LAZIO: FOSSANOVA, L’ABBAZIA SULLA PALUDE

di Gianni Marucelli

Dal promontorio del Circeo coperto di boschi la pianura si spinge fino ai brulli Monti Ausoni, ricca di coltivazioni e di vivai; oggi niente farebbe supporre che ci troviamo in quella zona del nostro paese fino a meno di un secolo fa nota come “paludi Pontine”, e “risanata”, con uno sforzo enorme, dal Regime fascista negli anni Trenta (ne fu a lungo il fiore all’occhiello). Magari adesso quell’opera di bonifica potrebbe apparire un errore, alla luce del fatto che le cosiddette “zone umide” sono una preziosa riserva di biodiversità, ma tanto è.

Se risaliamo ancor più indietro nel tempo, all’Alto Medioevo, la situazione di impaludamento delle regioni costiere italiane era la regola, dopo che la paziente opera di prosciugamento portata avanti dagli etruschi prima e dai romani poi era stata annullata da secoli di abbandono.

Soltanto poche e coraggiose comunità cercavano di resistere, e di sottrarre alle acque terreni coltivabili; le più determinate erano quelle monastiche, benedettine per la maggior parte.

La foresteria, edificio nel quale il santo morì

Un prezioso esempio è costituito dall’Abbazia di Fossanova, presso Priverno (Frosinone), forse già esistente nel IX secolo, ma comunque attivissima dall’inizio del sec. XII, quando un Papa, Innocenzo II , la concesse ai Cistercensi, l’ordine monastico originario di Clairvaux.

I nuovi possessori decisero di scavare un gran fosso, per far defluire le acque e far arretrare la palude: da qui il nome del Monastero (fossa nuova). Alla fine di quel secolo era già stata eretta parte della chiesa, che fu inaugurata di lì a poco da un grande Pontefice, Ildebrando di Sovana, in arte Innocenzo III, uno dei protagonisti di quello scontro tra Papato e Impero passato alla storia come “lotta per le Investiture”.

La chiesa, e l’annesso monastero, divennero un modello di architettura romanico-gotica, quello stile cistercense che fu replicato assai spesso in Italia: oggi è un gioiello d’arte che riempie gli occhi e lo spirito dei visitatori.

Severa e senza fronzoli, come doveva essere il carattere dei riformatori giunti da Clairvaux, la grande chiesa a croce latina unisce lo slancio verticale del gotico alla solidità del romanico, stile che caratterizza la facciata, i cui punti focali sono il portico strombato con decorazione cosmatesca e il grande rosone. All’interno, vi è la gran luce che appartiene solo al Gotico. I raggi del sole penetrano non solo dalla rosa della facciata, ma anche da grandi finestre monofore: tre navate suddivise da pilastri scandiscono lo spazio, che si apre in un abside rettangolare dove è posto il coro; i due lati del transetto sono anch’essi rettangolari. Grandi archi gotici sottolineano la verticalità dello spazio. Poche le tracce di affreschi che adornano le pareti: particolarmente interessante una Danza macabra, tema tipico dell’epoca, visibile nel transetto di sinistra ma ormai scarsamente leggibile.

L’altro grande affresco, quasi ridotto a sinopia, mostra la morte di S. Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus della Chiesa, che in quest’Abbazia chiuse i suoi giorni nel 1274, in conseguenza di un morbo che lo colse mentre da Napoli si recava in Francia, chiamato dal Papa a un Concilio.

Solo una porticina ci separa da quello che, secondo chi scrive, è uno dei chiostri più affascinanti d’Italia; ne ho conservato il ricordo per alcuni decenni, dal momento che l’ho ammirato la prima volta, e adesso sono quasi emozionato. La stagione è la stessa, una calda primavera, e il chiostro si presenta ai miei occhi se possibile ancora più bello, arricchito da un giardino interno fiorito di rose e di altre essenze. Tre lati su quattro presentano arcatelle romaniche su colonnine binate; il quarto, opposto al fianco della chiesa, fu rifatto più tardi, verso il 1300, ed è anch’esso “fiorito”, ma dell’eleganza che reca lo stile gotico di questo nome.

Colonnine e capitelli, assai lavorati, presentano foglie, figure zoomorfe e antropomorfe; se vi affacciate e guardate verso l’alto, vedrete stagliarsi l’imponente torre poligonale che funge da cupola sopra il tiburio.

Al chiostro i monaci accedevano dal dormitorio, collocato al piano superiore, e certo, nella primissima luce dell’alba, in qualsiasi stagione, questa immagine doveva recare ad ognuno una sensazione di serenità difficilmente esprimibile. I religiosi, nei rari momenti di libertà, passeggiavano in questo ambiente, senza quasi far rumore. A tutti, infatti, era imposta la regola del silenzio. Sulla parte superiore del muretto che guarda verso il giardino troviamo graffite nella pietra due, forse più, scacchiere. Forse i conversi più giovani vi si dilettavano in qualche gioco innocente, muovendo sassolini a mo’ di pedine, o più semplicemente le dita.

Certamente, il chiostro costituiva il centro da cui si irradiavano le occupazioni quotidiane: sul suo lato nord si apre l’ampia sala capitolare, luogo di riunione e di preghiera comune; sul lato adiacente il grande refettorio, unico ambiente riscaldato del monastero perché dotato di un ampio camino. I pasti venivano consumati in silenzio, rotto dalla voce del monaco incaricato di leggere i sacri testi. Sulla destra, in fondo, è ancora presente la scaletta in pietra che consentiva l’accesso a una piccola tribuna. Lo stile gotico è ovunque presente, coi grandi archi ogivali e i pilastri che li sorreggono. L’accesso al refettorio è preceduto da un’edicola, che si protende dentro il giardino, sotto la quale, in una grande conca, i religiosi effettuavano le abluzioni prima di recarsi a mangiare. All’angolo tra il lato del Capitolo e quello del refettorio, un corridoio dà accesso al giardino esterno, dove un tempo probabilmente erano situati gli orti. Una volta varcata quella soglia, era consentito parlare; non ci è difficile immaginare l’abate che, nel primo mattino, assegnava a ognuno i compiti per la giornata.

L’abside

Ci troviamo ora dietro l’abside della chiesa: un corridoio vegetale tra due siepi conduce a un’erma su cui è poggiato un busto bronzeo di San Tommaso.

A pochi metri da qui, infatti, nell’edificio della foresteria, al piano primo di essa, esiste ancora l’ampio dormitorio che ospitava i viandanti. Il santo vi giunse già in preda a dolori di stomaco, come attesta una scritta in latino, vergata a mano in antico corsivo sulla parete di sinistra.

Si spense dicendo: “e ora entriamo nei giardini del Signore”.

Il complesso abbaziale è formato da altri edifici, ora adibiti a usi diversi, cui si accedeva da una grande porta che supponiamo essere uno dei pochi residui di una cinta muraria che doveva difendere il luogo. Non bastò ad evitarne, dopo il 1400, una rapida decadenza, il cui punto estremo si toccò quando, durante l’occupazione napoleonica, la splendida chiesa fu adibita a stalla per i bufali. Un’offesa che, pur ammirando il grande imperatore, sinceramente ci è difficile perdonare…

 

 

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli © 2017

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