Recensione della raccolta poesie di Iole Troccoli ‘Torneremo agli alberi’

a cura di Carmen Ferrari

Questi versi ci accompagnano in un percorso dove le parole intagliano decise, quanto lievi, una composizione che, attraverso vari stadi, come una sorta di ricerca, cerca un anelito  che giustifichi una ‘assenza’. È questa assenza che permette una dilatazione dell’anima che riesce a guardare i propri e altrui enigmi.


Acqua, aria, terra, sono gli elementi che stringono alleanze, come tra terra e mare in ‘Senza confine’. È questa ‘assenza’ che dentro la privazione di un confine, permette alla parte onirica di sfumare nei versi, esaltando immagini, suoni, sentimenti, stati d’animo non soffocati dal chiarore del giorno: “Sono treno vagante sui binari perpetui alla stazione argentata della stessa fiaba notturna” (Notturna).


Una composizione i cui versi, a volte di delicata tragicità, appaiono e scompaiono nella sequenza che il lettore si aspetta, ma che, invero, ricompongono la sua trama. Lampi di immagini evocative che velocemente si presentano alla scena e si dileguano, ma ci lasciano un segno: “È buono questo pane- sa di neve – di cose sparse sui tavoli di marmo – s’impasta a mani grandi – vecchie svelte – come un fazzoletto girato in fretta – sulla testa” (Questo pane).


Come anime morte vagano i versi in un richiamo a riprendere ciò che gli è stato tolto: “Ho abbandonato tutto – ma sono legata a voi – gentili anime morte – aggancio di volti perduti – nel mio silenzio sfarzoso”  (Ho lasciato tutto).

Così i versi tornano  anche a intonare un canto che cerca i suoi perché – è la vita che canta una nuova iniziazione dopo aver perso la bussola d’origine – “Noi siamo tra i tanti  che persero – la bussola d’origine”. È sempre la vita che si riaffaccia… “Se torno a scrivere…”  (Se)

 

Un viaggio tenero quanto intenso di squarci doloranti dove la sofferenza passa nelle sue varie rappresentazioni e, come nei nostri rituali per superare le prove, l’aiutante magico è la poesia attraverso cui il verso si fa strada  per ricomporre quella ‘mancanza’  e permettere quel tornare agli alberi: “Torneremo quando gli occhi degli alberi – ci guarderanno per primi senza chiudersi…”  e  “…così saremo accesi – e sereni  finalmente – di tutto quanto è stato perso –  con giudizio – lungo il viaggio”  (Torneremo agli alberi).

 
Una raccolta poetica che avanza dentro al nostro stupore, dove l’incanto accende  vibrazioni interiori, stringendo con i versi una ricca fonte interpretativa.

Il ritmo interno delle poesie di Iole Troccoli si giova di una misura libera dei versi, intonati su due-tre accenti, che scandiscono il progressivo ampliarsi e ridursi del respiro della composizione, fino all’isolamento di una parola. Il mare, così presente, sfondo ideale su cui si effonde il cromatismo delle immagini, sembra costituire il paradigma sul cui esempio improntare la base ritmica, una ‘risacca’ che il lettore segue fino a perdersi, dopo l’ultimo verso, nel bianco della pagina vuota.

Carmen Ferrari



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IL PONTE DELLA GIOCONDA E I LADRI DELLA BELLEZZA

a cura di Gianni Marucelli

(Pro Natura Firenze)

Dopo otto secoli attraversa ancora, agile ed elegante sulle sue sette arcate a sesto ribassato, l’Arno, in uno dei suoi punti più larghi: è il Ponte a Buriano, nei pressi di Arezzo. Leonardo lo vide, forse, in occasione del suo servizio in qualità d’ingegnere militare presso Cesare Borgia, il Duca Valentino, ampiamente figlio di Papa e di papà, esempio illuminante di Principe per Niccolò Machiavelli, di crudele tiranno senza princìpi per noi moderni.

