L’Usceu (l’usciere)

di Luigi Diego Eléna

Su e giù per le scale che si muovono a serpente dall’osteria della Palma, tra le carte di chi mira a far punti quaranta, e calarle in una chiusura una sull’altra, all’apertura del municipio, dove le carte sono d’istituzionale importanza. Un taglio di capelli con riga e squadra, sempre perfetti e ben allineati, quasi impomatati, più che da un gel, dal Brylcreem che era una pomata. Coppola di lana nel disegno principe di Galles, per la stagione di rigore invernale, e borsalino panama per l’estate, in un incedere rapido con inchino ossequiante. Baudelaire di lui poteva scrivere la caratteristica distintiva della bellezza del dandy, in un’aria di freddezza, derivata da un’irremovibile determinazione, a non esser mai coinvolto. Una vita sempre formale, con licenza di quel pizzico di informare, in una dialettica pepe e sale, ma ingessata nella fede regimentata di custode di segreti di uffici e di ufficiali militari. Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi, cosi pensava Kahlil Gibran; così intendeva lui la verità, come un segreto che portò con sé.

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