Milano anni ’50: una silenziosa primavera…

Un racconto di Caterina F.

L’inverno che si preparava a lasciare posto alla primavera non era bizzarro come lo è oggi.

Nella mia città dell’infanzia, la primavera ci avvertiva con segni prevedibili anche ai miei sensi poco esperti, insaturi di evoluzioni stagionali; i segnali del cambiamento mi giungevano anche in famiglia o dalle vicine di casa, con i loro detti proverbiali sul tempo, o nel laborioso accogliere la primavera con i battipanni di legno contro i materassi esposti sulle ringhiere.

Piccole piante in vaso che, avvizzite, avevano resistito all’inverno, sembravano rialzarsi esponendosi sui davanzali delle finestre. Mia zia Renata tornava a cantare dalle porte semiaperte del sole pomeridiano che, a tratti, concedeva il suo calore.

Il pesante cappotto invernale mi era divenuto ingombrante e fastidioso mentre camminavo verso la scuola elementare, a pochi passi da casa mia, a volte sentendomi privilegiata perché, prima di entrare nei grandi corridoi dell’edificio scolastico, comperavo, nel laboratorio dolciario di fronte, una ‘cremonesa’; un dolce tondo con più cuspidi. Era il più buon dolce dell’infanzia, che assaporavo nell’intervallo scolastico perché rappresentava ‘il diverso’ dalla solita merenda portata da casa.

Un’aria leggermente più tiepida mi accarezzava mani e guance, in quello spazio di corpo libero dai vestiti invernali, e m’invadeva un’eco lontano come di attesa: qualcosa che doveva arrivare e che poteva tradursi in libertà. Forse una libertà per i giochi, finita la scuola, una libertà di occupare spazi fuori casa, camminate, cieli tersi attraverso cui scorgere, lontane, le cime dei monti, e poi, quell’odore di erba giovane, tenera, sorridente, che lentamente si concedeva spazio nelle aiuole cittadine o in qualche spiraglio che i marciapiedi le offrivano.

Era, quello della primavera cittadina, un incedere lento e quasi silente, era anche il silenzio della mia solitudine infantile in quelle poche parole che riempivano la casa.

Non ricordo racconti di fiabe, cercate altrove nei libri tridimensionali che si aprivano, a cui il mio stupore concedeva lunghe ore a guardare le immagini che prendevano forma e che facevo parlare nei castelli, nei giardini, nei balconi, nei personaggi che spuntavano magici dalle pagine. Alcune volte era la voce della radio che si diffondeva nella cucina dove c’era il mio angolo preferito.

Le voci familiari erano quelle del quotidiano, a volte tristi; quasi sempre obbedivano come ad un ordine prestabilito, come a una regia già conosciuta e senza speranza. Così passavano i giorni; e fu in una primavera che traslocammo in altro quartiere cittadino. Lasciai in quel periodo dell’anno la scuola Eleonora de Fonseca Pimentel, frequentata fino alla quarta elementare, per un’altra di cui non ricordo il nome. Della Pimentel mi sentivo orgogliosa nel pronunciarne il lungo nome anche se ignoravo chi fosse quella donna, che seppi più tardi nelle mie letture.

Furono giorni faticosi nella nuova scuola di via Ciriè, di cui ricordo un direttore molto alto e bonario e compagne di classe che mi apparivano adulte: donne messe lì perché osservassi come si doveva divenire genere femminile in quei grembiuli neri con fiocco e colletto bianco.

Ciò che conquistai, nella nuova casa, fu un giardino condominiale sia davanti che sul retro: quello interno era grande, con alberi e qualche panchina. Arrivammo a costruzione appena ultimata, insieme ad altre famiglie che s’insediarono con bambini grandi e piccoli. Ancora c’erano, in un lato del giardino interno, collinette di macerie che divennero subito spazio per i nostri giochi, a volte cruenti, non lasciando crescere quei timidi ciuffi di erbe infestanti che cercavano di spuntare: il terreno fu poi coperto di cemento per far posto a quell’orribile, per noi bambini, reparto di stendibiancheria condominiale cinto da una rete.

Conquistammo altri spazi circostanti ed io ero felice quando mia madre mi concedeva di uscire: varcavo la soglia dell’abitazione al piano rialzato, mi guardavo nel vetro dell’ascensore e sorridevo raggiante di questa concessione al gioco e alle amicizie complici.

Lo spazio esterno così conquistato, era la libertà, una sorta di prova del vivere, nascondendo a mia madre l’acquisto dei ghiaccioli all’arancia o alla menta, o concedendomi escursioni in quei pochi prati rimasti nella zona di Prato Centenaro, vicino alla chiesa dei santi Clemente e Guido, attorniata da alberi e siepi: una coreografia che non diceva nulla ai miei occhi di bambina. Ciò che invece ogni volta mi incuriosiva, era un platano alto e solitario con la sua corteccia grigio-chiara, di fronte all’abitazione della nonna; un albero che mi affascinava perché mi sembrava scampato alle costruzioni: si ergeva nel mezzo di squallide lamiere di una autocarrozzeria urbana, nei pressi di viale Monza. Nel diametro a lui concesso per prendere luce, era cresciuto insieme ai miei anni infantili, nelle visite frequenti alla nonna. Lo osservavo d’inverno dai vetri della porta d’ingresso e in primavera quando mostrava il suo misero corredo di foglie. Ci guardavamo; viveva solitario nonostante vernici, lamiere, saldature a fiamma e le voci stridenti dei carrozzieri insieme al rumore degli arnesi. Eravamo due solitudini, io e lui, ma ne ebbi consapevolezza più in là, nella mia adultità, quando, in altro luogo, attraversando una sera un parco, ebbi la chiara comprensione di quella solitudine bambina.

Fu dopo questa visione che i miei pensieri lasciarono quella rabbia sorda, di origine sconosciuta, che infestava le relazioni con i miei genitori: mi aprii ad un tacito perdono per ciò che non erano potuti essere, per i loro silenzi, per tutte quelle narrazioni mancate.

Oggi scrivo, anche quando i pensieri salgono alla superficie dei cambiamenti che mi attendono, consapevole dell’essere soli con se stessi nelle continue e, a volte, inaspettate diramazioni del disegno unico di ogni vita.

Caterina

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