All’isola di Gorgona con Pro Natura e l’Italia, l’Uomo, l’Ambiente

Cronaca di una splendida giornata

Testo di Gianni Marucelli; foto di Claudia Papini

 

Una giornata stupenda, quasi di fine primavera: così l’isola di Gorgona ha accolto i partecipanti alla gita organizzata da Pro Natura Firenze e da questa rivista, lo scorso 8 aprile.

A Gorgona, ultima isola-carcere dell’Arcipelago Toscano, abbiamo recentemente dedicato, ripubblicandolo dopo un quarto di secolo, il saggio scritto dal prof. Guido Moggi, illustre botanico dell’Università di Firenze, oggi novantenne felicemente in pensione.

Per nostra fortuna, negli ultimi venticinque anni, grazie all’istituzione del Parco Nazionale dell’Arcipelago e alla gestione “illuminata” della Colonia penale agricola, l’isola è stata resa visitabile, a gruppi ristretti e con regole rigide (tra cui quella di non effettuare riprese videofotografiche) anche ai semplici appassionati, oltre che agli studiosi; così, il gruppo di circa 30 persone organizzato da Pro Natura Firenze, sotto la tutela di Claudia Papini, Guida ambientale e Consigliere Pro Natura, ha potuto prendere il mare dal porto di Livorno senza difficoltà (a parte la levataccia per chi ha preferito non dormire nella città labronica).

Non tutti erano toscani, i privilegiati che sono salpati sulla motonave “La Superba”: vi erano gli amici dell’Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia, di Udine, e una rappresentanza “aquilana” di Pro Natura Abruzzo. Dopo un’ora circa di navigazione tranquilla, con mare calmo, Gorgona si profila all’orizzonte. Il verde della vegetazione vira al violetto, perché gli arbusti di rosmarino, abbondantissimi sull’isola, sono in piena fioritura. Le uniche strutture antropiche visibili sono il piccolo porto, sovrastato dal Forte nuovo (che ospita la direzione della colonia), e il minuscolo villaggio, un tempo abitato da pescatori. Scattiamo le ultime foto con i cellulari, prima di consegnarli, assieme ai documenti, alla nostra guida. Ci verranno restituiti al ritorno. Al molo, ci aspettano alcuni agenti della Polizia Penitenziaria, che si assicurano del nostro numero e della nostra identità. Ci attendono alcune ore da trascorrere in un luogo incontaminato, condizione per la quale, ahimè, dobbiamo solo ringraziare l’esistenza del carcere, in attività oramai da un secolo e mezzo, che ha impedito ogni tipo di speculazione edilizia. Allo spaccio, di fronte al quale si apre una bellissima e ampia terrazza con vista mare, attrezzata con tavoli e gazebo, possiamo acquistare (a prezzi ampiamente scontati) caffè, bibite e una deliziosa pizza appena preparata nelle cucine.

L’itinerario che seguiremo, e che ci porterà a visitare la parte nord e quella est della piccola isola, è rigorosamente predefinito, anche se la responsabilità è affidata totalmente alle sole nostre Guide, Claudia e Giovanni, anch’egli nostro Socio. Saliamo con regolarità per lo stradello che conduce verso il crinale; con noi, coraggiosamente, si inerpicano le nostre socie anziane, Maria e Piera, più che ottuagenarie ma ancora dotate di buon passo. Ai lati, i vigneti impiantati dai detenuti grazie alla collaborazione di una celebre azienda vinicola toscana, che producono ottimi vini bianchi. È un’attività, questa, che si affianca a numerose altre del settore sia agricolo che zootecnico (per qualche tempo è stata anche praticata la itticoltura), tese a recuperare gli ospiti del carcere a una pratica lavorativa che sarà loro molto utile per il reinserimento sociale, una volta scontata la pena. È bene precisare che alla Colonia agricola si accede su domanda, motivata da precedenti esperienze nel settore o dalla volontà precisa del detenuto di acquisire una specifica competenza: il tutto, naturalmente, condito da altri requisiti, come la buona condotta.

