UN GRAVE LUTTO PER LE DISCIPLINE ARCHEOLOGICHE

Articolo a cura di Gianni Marucelli

 

È morto nei giorni scorsi, ad Orvieto, il nostro amico e collaboratore Giovanni Feo.

Non voleva essere chiamato “archeologo” né “etruscologo”, ma soltanto “studioso delle antiche civiltà mediterranee”; in realtà, nei fatti, col suo lavoro pluridecennale ha rivoluzionato la comprensione della civiltà etrusca, spingendosi nel tempo ancora più addietro, alle antiche popolazioni italiche che abitavano il centro della nostra penisola molto prima dei Rasenna.

Decine di volumi rimangono a testimoniare il suo impegno di ricercatore “non accademico”, anzi, spesso ostacolato da quegli ambienti universitari italiani ancorati a supposizioni e idee che risalgono a mezzo secolo fa. Non vi è da stupirsi, quindi, che gli studi di Feo siano più apprezzati all’estero che nel nostro Paese.

Io, però, oltre allo studioso, debbo ricordare l’amico impareggiabile, che mi ha guidato alla scoperta di luoghi archeologici di eccezionale valore in Maremma e in Tuscia, siti che lui stesso, munito solo della sua immensa cultura e del suo eccezionale intuito, aveva localizzato.

Giovanni, invero, non amava solo le discipline storiche, ma anche la natura, e pensava, come me, che i popoli antichi come gli Etruschi cercassero di vivere in armonia con l’ambiente: le loro convinzioni religiose e i loro rituali sicuramente lo attestano.

Non ci frequentavamo spesso, negli ultimi anni davvero poco, ma ci sentivamo ogni tanto per telefono: una impresa difficile, con lui che, almeno fino a poco tempo fa, non utilizzava il cellulare.

Non so dove sia, ora: non certo in un asettico Paradiso al quale non credeva, pur essendo un uomo che guardava oltre, che sapeva, per parafrasare Eugenio Montale, che la realtà non è solo quella che si vede.

Buon riposo, Giovanni, tu che hai camminato con le tue gambe percorrendo ogni sentiero e forra dell’Etruria, e con la tua mente itinerari per noi inconcepibili nel tempo e nello spazio, in cerca solo della Verità.

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IL CANE

Chi è il nostro amico più fedele. Che non sempre trattiamo in modo adeguato.

a cura di Mariangela Corrieri

 

Il cane, Canis lupus familiaris, ha, fra tutti gli animali, una posizione a sé. Fra L’uomo e il cane esiste una relazione affettiva molto forte dovuta a una storia assai lunga vissuta insieme, una storia di coevoluzione. Il loro lungo sodalizio è infatti iniziato decine di migliaia di anni fa.

 

Ma chi è il cane?

Eccolo, con le parole di Jeffrey Masson, psicoanalista, etologo, sanscritista e scrittore (Libri: Il cane che non poteva smettere di amare, I cani non mentono sull’amore).

“Molto prima della domesticazione di qualsiasi altro animale o pianta cominciammo la nostra domesticazione del lupo in cane. Ebbe inizio fra i 130mila anni fa, quando l’uomo raggiunse il livello evolutivo di Homo sapiens e 150mila anni fa.

Questa domesticazione potrebbe benissimo non essere stata un processo a senso unico bensì una reciproca e profonda trasformazione per entrambe le specie. Questa mutua domesticazione è unica in natura.

C’era qualcosa di diverso in una specie animale, qualcosa che essa aveva condiviso con noi più di quanto non avesse fatto con alcuna specie di animale non umana. Quella specie era il cane e quel che esso aveva condiviso con noi in modo così unico era la sua capacità di amare.

Di conseguenza l’uomo e il cane sono anche le uniche due specie che fanno facilmente amicizia con altri animali, al di là della barriera che divide le specie. Cani e uomini si coevolsero, i cani contribuirono a renderci umani.

Nessun altro animale si comporta come un cane. Com’è possibile che questo animale dall’aspetto così diverso dal nostro, dorma sul nostro letto, si alzi con noi al mattino e venga a spasso con noi al pomeriggio? Che ci guardi con amore? La verità è che solo i cani continueranno ad amarci quando nessuno ci amerà più.

