Sono Otzi, l’uomo venuto dai ghiacci

Una econovella di Massimilla Manetti Ricci

Appena un attimo. Appena il tempo di accorgersi di un calore intenso che stillava dalla sua spalla, appena il tempo di sentire un dolore penetrante e penetrato con la punta di una selce, appena il tempo di accasciarsi sul ciglio del dirupo sul Similaun, vicino al Giogo di Tisa in Val Senales. Appena un attimo e fu per sempre.

Fu per sempre che nel tempo fatto di millenni mi sono piegato su me stesso con l’ultimo anelito di vita che restava prigioniero tra la ferita e le vene dissanguate della mia spalla slogata mentre l’alternarsi delle stagioni mi ha ibernato, con ghiacci sciolti e riformati a partire dall’incipiente estate di 5300 anni fa.

Appena un attimo.

E appena in un attimo è arrivato settembre 1991: dopo secoli di silenzio rotto solo dalle incrinature dei cristalli ghiacciati, sento rumori strani, nuovi, diversi; mi sento afferrare e storcere tutte le mie povere ossa mummificate. Mi toccano e subito incancrenisce ciò che per millenni la natura ha gelosamente custodito.

Mi portano via in una scatola bianca che si muove, mi marcano col C14 per datarmi e poi mi depositano, dopo una lunga contesa con l’Austria per solo 92 metri di qua dal confine, in una città, Bolzano e mi danno il nome Otzi.

 

Lì sono esposto, disteso in una teca fredda, perché così mi sono adattato nei secoli e spruzzato di acqua distillata per mantenere umido il mio corpo; lì, la curiosità dei discendenti mi osserva con occhi increduli e meravigliati nel vedere, dalla mia fisionomia ricostruita, come già 5300 anni fa il mio aspetto fosse assai simile o uguale al vostro, oggi.

E lì ho fatto nascere una nuova branca di ricerca: l’archeologia dei ghiacci.

Peccato però che il riscaldamento globale metta a rischio i reperti conservati nei ghiacciai che vanno sempre più restringendosi.

Ma facciamo un passo indietro per raccontare quello che è successo.

Il sentiero che stavo allora percorrendo lo conoscevo, ma non ricordo perché ero lì, forse tornavo all’accampamento o forse ero a caccia per portare cibo al villaggio o forse fuggivo o forse mi hanno inseguito. O forse ero un capo perché l’ascia di rame che avevo con me era segno d’importanza o forse potevo essere anche uno sciamano.

Forse !

Il mistero della mia vita è rimasto chiuso tra le vette, dove i raggi di sole trafiggono come spade sguainate il fianco squarciato, offerto dalla montagna, per segnare il mio passo.

Forse!

Ma quel che invece è certo è che in questa nuova dimora c’è parte dell’equipaggiamento di cui ero dotato, una mirabile serie di oggetti concettualmente tecnologici, assai simili a quelli che voi, umani di oggi, utilizzate, come se l’evoluzione tecnica si fosse solo affinata nei secoli, senza aggiungere nulla di nuovo rispetto a quello che io possedevo e progettavo.

Vestivo di pelli cucite a patchwork, trattate con grasso e affumicate, dei leggins, direste, legati con lacci in vita a una specie di giarrettiera dotata di marsupio.

Nel marsupio conservavo per l’occorrenza un raschiatoio, un perforatore e il frammento di una lama.

Nella tasca interna tenevo una preziosità assai utile in alta montagna, il ‘fungo d’esca’, fomes fomentarius che mi serviva per accendere il fuoco: infatti, battendo la pirite contro la selce producevo scintille che accendevano i pezzi di esca asciutta.

Avevo anche un’ascia dalla lama trapezoidale di rame, un pugnale con punta di selce, frecce, faretra, una rete per cacciare uccelli.

La particolarità erano però i contenitori leggeri di betulla che mi portavo appresso, cuciti con fili di libro di tiglio. All’interno vi tenevo foglie di acero nelle quali avvolgevo resti di piante e frammenti di carbone vegetale. Mi serviva da portabraci: le foglie erano il materiale isolante, così la cenere poteva conservarsi accesa per alcune ore e, infatti, con questo ho acceso il mio ultimo fuoco e ho preparato la mia ultima cena.

Nel mio stomaco avete rinvenuto tracce di polline, cereali e carne di stambecco, fornendovi così informazioni preziose sul tipo di alimentazione di quei tempi, molto vicina a quella che voi dite mediterranea.

Come voi anch’io mi curavo con medicine ed ero dotato di un armadietto dei medicinali pronto all’uso con un fungo, il poliporo di betulla, che aveva proprietà emostatiche e antibiotiche: infatti, gli olii dei funghi potevano essere usati contro i parassiti dell’intestino, da cui ero affetto, così com’ero preda di reumatismi e forti dolori ossei, avevo quarantacinque anni ed erano tantissimi per il neolitico!

Potete osservare dei tatuaggi puntiformi e lineari su alcuni specifici punti del mio corpo: no, non sono di bellezza, ma rappresentano una sorta di agopuntura per alleviare le mie sofferenze.

 

Ricordo che quella notte, quell’ultima notte i forti dolori per il rigore della montagna erano pungenti e mi sono scaldato come non avevo mai fatto, quasi presago di un freddo che mi avrebbe attanagliato per sempre di lì a poco.

Ho chiuso gli occhi con il cielo che allora guardava me come oggi guarda voi, sovrastante e distaccato e con la luna che civettava sulla punta della montagna imbiancata; il risveglio è stato brusco e tragico: sono stato colpito, mi sono abbracciato per fermare l’emorragia, sono caduto, ho battuto la testa e ….sono scivolato verso l’oggi.

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