Qui, infatti, rispetto al carcere tradizionale si è praticamente liberi e attivi durante il giorno, pur sotto la sorveglianza degli agenti; e si viene regolarmente retribuiti per il compito svolto. Se considerate che siete immersi in un autentico paradiso terrestre, il gradino che separa la galera da Gorgona sembra, francamente, il Monte Bianco!

Intanto siamo giunti alla pineta, in cui predominano il pino domestico e il pino d’Aleppo; una volta qui vi erano i castagni, poi sostituiti da queste resinose. La macchia mediterranea, ricchissima di specie (la ginestra, la fillirea, il leccio, il lentisco, l’erica, il cisto (sia bianco che violaceo) in piena fioritura) il cui verde si staglia sull’azzurro del cielo e del mare, rende il paesaggio incantevole. Centinaia di gabbiani reali svolazzano intorno; tra loro dovrebbe esserci anche qualche raro gabbiano còrso, ma non riusciamo a individuarlo. Lungo il sentiero che ci sta portando alla punta est di Gorgona, una gabbiana ha fatto il nido e, impaurita dal nostro avvicinarsi, lo ha lasciato incustodito: tre grosse uova marroni, picchiettate, vi occhieggiano: la madre ci osserva dall’alto delle rocce, preoccupata.

Raggiungiamo infine il faro sulla Punta Paratella, sulla cui sinistra si apre lo straordinario spettacolo delle rocce che strapiombano su Cala Maestra. Qui, come di consueto, la Guida scatta alcune foto-ricordo “personalizzate” ai visitatori, che le riceveranno via Internet.

È già ora di pranzo: tornando sui nostri passi, ci accomodiamo all’ombra dei pini per consumare i viveri che ci siamo portati.

Dopo il riposo, il nostro itinerario prosegue in direzione nord-ovest, sempre sulle pendici che risalgono verso il punto più alto di Gorgona. Visitiamo il cimitero, dove per secoli sono stati sepolti gli abitanti, poche famiglie che fino ad oggi hanno perpetuato la proprietà della case del piccolo villaggio, poi proseguiamo sempre in ascesa. Piera e Maria si arrendono infine alla fatica: ci attenderanno lungo la strada che ripercorreremo al ritorno.

Apprendiamo intanto che, da gran tempo, l’isola non è stata percorsa dal fuoco; un’altra conferma che gli incendi per autocombustione praticamente non esistono, l’uomo ci deve mettere per forza lo zampino (e spesso è uno zampino economicamente interessato…). Finalmente, raggiungiamo la cosiddetta Torre Vecchia, un castello costruito a difesa dell’isola, sempre minacciata dalle incursioni dei pirati Saraceni, nel XIII secolo. La posizione dominante, sul braccio di mare che separa Gorgona dalla Corsica, ben visibile di fronte a noi, permetteva di avvistare i navigli quando ancora erano lontani. Il rudere, non visitabile, si erge ancora, maestoso, su una parete a picco sul mare.

Lo spettacolo è veramente eccezionale, i gabbiani volano sotto di noi a caccia di pesce, i cui banchi argentei brillano appena sotto la superficie.

Mentre un gruppo di noi, lasciati gli zaini, sale sulla sommità dell’isola (mr. 255), gli altri ammirano l’inaccessibile versante nord, dove un tempo, in qualche cala nascosta, viveva il mitico “bue marino”, la foca monaca ormai scomparsa da mezzo secolo anche dalle coste della Sardegna, che ormai sopravvive, se sopravvive, in qualche sperduta isoletta dell’Egeo.

È ormai ora di tornare sui nostri passi, recuperando Piera e Maria e ridiscendendo al porto: qui, mentre molti sostano comodamente seduti ai tavolini della terrazza dello Spaccio, consumando bibite a prezzi veramente modesti, altri, vogliosi di mare, si fiondano sulla piccola spiaggia vicino al molo, per tentare un bagno fuori stagione. Tornano rapidamente a riva, sia perché l’acqua è ancora molto fredda, sia perché la risacca porta verso la proda molte meduse violacee, graziose ma probabilmente urticanti.

Alle 17, il triplice fischio della “Superba” ci segnala che è giunta l’ora di rivestirsi e reimbarcarsi rapidamente. Gorgona si allontana in controluce, tra le spume biancheggianti della scia…

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