Casale, paese tra monti di velluto

Di Daniela Affortunati

Un tuffo nel verde lussureggiante dell’Appennino tosco-emiliano al confine con il Parco Naturale delle Foreste Casentinesi all’insegna della pace e del dolce quieto vivere

 

 La voce della natura richiama le menti stanche, i suoi colori ed i suoi odori placano i sensi stravolti dalla confusione della vita. Il nostro cuore batte al ritmo del silenzio, le nostre bocche si dissetano alle sorgenti naturali, gli occhi si riposano tuffati nel verde dei boschi.

Adagiato ai piedi del monte Falterona (mt. 1660 circa) si dischiude ai nostri occhi in una spettacolare veduta dal Passo del Muraglione il piccolo paese di Casale, dove la vita sembra scorrere a rallentatore, dove è ancora possibile ascoltare e ascoltarsi.

Un luogo incantato, in cui le stagioni scandiscono il “piatto” scorrere delle nostre vite animandole e arricchendole con i loro suoni e i loro colori; dove il profondo silenzio dell’inverno è rotto dai rumori sfacciati dell’estate, dove l’affascinante atmosfera decadente dell’autunno s’inchina di fronte alla timida ma intensa rinascita della primavera.

Appena a tre chilometri dal gaio Comune di San Godenzo, direzione Castagno d’Andrea, altra perla dell’Appennino, ecco che alla nostra sinistra appare una imponente salita. Irta e faticosa ci invita a sfidarla, promettendoci una ricca ricompensa. […] «Questa montagna è tale,che sempre al cominciar di sotto è grave; e quant’om più va su, e men fa male.[…] ( dalla Divina Commedia di Dante Alighieri Purgatorio canto V- vv 88) Forti del suggerimento di Virgilio a Dante ci incamminiamo e ciò che incontriamo è davvero una bella sorpresa.

Immerso in una natura incontaminata, dominata da castagni e faggi, Casale si sviluppa all’insegna del viver bene, fatto di semplicità e amicizia.

Correva l’anno 1028, quando, in un diploma del vescovo di Fiesole Jacopo il Bavaro, fu nominata per la prima la villa di Casale. Piccolo feudo dei conti Guidi, famiglia di origine longobarda, scesa in Italia nei primi anni del X secolo al seguito dell’imperatore germanico, che controllava la vasta area montana del Falterona, fu coinvolto, come tutto il territorio del Mugello, nella lunga lotta, durata quasi due secoli (1200-1300), che vedeva Firenze come dominatrice assoluta. La resistenza del feudo di Casale durò fino al 15 aprile 1344, anno in cui tutta l’area dei Conti Guidi entrò a far parte del contado fiorentino.

Nel 1536-60 tutto il territorio di San Godenzo fu occupato dalla Repubblica Fiorentina e successivamente fu suddiviso in tre frazioni, o balie: Casale apparteneva alla baia di sopra.

Ma il 22 novembre del 1549 i due terzi degli uomini della villa di Casale, probabilmente il villaggio più popolato dopo il capoluogo, radunatesi nella chiesa, stabilirono di fare un’aggiunta agli statuti di San Godenzo, inserendo nuove regole che disciplinassero le attività agricole, d’allevamento e di manutenzione all’interno della comunità. Punto di partenza per la nascita di una vera e propria identità sociale autonoma, che avrà la sua massima realizzazione nella seconda metà del 1700, quando il Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena concesse agli abitanti di Casale il poggio di Oncinaia, come proprietà collettiva. Nasceva così il Comunello di Casale, il quale ancora oggi, a distanza di secoli dalla sua nascita ha mantenuto la sua natura ed è stato riconosciuto come ASBUC, Amministrazione Separata Beni Comuni. Oggetto di quest’amministrazione rimangono il Poggio di Oncinaia e la sede dell’ente, nata inizialmente come scuola nel primo dopoguerra e attualmente, dopo un’importante ristrutturazione, centro di ritrovo per tutta la popolazione. La tutela del territorio e la promozione turistica dello stesso rappresentano gli scopi fondamentali dell’ente animato da spirito sociale, amicizia e la collaborazione tra gli abitanti.

