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Piemonte: la democrazia negata

DiPiero Belletti

Mag 16, 2015

Articolo pubblicato su IUA n° 6, Anno II, Giugno 2015

Papero.leggero

Il Piemonte è stato coinvolto, in questi ultimi anni, da numerosi scandali politici: dalle firme false che hanno causato la caduta della Giunta Cota (e forse causeranno anche quella di Chiamparino…) ai rimborsi elettorali fasulli, dai collegamenti con la malavita organizzata a una gestione quanto meno allegra della sanità pubblica. C’è però un altro scandalo, meno appariscente e di cui si è parlato molto poco, che però, almeno dal punto di vista della violazione dei fondamentali valori della democrazia, è forse ancora più grave.

Riguarda un tema che sta molto a cuore del mondo ambientalista: la caccia. Ecco, in breve, i fatti.

Durante la primavera e l’estate del 1987 le Associazioni ambientaliste e animaliste piemontesi raccolsero circa 60.000 firme in calce alla richiesta di un referendum regionale che chiedeva l’abrogazione di alcune parti della Legge Regionale sulla caccia. Il quesito referendario non prevedeva la totale cancellazione dell’attività venatoria, in quanto era convinzione diffusa che questo avrebbe potuto impedire l’ammissibilità del referendum, essendo la caccia un’attività allora prevista dalla legislazione nazionale. Il quesito, tuttavia, mirava a ridimensionare in modo drastico la pratica venatoria in Regione Piemonte. Esso, infatti, tra le altre cose prevedeva la possibilità di cacciare solo 4 specie (lepre comune, fagiano, cinghiale e colino della Virginia), il divieto di esercitare la caccia nelle giornate di domenica e su terreno coperto da neve, senza alcuna possibilità di deroghe.

Nel 1988 la Regione Piemonte dichiarò la richiesta ricevibile ed ammissibile, ma, subito dopo, approvò una nuova normativa regionale sull’attività venatoria e, conseguentemente, la cessazione delle operazioni referendarie, essendo mutata la norma oggetto di consultazione. Da notare che la nuova legge recepiva solo in piccola parte le richieste del quesito referendario: ad esempio le specie cacciabili erano ancora 21, la caccia alla domenica veniva vietata, ma solo fino alla seconda domenica di ottobre: in pratica il divieto valeva solamente per 2 o 3 domeniche per stagione venatoria.

Iniziò a questo punto una lunghissima ed estenuante battaglia legale, che passò attraverso 9 gradi di giudizio e si protrasse per oltre 24 anni. La conclusione fu favorevole agli ambientalisti: il referendum si doveva tenere, sia pure su un quesito modificato rispetto all’originale ed adattato ai cambiamenti legislativi che erano nel frattempo intervenuti. Già, perché la Regione Piemonte aveva intanto nuovamente modificato la legge regionale sulla caccia, eliminando, di fatto, quelle modeste limitazioni che erano state introdotte nel 1988. Infatti, con la Legge n. 70/1996 il numero delle specie cacciabili veniva innalzato a 29, era escluso ogni divieto di caccia alla domenica e venivano reintrodotte numerose deroghe al divieto si caccia sui terreni coperti in tutto o nella maggior parte da neve

La Regione tergiversò ancora, finché una specifica disposizione del TAR regionale le impose di fissare la data della consultazione popolare. Ovviamente fu accuratamente evitato di far coincidere il referendum con le elezioni amministrative che si tenevano in quello stesso periodo: fu quindi scelto il 3 giugno 2012. Ma ecco il colpo di genio degli amministratori regionali (in quel periodo la Giunta era governata dal leghista Roberto Cota e l’Assessore alla Caccia era Claudio Sacchetto, leghista pure lui): se abroghiamo l’intera legge regionale sulla caccia cade ogni possibilità di effettuare il referendum, data la mancanza della materia del contendere. Peccato però che, venendo a mancare una normativa regionale in materia di caccia, entrò in vigore su tutto il territorio piemontese la normativa nazionale, e cioè la Legge 11 febbraio 1992 n. 157, sensibilmente più permissiva per il mondo venatorio rispetto alla legge regionale appena abrogata. Infatti, a titolo di esempio, le Regioni possono provvedere al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, le specie cacciabili sono 50, con possibilità di incremento numerico a seguito di deroghe che possono essere concesse per specie protette a livello comunitario, i periodi di caccia per numerose specie risultano più ampi rispetto a quanto previsto dalla legislazione regionale abrogata, è permessa la caccia nelle giornate di domenica. Insomma, non solo il danno (mancato svolgimento del referendum), ma anche la beffa (risultati opposti alle intenzioni dei promotori).

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La Regione ha affermato che l’unico motivo per cui è stato deciso l’annullamento del referendum è stato di tipo economico. Secondo loro, la consultazione sarebbe costata non meno di 20 milioni di Euro. A prescindere dalla considerazione che non si può barattare la democrazia e la partecipazione con il denaro (altrimenti perché non eliminare anche le elezioni? Costano un sacco di soldi…), va osservato che, poiché l’annullamento del referendum è avvenuto solo un mese prima della data prevista, le procedure elettorali erano già state avviate, ad esempio era già stata acquistata la carta per le schede e molti Comuni avevano già predisposto gli spazi per la propaganda. Il tutto è comunque costato alla Regione non meno di 3 milioni di euro.

Il Comitato referendario aveva più volte dichiarato la propria disponibilità ad una soluzione politica: leggasi l’approvazione di una nuova legge che recepisse se non tutti, almeno i più importanti quesiti referendari. Ma la Giunta non ha mai nemmeno preso in considerazione questa possibilità, rifiutando addirittura ogni contatto formale con il Comitato promotore del referendum.

Come dicevamo, l’aspetto più sconfortante dell’intera vicenda non è solo quello legato alla mancata tutela della fauna selvatica e al ruolo subalterno che le amministrazioni pubbliche hanno dimostrato di avere nei confronti del mondo venatorio. C’è di più: la totale negazione dei diritti della cittadinanza, concretizzatasi nel rifiuto di attivare l’unica forma di partecipazione legislativa diretta prevista dal nostro ordinamento giuridico. Un fatto molto grave, che non ha avuto il giusto risalto che avrebbe meritato.

Proprio sulla base di queste considerazioni, il Comitato promotore del referendum ha in questi giorni inviato una segnalazione al Tribunale Permanente dei Popoli, affinché valuti se nell’operato della Regione Piemonte è possibile ravvisare una lesione del diritto al voto della cittadinanza. Certamente, una eventuale sentenza positiva del Tribunale dei Popoli non avrà alcun effetto sul piano pratico. Però sarebbe di grande importanza e confermerebbe che atteggiamenti antidemocratici e prevaricatori non solo un’esclusiva dei regimi totalitari del sud del Mondo.

Piero Belletti

Direttore di Natura e Società

(Federazione Nazionale Pro Natura)

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