4 novembre 1966, La Grande Alluvione di Firenze

Di Paola Capitani

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Continuava a piovere fino dal giorno prima continuamente e intensamente, ma quando la mattina del 4 novembre ci siamo svegliati non credevamo ai nostri occhi.

La strada era invasa dall’acqua, la signorina Galli del negozio di porcellane Laveno continuava a spazzare l’acqua che entrava furiosa nel portone… inutile tentativo di arrestare una forza superiore…

Mio padre è sceso a prendere la torcia elettrica in macchina, ma non ha pensato a spostare l’auto… ancora avrebbe potuto portarla in salvo verso il piazzale…

L’alluvione del 4 novembre 1966 ha duramente messo alla prova tutta la città e in particolare il quartiere di Santa Croce rinato velocemente grazie alla fierezza e alla tenacia tipica dei fiorentini.

Nel giro di poche ore la città è passata dalla sua vita quotidiana, regolare e metodica, ad una situazione d’emergenza drammatica, dove  le famiglie si sono trovate senza casa, senza mangiare, senza acqua e senza luce, senza collegamenti e mezzi di trasporto.

Alle otto del mattino le infiltrazioni d’acqua, al piano terreno, erano talmente abbondanti che ha divelto il pesante portone di legno con un’onda d’urto inimmaginabile. La piena era difficilmente arginabile e quando sono crollati i muri di divisione nelle cantine ne abbiamo avuto la prova.

Siamo rimasti  senza il telefono e senza la luce elettrica e, in preda al panico, abbiamo cercato di impegnarci fisicamente per occupare la mente ed evitare ulteriori sensi di angoscia mentre ci sentivamo completamente abbandonati a noi stessi.

Un elicottero sorvolava il quartiere e qualche barca è arrivata a chiedere notizie, insieme a un mezzo anfibio dei carabinieri che poteva solo portare qualche parola di conforto. Avendo constatato che dovevamo affrontare da soli la situazione, siamo rimasti tutti insieme, uniti per superare quell’esperienza drammatica.

Il giornalaio imprigionato nell’edicola in piazza dei Ciompi con una fune lanciata da una finestra è stato messo in salvo in una abitazione al primo piano. Un ragazzo, che aveva appena aperto la porta dell’auto, ha visto con stupore l’acqua entrare violentemente nell’abitacolo, e, impaurito, ha cercato di mettersi in salvo ripercorrendo a ritroso la breve strada che ormai era diventata un fiume.

L’acqua saliva incessantemente mista a fango e al carburante che usciva dai serbatoi delle auto e dalle caldaie degli edifici, trascinando tutto quello che trovava durante il suo passaggio: automobili, mobili, carretti, tronchi, che volteggiavano come fuscelli nella corrente. I clacson delle auto scattavano come sirene impazzite e continuavano a fendere l’aria grigia e umida come se un lamento continuo accompagnasse quella vicenda incredibile. Un gatto striminzito, impaurito, bagnato, in bilico su un cassettone lo portava nei gorghi come su una zattera di salvataggio ed è sparito dietro l’angolo della casa senza che nessuno potesse tirarlo in salvo. Un bussolotto di carburo fumante è arrivato trascinato dalla corrente in seguito all’esplosione di un deposito a qualche centinaia di metri di distanza. I gorghi di acqua premevano violenti contro tutto ciò che si opponeva alla loro forza e facilmente hanno abbattuto il gigantesco portone di noce del palazzo Gerini, di fronte, così come hanno travolto e scardinato il cancello di ferro del giardino della scuola, provocando una ondata che si è andata ad abbattere contro la parete opposta del palazzo con una conseguente violenta onda di ritorno.

Una barca si avventurava all’altezza del primo piano di una casa di Borgo Allegri per prendere delle persone, mentre un anfibio dei pompieri è passato arrancando in via dell’Agnolo cercando di individuare un lamento lontano che richiamava l’attenzione di una mano provvidenziale.

Le grida ripetute e stanche si alternavano con lo sciacquio dell’acqua che continuava a cadere incessante e con il rumore della corrente che rumoreggiava per le strade, trasformate ormai in torrenti sinistri e melmosi. Le frasi di richiesta di aiuto rimbalzavano inutili da finestra a finestra in passaparola che ci dava un po’ di conforto e coraggio.