Distante dal paese su di una collinetta, raggiungibile percorrendo una salita ai cui lati le piante si incontrano in un abbraccio, si erge la Chiesa di San Niccolò a Casale. Semplice e composta, ha mantenuto lo stile romanico nonostante i numerosi interventi, tra i quali l’ultimo nel 1993 grazie alla volontà e alla generosità del popolo. “ [….] i sani prestavano il braccio e i malati le preghiere […] si chinarono ad impastare la malta e così imbrattati non distinguevi più il padrone dal servitore, il vassallo dal valvassore”

Si tratta di un piccolo edificio costruito con pietre di arenaria disposte a filaretto. La facciata a capanna presenta un piccolo portale incorniciato, al quale si accede per mezzo di tre scalini. Al di sopra il rosone. Verso la metà del 1700 il campanile a vela, che si ergeva sulla facciata fu soggetto a restauro. Attualmente è collocato nella parte posteriore in prossimità della piccola abside, sulla quale si apre una stretta monofora. Anche internamente la chiesa ha mantenuto integro il suo carattere romanico. Nella chiesa rimase nei vari secoli solo l’altare maggiore dedicato al suo patrono. Attualmente l’interno a navata unica possiede due altari, posti entro due nicchie di recente costruzione e di cui uno dedicato alla Madonna e caratterizzato dalla presenza di una tela raffigurante la Madonna in preghiera.

Durante la veglia pasquale la facciata della Chiesa si illumina della luce intensa di un piccolo fuoco acceso nella piazzetta antistante. Il fuoco, simbolo di purificazione nel rito cattolico, cattura e suggestiona l’animo del popolo raggruppato intorno. Aldilà del rito, aldilà del proprio credo, l’atmosfera che si crea colpisce l’intimo di ognuno di noi. E’ un momento in cui, indipendentemente dalla religione, ci sentiamo “nudi” di fronte al nostro io, alla natura, ad un Dio confortante al ricordo di qualcuno che non c’è più. E chiunque assista fa proprio quel calore di una ancor fredda notte primaverile e lo custodisce sentendosi un pochino più “ricco”.

I bellissimi boschi, guardiani secolari del territorio, sono dimora e rifugio di alcune tra le specie animali protette come i Signori lupi, le Signore volpi, i nobili cervi, i messer caprioli e tante altre splendidi esseri viventi, la cui presenza rende ancor più ricco questo paese.

Ai più fortunati, inconsapevoli della loro presenza, può succedere, che, sul far del giorno, quando i suoni sono ovattati e il buio della notte si appresta a cedere il posto alla tenue luce dell’alba, alcune delle meravigliose creature del bosco si manifestino nella loro grazia e bellezza; diffidenti e impavide ci avvicinano, osservandoci dritti negli occhi e in un attimo, senza lasciarci il tempo di ammirarle, spariscono leste tra le fronde degli alberi, regalandoci un incontro che non sarà dimenticato.

Un ciao, un saluto come ai vecchi tempi, una passeggiata lungo la strada in un cammino solitario o in compagnia alla luce del sole o delle stelle, senza paure né timori, liberi di respirare quell’aria fine, di vedere le stelle senza essere offuscati dalla luce dei lampioni, di ascoltare i suoni della notte.

Non è immaginabile ciò che si prova a camminare in piena solitudine in una giornata gelida d’inverno in mezzo ad un paesaggio innevato; oppure sentire il rumore e l’odore della pioggia in lontananza che avanza, preannunciata da una folata di vento caldo tipica di un temporale estivo; perdersi nell’allegra danza delle foglie cadenti, che leggere abbandonano l’albero che le ha sostenute e che adesso stanco si appresta a riposare.

A Casale la natura ci accoglie e ci invita ad ascoltare la sua tenue voce che ci parla con il dolce soffiare del vento, ci abbraccia con il calore di un sole primaverile, ci consola con la presenza delle querce secolari, amiche fedeli, che ci ammonisce attraverso gli occhi di creature straordinarie che ci ricordano quanto sia piccolo il nostro mondo e quanta ricchezza viva intorno a noi.

C’era una volta Casale….

Dai resoconti del notaio Iacopo di Rinuccio, uno dei vicari del Conte di Modigliana, si evincono i verbali delle adunanze tenute nel villaggio di Casale e gli statuti.

Gli abitanti dei territori sottoposti al controllo dei conti Guidi erano legati ai loro signori da un giuramento di fedeltà. Il fideles doveva riconoscere nel Conte il proprio Signore e sostenerlo economicamente, partecipare al suo esercito, versare collette. L’inosservanza di un solo impegno avrebbe permesso al Signore di prendere tutti i beni dell’abitante.