Comunque sia, il genio di Vinci apprezzò la struttura e la bellezza del manufatto, tanto che lo volle ritrarre sullo sfondo di quel quadro che si portò appresso, ritoccandolo, fino alla sua morte, quando ne fece dono a Francesco I di Francia, suo benefattore e protettore. La questione, se questo sia appunto veridicamente quel ponte, pur se ancora dibattuta, pare a me bastevolmente appurata, e quindi non vi ci soffermerò ulteriormente, se non per affermare che un ponte il quale, dopo otto secoli di onorato servizio, regge ancora il traffico veicolare, non solo è stato costruito solidamente, ma eccezionalmente bene.

Il quadro cui ho accennato è, ovviamente, l’opera pittorica più famosa del pianeta Terra, quella Monna Lisa del Giocondo che tante menti e ingegni ha ispirato nei secoli, e probabilmente ancora ne ispirerà.

Basterebbe ciò a rendere, di riflesso, illustre il ponte e il luogo che lo ospita, la valle dell’Arno che in questo punto è davvero incantevole; da qui, verso valle, ha inizio un tratto sinuoso e, a tratti, incassato profondamente, che par davvero prenda esempio dai canyon americani. E’ da molti anni zona protetta, la Riserva Naturale di Bandella e della Valle dell’Inferno, che, grazie alla presenza di due dighe, La Penna e Levane, presenta anche zone palustri, davvero interessanti per l’avifauna acquatica.

Verso nord, invece, non esiste altro ponte prima di Castelluccio, piccolo borgo sito nel Comune di Capolona. In questo breve tratto, la riva destra del fiume è davvero poco antropizzata: la località di Cincelli, a poche centinaia di metri dal Ponte a Buriano, nell’antichità ospitava una fornace (gli aretini, prima etruschi poi romani, erano davvero notissimi per la produzione di ceramica “sigillata”, ovvero recante il sigillo – oggi diremmo logo – dell’azienda vasaia che la realizzava).

Da Cincelli, verso nord, hanno inizio le pendici del massiccio del Pratomagno, che separa la Valle dell’Arno dal Casentino. Una stretta strada asfaltata porta da Ponte a Buriano a Castelluccio, un’altra raggiunge il minuscolo borgo rurale di Pieve San Giovanni, ridiscendendo poi per congiungersi alla prima, proprio a Castelluccio. In questo non molto vasto triangolo, che ha per base il corso dell’Arno, i seminativi e gli ex seminativi si alternano a boschetti mesofili di querce – in prevalenza roverella – carpino, ontàno. Tutta la zona è ricca di fauna: ungulati (cinghiali, caprioli, daini), mustelidi (volpe, faina, donnola), lepri, istrici e via dicendo, nonché di rapaci. Il Lupo è presente nei boschi del Pratomagno, e probabilmente, in inverno, frequenta anche queste piagge.

Il luogo è conosciuto, appunto, come Valle delle Piagge, e avrebbe tutte le potenzialità per conoscere uno sviluppo di turismo “alternativo” di tutto rispetto, avendo tra l’altro già alcune strutture (anche di vaste dimensioni) che lo ospitano, sia in Comune di Capolona che nel confinante Comune di Castiglion Fibocchi.

Il problema è che la Valle delle Piagge sta avendo invece, in queste settimane, una certa notorietà sui media locali, non per i suoi pregi naturalistico-ambientali, ma per i rischi che sta correndo: l’amministrazione del Comune di Capolona ha infatti dato parere favorevole, qualche tempo fa, alla concessione a un’azienda aretina di sfruttare proprio questo territorio per realizzare quattro cave, di cui una per la produzione di pietre e le altre tre per sabbie e pietrisco, per un’area molto vasta (cinque ettari più due di fascia esterna solo per un primo intervento) e una profondità naturalmente indefinita. Chi ancora, in questa epoca di ricorso alle calcolatrici del proprio smartphone, sa fare due conti a memoria, è subito trasalito: si tratta infatti di 50.0000 mq di terreno, moltiplicati per i metri di profondità (che non sono mai pochi, quando si tratta di prelevare materiale…).

