Bari, ti voglio bene

Di Carmelo Colelli

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Ecco finalmente il mare, il mare di Bari!

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Era un giorno di inverno, qualche giorno prima di Natale, di un po’ di tempo fa, avevamo lasciato il nostro paese, un paese agricolo, Mesagne, alle porte di Brindisi e, dopo alcune ore, il camion con le nostre masserizie percorreva il lungomare.

Alla mia destra il mare, un mare diverso da quello che conoscevo, un mare che abbracciava la città, un mare con dei colori particolari, azzurro, blu, blu intenso, verde in alcuni punti, bello, tanto bello: meraviglioso ai miei occhi, occhi di un fanciullo di undici anni, che aveva vissuto in un paese senza il mare, ma con tanta campagna, le case basse una accanto all’altra, dipinte di bianco, con la calce.

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Il mare era leggermente mosso, le onde si rincorrevano una dietro l’altra, una un po’ più grande delle precedenti, andò ad infrangersi contro il muretto del lungomare e gli schizzi si alzarono in alto, verso la strada, come a porgere un saluto, a chi arrivava: a me.

Avevo lasciato tutto al mio paese, i parenti, i compagni di scuola, gli amici con cui giocavo per strada, i miei giochi, giochi semplici che noi ragazzi ci costruivamo da soli, ero triste, ma contento nello stesso tempo, avevo voglia di conoscere, di vedere, di scoprire la città.

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Da quel giorno sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma tutto è chiaro, le immagini vivide ed attuali, come il primo giorno, nel mio cuore convive l’amore per il mio paese e l’amore per questa città, una città che mi ha accolto come una zia accoglie il nipote prediletto, lo tiene con sé, gli racconta della vita e lo porta in giro per mostrargli le cose più belle.

I ricordi sono tanti, tante le scene di vita quotidiana che ormai non si vedono più. Ricordo il fornaio che, la mattina presto, percorreva via Manzoni, su una bicicletta, con una lunga tavola sulla testa e su questa aveva sistemate le pagnotte di pane da cuocere, che portava al forno, quello in pietra che si trovava in via Abate Gimma, di fronte ad un palazzo storico ed importante, l’Istituto Nautico “N. Caracciolo”.

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Andavo a curiosare vicino al forno, un giorno la mia curiosità mi spinse ad entrare e vidi che oltre alle pagnotte di pane, vi erano anche tanti tegami con varie pietanze da cuocere o già cotte, un po’ come avveniva al mio paese. Facendomi un po’ di coraggio chiesi ad una signora cosa conteneva il suo tegame, mi rispose sorridendo: ”non ’u vid ca ie ‘u tian d patan ris e cozz?”, non capii nulla, la ringrazia ed andai via. Ancora oggi, non so ben pronunciare la risposta che la signora mi diede, ma capii che doveva essere una prelibatezza, col tempo ho verificato la bontà di quella pietanza, è diventata la mia preferita, una pietanza che unisce terra, mare e amici.

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La domenica pomeriggio c’era l’usanza di fare la passeggiata sul lungomare, si percorreva Corso Vittorio Emanuele e si giungeva al palazzo della Motta, quello che aveva una grande “M” luminosa in cima, un edificio altissimo, il più alto di tutti in quella zona, di fronte il teatro Margherita che in quelli anni era anche cinema.

Sul lungomare, ogni tanto vi erano delle scalette di tre quattro gradini che scendevano a livello dell’acqua, da lì si poteva prendere la barca, sì vi erano delle piccole barche che facevano il giro sul mare, andando verso il molo e ritornando. Era bello vedere il mare calmo come una tavola che abbracciava la città e cullava i baresi, cullava i turisti, cullava dolcemente le coppie degli innamorati, che si facevano portare dal barcaiolo un pò più lontano per sognare insieme il loro futuro. Era un festoso vociare di bambini, di mamme che rincorrevano i piccoli e di barcaioli: “la bbarc, la bbarc” era il loro grido.

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Sul lungomare, c’era anche il carrettino bianco e azzurro, con le coppe cromate e splendenti, spinto da un uomo vestito di bianco, con il cappellino, era il carrettino dei gelati, quelli di limone, fatti artigianalmente, che davano sollievo alla calura estiva.

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Il tempo stava passando e con sé stava portando via tante cose, come le carrozze nere vicino alla stazione o vicino al teatro Petruzzelli; la gente le usava come taxi, era piacevole sentire il rumore degli zoccoli, i campanelli dei finimenti, ed era curioso vedere i cavalli fermi con la testa infilata in un sacchetto di iuta a consumare il loro pasto: paglia e biada.

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Cavalli snelli, ben tenuti, eleganti nel portamento, ma non erano gli unici, vi erano anche i cavalli che trainavano i pesanti carri per il trasporto delle merci, questi li si poteva trovare in Corso Italia, sotto i ponti della Bari-Matera, vicino alla fontana, davanti alle scale che portavano al sottovia Quintino Sella. Ciò che mi colpì, la prima volta che vidi questi cavalli, fu il particolare delle scarpe, sì i cavalli, avevano ai piedi delle scarpe fatte di pezzi di copertoni di auto, subito non capii perché li costringevano a portare quei calzari, alla prima pioggia tutto mi fu chiaro, l’asfalto utile per le auto, quando pioveva diventava scivoloso ed era per questo che quei cavalli li stavano trasformando in auto iniziando dai loro piedi.

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Giorno dopo giorno, tralasciando tanti ricordi, sono giunto a questa sera: percorro con l’auto il lungomare, il mare leggermente mosso, le onde una dietro l’altra si infrangono sui frangiflutti, la schiuma sale in alto come a salutare chi passa, a salutare me, ma, questa sera voglio essere io a salutarti caro mare, a dirti grazie per tutto quello che mi hai dato e dai a chi ti guarda con amore, il grazie più sentito a te cara zia, che anche se un po’ più anziana, rimani sempre bella o meglio sei ancora più bella, ancora più innamorata dei tuoi figli e di tutti i tuoi nipoti, grazie Bari ti voglio bene e quando vuoi bene è per sempre.

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Carmelo Colelli

Bari, 09/02/2014

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