha che fare con alberi, cespugli, aiuole e siepi? Non dovremmo lasciare che queste piante seguano la loro vita e il loro corso? Certo, se non potiamo gli alberi lungo le strade, poi, non possiamo stupirci se qualche ramo cade sulle nostre amate auto o, peggio, travolge un passante.

Mi viene da pensare anche a quella legge che da qualche anno impone la servile attività di raccolta delle feci dei cani ai rispettivi padroni, qui degradati ad autentici schiavi degli animali. Certo, fa poco piacere trovare degli escrementi sul marciapiede, con il rischio di pestarli inavvertitamente. Eppure cos’è che “sporca

Viale dei Cadorna. Roma

” di più la natura, le feci dei cani o l’asfalto che vorremmo tener pulito? Cos’è che viola maggiormente l’ambiente, l’urina di un cane o l’inquinamento delle automobili? Anzi, se vogliamo, le stesse auto, in ottica non antropocentrica, non sono in fondo ammassi di metallo e plastica che ostruiscono il passaggio? E le nostre case non sono barriere architettoniche per gli animali? E le auto non sono un pericolo, oltre che per gli uomini (che ne vengono uccisi in numeri da guerra mondiale) anche per i pochi animali che provino ad aggirarsi in città in libertà o ad attraversare qualsiasi strada?

Ci sono forme di sporcizia contro cui, invece, dovremmo davvero batterci. Non dovremmo accettare l’abbandono di buste e oggetti di plastica, di lattine e altre cose in metallo. Non dovremmo accettare i fumi inquinanti. Non dovremmo accettare il riversarsi delle fogne nelle acque dei fiumi cittadini. Né in città, né a maggior ragione in campagna.

Lo “sporco naturale” non andrebbe perseguito, ma bisognerebbe essere implacabili contro lo “sporco artificiale” e inquinante.

Insomma, è davvero giusto indignarci se un Comune non fa il “suo dovere” nell’arginare l’opera di riconquista della natura, di spazi che abbiamo violato e rapito agli altri esseri viventi che condividono con noi questo microscopico pianeta?

Non sarebbe tempo di

Viale dei Cadorna

ripensare il concetto di verde urbano, magari immaginando all’interno delle città delle aree da lasciare allo stato naturale, dei piccoli boschi selvaggi e non domati? Dei campi incolti? Degli spazi per gli animali?

Il giardino all’inglese presuppone, rispetto a quello all’italiana, un’imitazione della natura, del suo disordine, ma conserva comunque logiche umane ed estetiche. Non dico di passare dalle geo

metria del giardino all’italiana al rock garden. Quello cui penso sono spazi, i più ampi possibili, in cui la natura possa seguire in libertà il suo corso, magari collegati tra loro da corridoi altrettanto naturali che conducano verso l’esterno e la campagna circostante, in modo da consentire l’accesso della fauna locale. Fuori dalle città, andrebbero realizzati sottopassaggi “naturali” che consentano di ripristinare la comunicazione interrotta dalle strade o ponti realizzati al solo scopo di lasciare degli accessi sottostanti agli animali.

Questo non vuol dire che in città non debbano più esserci strade per camminare comodamente, ma andrebbe lasciato più spazio alla natura non addomesticata.

Le persone anziane faticano ad attraversare marciapiedi interrotti da improvvisi avvallamenti. Questo andrebbe risolto. Lasciare spazio alla natura, non significa lasciare che le città divengano invivibili. Se lungo un marciapiede è previsto il transito di pedoni, non si può costringerli a piegarsi per passare sotto ai rami o scavalcare radici. Natura in libertà non deve essere in contraddizione con spazi ordinati e vivibili per le persone.

Se vogliamo davvero pulire le nostre città, dovremmo piuttosto liberarci delle auto, creando zone pedonali sempre più ampie, sostituendole non solo con mezzi pubblici, per chi ne ha davvero bisogno, ma anche contribuendo a cambiare la mentalità che ci porta a prendere un mezzo di trasporto per fare meno di due chilometri. Siamo sicuri di fare davvero prima? La situazione di tante città non è ormai così congestionata dal traffico, che tra lo spostamento e la ricerca del parcheggio impieghiamo così tanto tempo che avremmo fatto prima a piedi, guadagnandoci in tempo, denaro e

salute, nostra e della città? Marciapiedi larghi e ben tenuti potrebbero favorire questo spirito di riconquista del tempo per camminare.

Insomma, non dico che non dovremmo combattere il degrado delle nostre città. Dico che dovremmo farlo diversamente, smettendo di pensare alle strade e alle piazze come delle prosecuzioni delle nostre case, dei nostri corridoi e dei nostri salotti. L’ambiente esterno, persino quello cittadino, deve poter riacquistare la sua caratteristica di spazio condiviso, in cui l’uomo non sia il solo abitante, in cui non sia tutto pensato in funzione antropocentrica.

Nel mio romanzo ucronico ancora inedito “Via da Sparta”, immagino un mondo contemporaneo, nato dalla vittoria di Sparta su Tebe, Atene e poi Roma, che ha portato questa ora perduta città greca a trasformarsi, ai giorni d’oggi nel centro del mondo. In questo romanzo immagino anche che gli spartani, nel loro amore per una vita semplice e naturale, abbiano, a un certo punto della storia bimillenaria del loro impero, deciso di costruire le loro case soprattutto sottoterra, in modo da permettere alla natura di trovare i propri spazi, sopra di esse, anche in città.

Certo, questa è un’ucronia e pensare di applicarla al mondo reale sarebbe pura fantascienza, ma con “Via da Sparta”, su questo e molti altri argomenti, vorrei aiutare a riflettere sul fatto che nessuna scelta sia scontata. Oggi nessuno vorrebbe vivere sottoterra. Ci sentiremmo imprigionati. Lo dimostra anche il mercato: un seminterrato costa sempre meno di un appartamento uguale a un piano alto. Eppure, se la storia avesse preso un altro corso, magari oggi potremmo trovarci a ragionare diversamente, ad avere diverse priorità e una diversa morale.

Senza arrivare a questi estremi, però, potrebbe essere tempo di cominciare a ripensare le nostre città, di immaginare costruzioni meno invasive, di immaginare sistemi di trasporto meno pericolosi e inquinanti, di prevedere infrastrutture di più agevole gestione e di minor impatto ambientale.

Mi chiedo, allora, non sarà che i sindaci delle nostre città, in una sorta di misterioso complotto nazionale, si siano messi d’accordo per consentire alla natura di riconquistare le nostre città, così, poco per volta, marciapiede per marciapiede? Questo degrado urbano è un progetto politico che attraversa tutti i partiti e colpisce in amministrazioni di ogni colore?

Sogghignando, allora, capisco che di certo è così! Del resto, è evidente a tutti che i nostri politici non sono terrestri, ma alieni giunti da un’altra galassia per sterminare, poco per volta, l’umanità, consentendo che le piante riconquistino questo nostro sperduto terzultimo pianeta di questo remoto sistema solare. Su questo, però, credo ci sia materia, magari per qualche altro romanzo!

 

Firenze, 16/06/2017

https://pianeta3.wordpress.com/2017/06/17/ripensare-il-verde-urbano/

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