Fotografia di Gianni Marucelli © 2019

Quindi, le cifre sono impressionanti: calcolate parecchie centinaia di migliaia di metri cubi; tanto per avere un’idea del peso, un metro cubo di inerti di sabbia e pietrisco pesa ben oltre una tonnellata. Inoltre, i due ettari di fascia di “rispetto” saranno percorsi da macchinari pesanti e perderanno ogni connotazione naturale.

In pratica, la Valle delle Piagge sarà devastata, e le ricadute in termini di inquinamento atmosferico (scarichi dei motori, polveri) e acustico andranno ben oltre i suoi confini.

La riflessione che suscita più curiosità è però la seguente: quanto guadagnerà il Comune che ha dato parere favorevole allo sfruttamento? Tanto da sovvenire alle necessità delle fasce meno abbienti della popolazione, o per altri scopi sociali? Il Sindaco lo ha rivelato: 300.000 euro, il costo di un paio di piccoli appartamenti ad Arezzo. Il biblico “piatto di lenticchie” in cambio della primogenitura…

Ha aggiunto, anche, che i soldi saranno spesi per le frazioni del Comune interessate dai lavori: ovverosia, prima ti rovino, poi ti do un contentino!

Infine, ha affermato che la decisione è stata presa in mancanza di qualunque vincolo archeologico o paesaggistico e che, dopo l’uso, e come prescritto dalle leggi, il territorio interessato sarà “ripristinato” a cura della Ditta che ha svolto i lavori. Non ha specificato che è impossibile tornare alla situazione precedente, o anche solo pensarlo, considerando l’enorme sbancamento in una zona in lieve ma costante pendenza e la cui bellezza consta anche dei dossi e poggetti che la animano.

Chi conosce la realtà di una cava sa perfettamente che, se va bene, il terreno, la cui geomorfologia sarà profondamente modificata, verrà spianato, e ci vorrà del bello e del buono per riportarvi una parvenza di vegetazione. Questo, senza considerare che anche il regime idrografico risulterà profondamente alterato.

Se, invece, va male, ossia, come capita spesso, la Ditta non vuole o non è in grado di ottemperare agli impegni presi, pur avendo versato una fidejussione, le grandi cavità resteranno quali sono, oppure, chissà, è già successo molte volte, saranno utilizzate come discariche. Autorizzate, beninteso, tanto chi si ricorderà com’era questa vallata tra una decina o una ventina di anni? Quanto saranno cambiati, nel frattempo, i regolamenti oggi vigenti?

Ma non è ancora finita. Nella sua visione delle cose, l’Amministrazione comunale di Capolona ha creduto bene di risparmiare, almeno nelle intenzioni, il passaggio dei camion da cava, sei giorni su sette e per un tempo indefinito, ma certo lungo, agli abitanti del proprio capoluogo, riversando sia il traffico pesante che i relativi disagi da inquinamento atmosferico e acustico su quelli del Comune confinante. Il quale, ovviamente, ha gridato il suo NO, come anche il Comune di Arezzo e la Provincia omonima.

Intanto, gli abitanti della zona interessata dal progetto della cava hanno costituito un apposito Comitato, per opporsi, con ogni mezzo, allo scempio che si prospetta; non è neppure mancato loro l’apporto di uno dei Vice-presidenti della Regione Toscana, la quale peraltro, forse per non aver valutato bene le dimensioni e la qualità dell’impatto ambientale, ha inserito il progetto nel proprio Piano Cave.

Non sappiamo quindi, ad oggi, quale esito avrà la vicenda. Possiamo però introdurre una riflessione più generale: in un momento di crisi, nel quale i Comuni devono affrontare con poche risorse, divenute minime dopo la Legge di Stabilità, varata dal Governo nel 2013 – le necessità amministrative ordinarie e straordinarie, è logico (ma non giustificabile) che alcuni tendano a sfruttare il più possibile ciò che offre il loro territorio, senza starsi a porre troppe domande sulla sostenibilità ambientale, o meno, delle loro operazioni. È il caso, appunto, delle attività estrattive.