Questo amore è in realtà un fenomeno molto notevole. In realtà è uno dei fenomeni più notevoli del nostro universo. Com’è possibile che due esseri appartenenti a due specie totalmente separate possano provare un amore tanto profondo uno per l’altro? Nel mondo naturale non c’è alcun’altra cosa che sia simile a questa.

Con i cani abbiamo cominciato il lungo processo che conduce al riconoscimento della fondamentale identità di tutti gli esseri senzienti. E questo riconoscimento non sarebbe venuto da Cristo, da Mosè o dal Buddha, bensì da quel piccolo amico che cammina fiducioso accanto a noi e che non ci abbandonerebbe mai, per nessuna cosa al mondo. Da lui e solo da lui abbiamo imparato che possiamo varcare la barriera della specie e amare altre forme di vita.”

Secondo Konrad Lorenz, premio nobel 1973 in riconoscimento della sua opera fondatrice di una scienza che rivela sempre più la sua enorme portata, l’etologia, nel suo libro “E l’uomo incontrò il cane”, afferma:

“Io credo che il cane sia superiore anche alle grosse scimmie antropoidi per quanto riguarda la comprensione del linguaggio umano, anche se queste possono essergli superiori in determinate altre prestazioni intellettuali. Sotto un particolare aspetto infatti il cane è indubbiamente più simile all’uomo che la scimmia più intelligente; anch’esso è come l’uomo un essere addomesticato e, come l’uomo, deve a questo processo due proprietà fondamentali: primo la liberazione dai rigidi vincoli del comportamento istintuale che, anche a lui come all’uomo, apre nuove possibilità d’azione; secondo, però, quella permanente giovinezza che nel cane è alla radice di un persistente bisogno di amore, mentre all’uomo conserva quella giovanile freschezza di animo grazie a cui può rimanere, fino a tarda età, un essere in divenire”.

E anche: “La fedeltà di un cane è un dono prezioso che impone obblighi morali non meno impegnativi dell’amicizia con un essere umano. Il legame con un cane fedele è altrettanto ‘eterno’ quanto possono esserlo, in genere, i vincoli fra esseri viventi su questa terra”.

 

I cani, come tutti gli animali (art.13 del Trattato di Lisbona dell’Unione europea), sono esseri senzienti, amano, soffrono, provano gioia, paura, stress, sono quindi capaci di avere sentimenti, di elaborare pensieri spesso articolati e di manifestare una particolare intelligenza. La Dichiarazione di Cambridge, stilata dai maggiori scienziati mondiali, afferma che gli animali non solo hanno emozioni ma anche coscienza. In particolare i cani che condividono con l’uomo le cure parentali ossia tutti quei comportamenti messi in atto dai genitori per crescere, educare e difendere la prole sino al raggiungimento di una piena autonomia.

 

Il cane ha una grande capacità di comunicare, è utente di un linguaggio affinato e adattato proprio in funzione della vicinanza con l’uomo utilizzando le stesse regioni del cervello: una capacità acquisita durante l’evoluzione e la domesticazione. I cani capiscono le parole e le distinguono, in un modo molto simile a come l’uomo comprende quello che dicono i suoi simili. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science.

Secondo Stanley Coren, psicologo dell’Università canadese British Columbia i cani conoscono 165 termini con picchi di 250 per gli esemplari più intelligenti e riconoscono i numeri in sequenza fino a cinque.

“L’evoluzione e la convivenza con l’uomo hanno reso questi animali più intelligenti” .“Per intelligenza possono essere paragonati a un bambino di due anni, due anni e mezzo e si avvicinano agli umani molto più di quello che noi crediamo”. I cani sono come i bambini: la relazione che viene a formarsi con i loro proprietari, infatti, sarebbe identica a quella che i bimbi sviluppano con i loro genitori. A confermarlo una ricerca scientifica pubblicata su Plos One, condotta dal Messerli Research Institute di Vienna. Sono consapevoli della propria identità e sanno riconoscere pensieri e stati d’animo altrui. La notte sognano, sanno mentire imbrogliando altri cani e persino i padroni per ottenere qualcosa.