Statuto Villa di Casale anno 1304

Gli uomini di Casale, in numero di quarantadue, eleggono Borghino, Tanino, Andrea e Amatolo del fu Cambio de “Masseto” consoli e reggitori del Comune di Casale per i prossimi undici anni, stabilendo i loro campi d’azione, poteri e doveri e il loro salario.

Possono far riparare le vie e fare dei piaceri.

Percepiscono un salario di 30 soldi ciascuno.

Possono rinunciare a favore di qualche altro residente che sia atto a coprire l’ufficio.

Per far sorvegliare il bestiame, selve, castagneti, boschi e prati nominano un campaio (guardia campestre).

Giurano sul vangelo di svolgere bene il loro ufficio e ad honore del Conte di Modigliana.

 

Statuto della Villa di Casale anno 1306

I tre consoli di Casale fanno ordinamenti:

  1. L’uomo più valido d’ogni famiglia che possiede bestiame, accompagnato da un socio, deve condurre a turno il pecoramagio (vicenda), e risponde delle bestie morte o ferite o perdute;
  2. Chi fa danno con i buoi, bestie o persone deve risarcire il danno secondo la stima fatta dai consoli o fatta fare ai campi o stimatori nominati dai consoli.
  3. I residenti sono tenuti ad ubbidire alle comandate dei consoli per riparare vie e ponti, pena soldi 5.
  4. Vietato tagliare legname nelle selve, pena soldi 20 per i terrazzani e soldi 10 per gli stranieri, oltre al sequestro degli arnesi da taglio.

[….]

  1. Tutti gli uomini del Comune sono tenuti a trarre a romore (accorrere al segnale del pericolo).

All’entrata nel contado fiorentino delle terre del Falterona sarà sicuramente seguita la redazione di nuovi statuti, secondo le regole del Comune cittadino. Ciò che rimane comunque evidente è l’autonomia che ogni villaggio di montagna, anche relativamente piccolo, vuol difendere. Molti fra questi villaggi, già in epoca feudale, sono stati riconosciuti autonomi nella gestione dei beni comuni, come boschi, foreste e pascoli.

Villa di Casale, comune di San Ghodenzo, podestaria di Decomano, vicariato di Mugello.

L’Assemblea degli uomini di Casale decide di fare un’aggiunta agli statuti di San Godenzo, al fine di salvaguardare i terreni della villa:

  • Pena di lire 25 a chi procura danni nei castagneti-
  • Gravi pene al bestiame che entrasse nei castagneti dal primo ottobre fino a Natale.
  • Divieto assoluto d’ingresso alle capre sul territorio di Casale, eccetto quelle dei terrazzani che possono pascolare oltre il crinale. Verso la Romagna.

[….]

  • Nomina della guardia campestre , senza salario [pagata con la percentuale sulle penali].
  • Divieto del pascolo del bestiame brado nei castagneti e terre coltivate.
  • Divieto del pascolo assoluto al bestiame forestiero sul territorio di Casale.
  • Proibita ogni forma di immigrazione, per evitare che i forestieri possano far pascolare il proprio bestiame sul territorio comunale.
  • I residenti sono tenuti ad una comandata l’anno per riparare le strade.

 Il Comunello di Casale nasce nel XVII secolo grazie al diritto, concesso agli abitanti del Paese dal Granduca Leopoldo de’ Medici, di “godere per ogni uso del Poggio di Oncinaia”.

Antichissima testimonianza della “proprietà collettiva”, ogni famiglia del Paese poteva servirsi, secondo le proprie esigenze, di tutte le ricchezze che questo territorio offriva (es. Legna).

Sulla storia di quest’uso civico non abbiamo testimonianze scritte, tutte le informazioni raccolte si basano su racconti tramandati di generazione in generazione.

Sappiamo per certo che tra il 1948 ed il 1950, grazie ad un taglio del bosco d’Oncinaia, la popolazione riuscì a costruire la scuola, sede oggi dell’attuale Comunello.

Da allora, nonostante le innumerevoli trasformazioni economiche, sociali e territoriali, ciò che non è cambiato è lo spirito della comunità, basato non più sulla necessità di sopravvivenza, bensì sulla voglia di stare uniti, di lavorare insieme per il bene del paese.

La costruzione che inauguriamo oggi rappresenta il primo frutto tangibile dei nostri sforzi.

Nella memoria delle origini di quest’uso civico, ci auguriamo di tramandare alle generazioni future, non solo l’amore per il paese, ma soprattutto il valore di parole quali collaborazione, condivisione ed altruismo.

 

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