La giornata del 4 novembre fu interamente dedicata a traslocare i mobili dal piano terreno ai piani alti, non sapendo a quale livello sarebbe arrivata l’acqua. Le porte degli appartamenti erano aperte e ciascuno aveva un preciso compito: i giovani e gli uomini trasportavano i mobili, le donne preparavano generi di conforto e qualcuno stava sui ballatoi delle scale per offrire un salutare bicchierino di vermut o cognac o uno spuntino per riprendere le forze.

Le vetrate delle scale sono state rotte con un manico di scopa per far uscire il gasolio nella tromba delle scale, liberandoci da quell’aria irrespirabile che ci chiudeva la gola e ci faceva bruciare gli occhi.

Con un secchio legato ad una corda si misurava, ogni tanto, il livello dell’acqua fuori dalle finestre del piano ammezzato, comunicando agli altri l’altezza raggiunta. Fino al pomeriggio inoltrato le acque hanno continuato inesorabilmente a salire, solo verso sera il livello stazionario ci ha dato un senso di ottimismo.

Si sono condivisi gli scarsi viveri dei diversi appartamenti e abbiamo improvvisato una cena a base di frittata, patate e castagne: ottimi cibi per riempire i numerosi stomaci affamati, grazie a un fornellino a gas che ci ha rallegrato momentaneamente.

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Per la notte materassi e coperte ai piani alti hanno dato ospitalità a quelli che non potevano più occupare i relativi alloggi dei piani sottostanti, ritenuti in pericolo. Improvvisate camerate davano il senso della più appassionata solidarietà e dell’aiuto reciproco che solo in tragici frangenti ci è concesso di vedere. Un accampamento, dove ciascuno personalizzava il proprio spazio e portava quel poco di ironia e di ottimismo che eravamo riusciti a conservare. Una serata a veglia in cui si sono raccontate storie nei vari dialetti (la presenza di studenti universitari di varie città) che, con la goliardia tipica dell’età, hanno alleggerito la.

Le candele hanno contribuito a conferire una romantica e nostalgica atmosfera a quello spettacolo di desolazione e sconforto. Il bambino di pochi mesi al primo piano ci regalava sorrisi e moine che tutti prendevamo per distrarci da quello spettacolo che vedevamo dalle finestre, mentre qualche sirena di automobile continuava il lugubre commento musicale provocando panico e tristezza.

Il giorno dopo un timido raggio di sole ha illuminato il risultato della strage di fango e carburanti che facevano rilucere di strani colori quei torrenti che solo il giorno prima erano strade. L’odore di bottino e di gasolio era  nell’aria e solo chi aveva dei provvidenziali stivali da pesca o da caccia poteva avventurarsi fuori, per la strada, dove la fanghiglia arrivava ancora a mezza gamba. Qualche amico dei quartieri non alluvionati è arrivato in giornata a vedere come stavamo, mentre cominciavamo a vedere i problemi del quotidiano: la mancanza di acqua e di luce, dei servizi primari.

Una gara di solidarietà fra gli amici di altre città ci ha portato scatolette e barattoli, pasta e conserve stivate in improvvisati magazzini domestici.

Ma il problema dell’approvvigionamento idrico era quello che più premeva.

Passavano le autobotti alle quali occorreva fare la fila per le riserve di acqua che, dato l’alto numero dei componenti della famiglia, erano di parecchi litri al giorno, con la conseguenza di portare fino al quarto piano le stagne che finivano in pochi momenti. Il freddo cominciava a farsi sentire e soprattutto l’umido, entrato in tutta la casa. Il fango era ovunque anche se oramai secco, veniva portato in casa dagli stivali, diventati il nostro abituale abbigliamento per oltre un mese.  Si andava a fare la spesa nei quartieri oltre i viali dove la vita era regolare: il centro era stato isolato con transenne e filo spinato e dava un’immagine di desolazione e di abbandono.