 

Il cane può diventare aggressivo, ma molto raramente uccide, quando gli umani lo allontanano, lo abbandonano, lo affamano, lo perseguitano, lo maltrattano in tutti quei modi che la cronaca ci espone. Quando non viene visto come soggetto di una vita ma come strumento, mezzo, macchina. Allora quel grande compagno e amico inseparabile che ci considera un dio, perde l’equilibrio, si ammala di stress o di terrore, violenta le sue caratteristiche etologiche e si trasforma in aggressore innocente.

Valerio Pocar, ex professore ordinario di sociologia del diritto e di bioetica ci ricorda che “occorre non dimenticare mai che tenere un animale è anzitutto un’assunzione di responsabilità, beninteso lieve e fonte di gioia. Il rapporto con gli animali passa attraverso una comunicazione empatica che s’instaura con un soggetto, non in quanto esemplare di una specie, ma come individuo in sé”.

 

Ciò che afferma anche Roberto Marchesini, veterinario, etologo e saggista che negli anni novanta ha introdotto in Italia la neonata zooantropologia ovvero lo studio dell’interazione uomo animale. Questo rapporto crea il terzo soggetto: la relazione. La zooantropologia si differenzia dalle altre discipline che si occupano di tale rapporto perché introduce una nuova partnership con l’animale di tipo relazionale (l’animale “con”) diversa da quella zootecnica (l’animale “da”).

 

Il 7 luglio 2012, un prominente gruppo di neuroscienziati cognitivi, neurofarmacologi, neurofisiologi, neuroanatomisti e neuroscienziati computazionali si sono riuniti presso l’Università di Cambridge per rivalutare i substrati neurobiologici dell’esperienza conscia e relativi comportamenti in animali umani e non umani.

Hanno dichiarato quindi quanto segue:

“L’assenza di una neo-corteccia non sembra precludere ad un organismo l’esperienza di stati affettivi. Evidenze convergenti indicano che gli animali non-umani hanno substrati neuro-anatomici, neurochimici e neurofisiologici di stati di coscienza insieme con la capacità di mostrare comportamenti intenzionali. Di conseguenza il peso dell’evidenza indica che gli umani non sono gli unici a possedere i substrati neurologici che generano la coscienza.

Anche gli animali non-umani, compresi i mammiferi e gli uccelli, e molte altre creature compresi i polpi, posseggono questi substrati neurologici”.

La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza è stata redatta da Filippo Basso e curata da Jaak Panksepp, Diana Reiss, David Edelman, Bruno Van Swinderen, Filippo Basso e Christof Koch. La Dichiarazione è stata pubblicamente proclamata a Cambridge, Inghilterra, il 7 luglio 2012, al Francis Crick Memorial: Conferenza sulla Coscienza di animali umani e non-umani, al Churchill College, Università di Cambridge, da Low, Edelman e Koch. La dichiarazione è stata firmata dai partecipanti alla conferenza la sera stessa, in presenza di Stephen Hawking, nella camera di Balfour all’Hotel du Vin a Cambridge. La cerimonia della firma è stata immortalata da CBS 60 Minutes.

Un cane educato è un cane felice ovvero un cane felice è un cane educato.

Da quando è stato accettato l’assunto per cui anche il cane prova emozioni e sentimenti per certi versi assimilabili ai nostri, è stato possibile comparare i risultati degli studi sui rispettivi comportamenti e si è scoperto che spesso alcuni dei suoi bisogni coincidono con i nostri mentre non è detto il contrario. La Piramide di Maslow messa a punto dall’omonimo psicologo americano nel 1954, è un utile punto di riferimento per conoscere i bisogni del cane e comprendere come soddisfarli.

Brian Hare, professore di Neuroscienze cognitive alla Duke University (Carolina del Nord), nonché noto divulgatore scientifico americano e autore di best seller di successo sugli animali domestici, afferma nelle pagine web di Business Insider, uno dei più importanti e aggiornati siti di informazione generalista, confermato da un gruppo di ricercatori del Massachusetts General Hospital, che i cani sono gli unici animali in grado di stabilire un rapporto con l’uomo guardandolo negli occhi. Un contatto visivo che attiva la liberazione di mediatori (ossitocina) implicati in un vero e proprio “rapporto d’amore” tra soggetti di specie diverse (fonte Innovet 2016).

