Incontri, settima puntata – Martino va in città

Di Gianni Marucelli

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Ho abitato a lungo a Firenze, non lontano dalle rive dell’Arno, che non è certo il meno inquinato e il più attraente dei fiumi, nonostante le belle parole di una vecchia canzone cantata da Odoardo Spadaro: “Sull’Arno d’argento /si specchia il firmamento…”.

Però, è giusto riconoscere che, anche in un ambiente non ideale come questo, molte specie animali sopravvivono e, anzi, non essendo più da molto tempo preda dei cacciatori, prosperano: aironi cinerini, garzette, cormorani, oltre agli ormai onnipresenti gabbiani, costituiscono una presenza comune anche lungo le sponde urbane del maggiore fiume della Toscana. Numerosi anche gli anatidi, in prevalenza germani ma anche marzaiole e morette, oltre a gallinelle d’acqua e folaghe, dove i canneti sono più folti.

Tra i mammiferi, addirittura infestanti sono divenute le nutrie, qui come in tanti altri fiumi. La nutria è un immigrato, involontario certo, essendo stato importato molto tempo fa dall’America per andare incontro a un triste destino: quello dell’animale da pelliccia, allevato per essere ucciso e scuoiato, sostituendo animali più pregiati nella confezione dei soprabiti delle signore: una pelliccia di “castorino” (questo era l’appellativo che le davano gli allevatori) non si negava a nessuna!

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Un giorno non bello, quello delle grandi alluvioni del Novembre 1966, essendo buone nuotatrici, molte nutrie fuggirono dai loro lager e acquistarono la libertà, trovando poi un habitat ideale lungo i corsi d’acqua italiani. E in qualche decennio si sono abbondantemente riprodotte, scavando le loro tane negli argini e rendendoli, in molti punti, simili a un gruviera, e quindi instabili.

Ma non di questo volevo raccontarvi.

Era un pomeriggio di inizio autunno; una tempesta di vento s’era abbattuta su Firenze, con qualche piovasco. Niente di simile alle vere e proprie “bombe d’acqua” e alle trombe d’aria cui abbiamo dovuto purtroppo abituarci: allora, di cambiamenti climatici, neppure si parlava. Pur tuttavia, qualche ramoscello caduto, molte foglie d’albero non ancora ingiallite per terra e un paio di tegole cadute da un edificio stavano a testimoniare che la bufera era stata abbastanza violenta..

Uscii di casa con un caro amico, che si accingeva a partire in treno per Lecce. Lo accompagnai alla sua auto, lì vicino, girai l’angolo per tornare e m’accorsi che, sul sellino di una Vespa parcheggiata contro un muro, c’era un fagottello multicolore, tra il verde smeraldo e l’azzurro intenso. Quel fagottello si muoveva. Per quanto piccolo fosse, mi bastarono pochi sguardi per capire di che si trattava. Rifeci di corsa il cammino percorso e arrivai in tempo per chiamare l’amico che stava aprendo la portiera della macchina.. Sapevo che quello che avevo appena visto lo avrebbe interessato parecchio, perché, come me, era un appassionato di ornitologia.

“Fermati!” – gli dico a voce un po’ troppo alta, facendolo sobbalzare – “Ho trovato un Martin pescatore in difficoltà, qui vicino. Forse è meglio che anche tu gli dia un’occhiata.”

Martin pescatore, nome scientifico Atthis Alcedo, era l’identità di quel “fagottello multicolore” che avevo avvistato. Un uccello comune anche in Italia, ma che in pochi possono dire di aver visto in natura, sia perché è molto piccolo, sia perché il suo volo è veloce, sia perché in genere se ne sta ben nascosto tra canneti e vegetazione riparia. Il suo habitat è situato sulle sponde di fiumi, torrenti e laghi, perché si ciba prevalentemente di avannotti e di pesciolini (da qui il suo nome) anche se, all’occorrenza, si accontenta di insetti, quali le libellule. Come il Gruccione, che abbiamo presentato qualche tempo fa sulle pagine di questa rivista, è multicolore, e costruisce il suo nido in tunnel scavati nella terra delle rive e degli argini. A differenza del Gruccione, però, che è gregario e vive in comunità, il Martin pescatore ama la solitudine, tranne che nel periodo degli accoppiamenti. La femmina depone, due volte l’anno, in media cinque uova, che però non riesce sempre, per le sue piccole dimensioni, a portare tutte alla schiusa. Difficile la vita per i piccoli Martini, anche se entrambi i genitori si occupano di loro: quando è il momento di cavarsela da soli, cioè di cacciare rasentando il pelo dell’acqua, molti muoiono per imperizia; si calcola che solo un terzo di essi raggiunga l’età adulta.

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Ovviamente, questi uccelli pescatori amano le acque pulite, dove possono individuare le prede sotto la superficie. Per questo, i loro occhi sono dotati di meccanismi contro i fenomeni ottici di riflessione e rifrazione dei raggi solari. Inoltre, le palpebre nittitanti si chiudono quando vanno in immersione, così da proteggere i delicati organi visivi dall’impatto con l’acqua.

Detto questo, si spiega la mia sorpresa di allora per aver trovato un Martino così relativamente lontano dal fiume, un fiume per di più molto inquinato… La bufera di vento evidentemente aveva trascinato il poveretto molto al di fuori della sua area abituale: restava da capire se fosse o no ferito, e in grado di volare. Il mio amico, pur borbottando che il treno non lo avrebbe certo atteso, mi seguì di buon grado. Ero certo che, se avessimo dovuto catturare il piccolo pennuto per portarlo a un Centro di recupero faunistico, mi avrebbe dato una mano. L’uccello era ancora lì: i colori verde e azzurro del dorso e il rosso delle parti inferiori spiccavano sulla pelle nera del sedile dello scooter. Visto un po’ più da vicino, rannicchiato e con le penne arruffate, sembrava molto disorientato. Cercammo di avvicinarci lentamente, da due parti opposte, ma il Martino ci prevenne e, percorrendo in volo una ventina di metri, si posò sul muro di cinta di un giardino folto di piante.

Ancora, cautamente, tentammo di accostarci, e di nuovo il piccolo profugo dispiegò le ali, andandosi a rifugiare nel folto della vegetazione. Eravamo abbastanza giovani, a quel tempo, per tentare di arrampicarci sulla recinzione e sbirciare dentro la proprietà; ma non riuscimmo ad avvistarlo.

Il mio amico partì per Lecce con il treno successivo. Io rimasi a chiedermi se il volatile si fosse salvato, se fosse riuscito a tornare sano e salvo a casa, sulle rive del fiume. È un dubbio che ancor oggi, quando il vento si alza forte a strapazzare gli alberi, mi torna nel cuore.

 

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Fonte delle fotografie

Florence bridges” di User:Rnt20 – Photo by Bob Tubbs. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

Alcedo atthis 3 (Lukasz Lukasik)“. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.

Martin Pescatore” di Mirko Rubaltelli – Martin Pescatore,oasi naturalistica di Torrile [PR] italy. Con licenza Public domain tramite Wikimedia Commons.

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CC BY-NC-ND 4.0 Incontri, settima puntata – Martino va in città by www.italiauomoambiente.it is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

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