Una poesia di Iole Troccoli

Un tempo sono stata sirena

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Un tempo sono stata sirena.
Piccola, vibrante, raccoglievo azzurro
nelle grotte
ombreggiavo il viso col pallore di alghe
appena nate, sopportavo il freddo marmo
dell’acqua sotto roccia.

Ogni tanto cantavo.

Adolescente, imparavo a far schiumare la coda
che rosseggiava sotto la chiglia incrostata
delle navibarriera
che ululavano al mondo-sopra le loro grida salate
di umanità appese agli alberi, a rotolare le vele.

Mi gettavo nello sconforto di saper soltanto nuotare.

Più grande, conobbi le danze dei pesci amici, il loro urtarsi
continuo, il sottovento che urgeva quando le onde alzavano
la schiena e, sopra, era paura senza sonde, un martirio che buttava corpi nelle profondità
dei velieri morti, nelle cambuse di ruggine scordate anche dalle murene furiose.

Vidi i delfini giocherellare con la mia mestizia,
sentii gli abbracci secolari dei polpi che scrivevano poemi sulla sabbia.
Imparai l’inchiostro segreto delle seppie sguscianti,
intravidi sopra un fondale dimenticato l’ombra del calamaro più grande
che cercava le rotte abbandonate dai pirati antichi.

Scoprii che le conchiglie servivano a far di conto, e la linea del mare mi aiutò a salire il tempo dei tramonti e delle isole inghiottite dalle onde sorelle.

Qualche costruzione umana mi apparve, ogni tanto, smisuratamente piccola, inutile, con le sue reti malvagie, pronte a colpire, a rapire gli amici miei, a portarli immobili sulle loro tavole senza vergogna.

Un grosso granchio mi arenò sulla spiaggia, un giorno d’aprile.
Portava compagnia con le sue chele amare di dolori racchiusi dentro la polpa molle.
Fummo inseparabili per giorni e giorni, mi insegnò la notte per galleggiare sulle acque calde della riva, e poi a guardare le stelle.

Ormai ero grande, quasi vecchia, o perlomeno antica, i capelli si erano fatti rossi,
le squame cadevano a ogni plenilunio.
Alcuni crostacei abbandonarono la mia pelle verde, per esseri più giovani e forti.
Il grosso granchio mi rimase vicino fino alla mutazione. Accarezzava la mia coda con le sue grandi chele nere e gentili.

Io cantavo, come quando ero piccola.

La voce aveva perso la trasparenza degli oceani lontani, il blu appassionato delle notti di Venere. Restava l’incanto del ricordo e il granchio lo comprese fino in fondo.

Le gambe, lunghe, sottili come anguille appena nate, uscirono all’alba e mi sorressero a malapena. Il granchio, appena le vide, scappò di traverso in mezzo alle ondine che sbattevano sulla sabbia. La schiuma bianca se lo portò via con anelli di dita che scorrevano, velocissimi.

Ricordo che fu un bambino a vedermi per primo. Ero brutta, gli feci quasi paura. La mia voce era terribile, provai a chiamarlo in tutte le lingue che conoscevo ma non si avvicinò. Continuò a guardarmi i capelli lunghissimi pieni di mare perduto finché sua madre non venne a prenderselo, dopo avermi lanciato un’occhiata feroce.
Barcollando iniziai il mio cammino, mi confusi infelice tra la gente che viveva di sopra.
Nessuno sa che un tempo sono stata sirena.

© copyright Iole Troccoli 3 giugno 2014

 

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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