 

Uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances spiega come i ricercatori guidati da Bridget vonHoldt dell’ateneo di Princeton analizzando le differenze di comportamento tra cani e lupi hanno stabilito che il DNA dei cani ha subito nel corso dei millenni 4 mutazioni genetiche. Questo ha portato i cani ad avere una condotta sociale simile a quella di un bambino, estremamente aperta agli altri e in continua ricerca della nostra attenzione e approvazione (fonte Huffpost.it luglio 2017).

Forse è utile ricordare a chi ha dimenticato, che i cani sono i nostri compagni di vita, vivono nelle nostre case, alleviano la nostra solitudine, ci regalano emozioni ed esperienze altrimenti sconosciute. Il cane ci soccorre, ci guida, ci difende. Dal recupero nei terremoti ai salvataggi in mare e sotto le valanghe, alla guida dei ciechi, all’aiuto ai disabili, dalla ricerca delle droghe a quella dei dispersi, alla pet therapy. I cani fiutano il cancro, le crisi diabetiche e ancora tanti altri sono i servizi che compiono per noi.

Abbiamo anche la spietatezza di usarlo nelle attività cruente legali o illegali, come la vivisezione, i combattimenti, la caccia al cinghiale, lo sminamento, la guerra, la pellicceria, l’alimentazione… Ne abbiamo perfino inviato uno, Laika, a morire nello spazio.

Noi non sapremo mai amare come ci ama un cane perché “I cani sono una somma incalcolabile di amore e di fedeltà” Konrad Lorenz e ”Chi non ha avuto un cane non sa cosa significhi essere amato” Shopenhauer ma il nostro compito è salvarlo dalle crudeltà.

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Pillole di Meteorologia

ESTATE MEDITERRANEA O AFRICANA?

a cura di Alessio Genovese

 

Gentili lettori, rispondo subito alla domanda posta nel titolo dell’articolo, in modo tale che chi si annoiasse a leggere queste poche righe può subito decidere di chiudere la pagina senza per forza offendere chi scrive. Io dico estate più mediterranea che africana!!

Dopo un maggio insolitamente freddo e piovoso, i lettori non si lascino spaventare dalle giornate soleggiate e calde che ci accompagneranno fin poco oltre la metà del mese. Quest’anno vi sono alcuni fattori, primo fra tutti la disposizione delle anomalie delle temperature superficiali dell’Oceano Atlantico, che inducono a ritenere che le ondate di calore non siano così persistenti come in occasione delle ultime estati. In poche parole le belle giornate ci saranno, così come il caldo, ma questo dovrebbe essere per lo più sopportabile, ovvero senza troppi eccessi di afa ed umido; soprattutto, i periodi caldi potrebbero essere spesso interrotti da altri periodi con tempo perturbato caratterizzati da temperature più fresche e giornate di pioggia nella norma rispetto alle medie del periodo. In sostanza, sembra che si possa confermare quanto ipotizzato nell’ultimo articolo di questa rubrica in cui avevamo ritenuto troppo azzardate delle tendenze meteo, uscite addirittura nel mese di marzo, che prevedevano un’estate torrida. Potrebbe quindi delinearsi un’ estate che possa accontentare un po’ tutti quanti, con l’augurio che ognuno possa far coincidere le proprie vacanze con i periodi di tempo più stabili. Sembra ad ogni modo scongiurata anche un’estate all’opposto, ovvero solo piovosa e fredda e che alla fine va a scontentare i più e non consente di poter vivere delle vacanze serene all’aria aperta. Considerate le anomalie ampiamente negative del mese di maggio e le ipotesi di un’estate “normale”, sembra tramontare, almeno per il Mediterraneo, la possibilità di individuare nel 2019 uno degli anni più caldi dell’era moderna, come paventato da alcuni durante l’ultimo inverno.

 

Buona estate a tutti i lettori de L’Italia l’Uomo l’Ambiente

 

 

Alessio Genovese

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