Un enorme buco nero, senza luce, maleodorante, segnato da ponteggi cadenti e da impalcature sinistre, costantemente accompagnato da scricchiolii e da rumori improvvisi. Gli sciacalli cominciarono a svaligiare gli appartamenti lasciati vuoti per cui delle ronde cercavano di mantenere un minimo ordine e un controllo a livello di quartiere. Si faceva la fila per il pane che veniva portato una volta al giorno dai militari e si mangiavano le provviste, cercando di farne un uso moderato. Non si riusciva a immaginare quanto sarebbe durata l’emergenza e quindi occorreva razionare con attenzione le scorte così difficilmente raccolte. Quando si usciva dal quartiere sembrava di prendere una boccata di energia e benessere, ma quando si rientrava nel “ghetto” prendeva male all’idea di tornare in quella zona così martoriata e ridotta ad un ammasso di cumuli di fango e residui di ogni tipo. Le saracinesche chiuse dei negozi erano vuote orbite in un quartiere solo pochi giorni prima così allegro e vivace caratterizzato dalle imprese artigiane e dai variopinti esercizi commerciali che ne indicavano la specialità.

L’unico aspetto positivo la solidarietà e l’amicizia fra tutti quanti. Il problema di uno era diventato il problema di tutti e il cibo arrivato dagli amici veniva diviso con gli altri. Per molto tempo le porte degli appartamenti sono rimaste aperte e le famiglie hanno vissuto uno strano periodo di affiatamento. Ogni sera c’era un incontro in uno degli appartamenti, con chiacchiere, musica e racconti, illuminati da sporadiche candele. La riunione era anche dovuta all’esigenza di consumare meno candele e di riscaldarci gli uni con gli altri, meglio se con l’aiuto di una bottiglia di brandy o di whisky.

La luce elettrica aveva per incanto riannodato i rapporti umani e la mancanza della televisione aveva riportato le persone al gusto dello stare insieme a raccontarsi le avventure della giornata.

La signorina Giulia, proprietaria del negozio di porcellane della Laveno di via Martiri del Popolo, andava in giro con due stivali sinistri perché in Palazzo Vecchio, dove distribuivano gli indumenti agli alluvionati, in un momento di confusione e di agitazione, aveva erroneamente preso due calzature per lo stesso piede. Questi ed altri erano i racconti che animavano le serate trascorse intorno ad una candela per ascoltare gli episodi veri o inventati, le vicende incredibili e i casi umani che avevano contraddistinto la cronaca quotidiana.

Sembrava di essere tornati al tempo delle “veglie” e la televisione non riusciva a turbare quella strana quiete serale che consentiva di affrontare le dure prove del giorno successivo. Tornata la luce elettrica e gli agi della civiltà moderna hanno allietato le sofferenze patite per oltre un mese le porte degli appartamenti si sono chiuse immediatamente ed ognuno ha ripreso la sua privacy come se il messaggio fosse civiltà=individualismo.

Dopo quarant’anni da allora nulla è mutato, almeno nelle soluzioni per la regimazione del fiume da parte dall’amministrazione, che sembra essersi dimenticata di quel tremendo avvenimento. Il rumore sordo del fluire dell’acqua limacciosa e sinistra, il sibilo assordante delle sirene delle auto, che viaggiavano senza autista nelle strade tramutate in torrenti melmosi sono vivide negli occhi di chi c’era e, forse anche di chi, a distanza, ha visto filmati e fotografie, ma non ha sentito l’odore acre di nafta. I neri gorghi di acqua e terra, i tronchi e i mobili, galleggianti isole senza futuro. immagini di chi non ha respirato l’umido, il freddo, la terra bagnata e visto il buio dei cortili, antri spettrali arredati da sinistre fogge.

Eppure le varie lapidi, nei punti critici del centro cittadino, sono una testimonianza reale di quanto è successo in diversi anni, in diverse date, per  turbare, violare, devastare una città a rischio. Sono ammonimenti viventi che dovrebbero far riflettere, per agire, in uno spaccato dove le soluzioni si prendono con un lasso di tempo quasi secolare… Uno scrigno di gioielli artistici, malamente custoditi, spesso addirittura dimenticati in nome di biechi guadagni o di una superficialità senza fondamenta culturali, spirituali, sentimentali.

Come Oscar Wilde scriveva sulla donna, si può dire di Firenze “… non va capita, va solo amata” e qui sta il difficile… Per amare occorre sentire, proteggere, pensare in grande ma agire in piccolo, quotidianamente… ognuno per quanto può e sa.

E oggi le cronache ci ripetono quotidianamente di alluvioni e smottamenti, frane e devastazioni… meditiamo, gente, meditiamo.

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