In un suo dettagliato rapporto sulla situazione delle escavazioni di materiali inerti in Italia, datato 2017, Legambiente sottolineava come la Toscana sia una delle regioni italiane che si è dotata di un suo Piano-Cave, a differenza – orrore! – di altre regioni dove, a quanto pare, non esiste alcuna regola precisa. Aggiungeva, però, che questa regione è già abbastanza deturpata dalla presenza di attività estrattive di questo genere: sarebbe bastevole portare l’esempio delle Alpi Apuane, la bellissima catena montuosa prospiciente il mare che è ormai stata ampiamente depredata del suo marmo prezioso.

Anche in quel caso, come, se avverrà, in quello della Valle delle Piagge, non si sarà derubato una zona solo della sua terra e delle sue pietre (beni di cui non si “produce” più neppure un grammo!), ma anche della sua Bellezza.

Una Bellezza che, nel nostro caso, certo lo sguardo di Leonardo da Vinci apprezzò, e che non sarà più disponibile né ricreabile. Per nessuno.

Fotografie di Gianni Marucelli © 2019

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Assemblea Pro Natura Toscana

Sabato 18 maggio si è tenuta l’Assemblea delle Associate di Pro Natura Toscana facenti parte della Federazione Nazionale Pro Natura. Erano presenti i rappresentanti di Pro Natura Firenze, Guardie Nazionali della Natura, Associazione Alkedo ONLUS e Pro Natura Valdarno. Ecco il sunto della discussione.

Il 18 maggio 2019, si è riunita l’Assemblea regionale di Pro Natura Toscana (organo della Federazione Nazionale Pro Natura) costituita dai rappresentanti di tutte le associate della Federazione Nazionale Pro Natura.
L’Assemblea si è tenuta presso la sede sociale delle Guardie Nazionali della Natura a Pieve a Nievole (Pistoia). Erano presenti i rappresentanti delle Associazioni Pro Natura Firenze, Pro Natura Valdarno, Associazione Alkedo ONLUS e Guardie Nazionali della Natura appartenenti alla Federazione Nazionale Pro Natura a norma dell’articolo 5 dello Statuto Sociale della Federazione. L’assemblea ha iniziato i lavori in seconda riunione alle ore 11,00 con la nomina del verbalizzatore e i saluti del Coordinatore regionale Gianni Marucelli che ha illustrato anche una breve relazione sulla attività del coordinamento negli anni 2016-2019 e dell’Assemblea Nazionale della Federazione avvenuta a Montecchio Emilia. Marucelli fa presente che sono solamente 4 le associazioni accreditate presso la Regione Toscana in ambito ambientale tra cui la Federazione Pro Natura. Ogni rappresentante ha poi esposto le linee guida sull’accoglimento di nuove adesioni specialmente quelle nell’ambito della vigilanza ambientale ed ha auspicato un allargamento a tutte le province della Regione Toscana con l’accoglimento di nuove associazioni.
Sono stati introdotti e presentati dal Coordinatore regionali i nuovi candidati alle cariche sociali, che vengono eletti a maggioranza assoluta: Gianni Marucelli come Presidente Coordinatore, Lorenzo Belli come Segretario e Antonio Ruggiero come Responsabile vigilanza.
E’ emerso dalla discussione che la rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” (www.italiauomoambiente.it) che ha migliaia di contatti mensili può essere un utile strumento per le federate per la comunicazione delle attività e di aggregazione del coordinamento. Vengono pertanto condivisi i contatti e le linee guida per la pubblicazione di informazioni delle varie associazioni per i prossimi numeri della rivista.
Ruggiero pone la questione di attivazione di Pro Natura Toscana come associazione attiva e accreditata per la protezione civile e il Coordinatore Marucelli accoglie la proposta da sviluppare nei prossimi anni dando però priorità ad una migliore conoscenza reciproca ed attiva all’interno del coordinamento. Per Incrementare la partecipazione delle federate e aggregate viene proposto un giro di visite nelle sedi regionali per scoprire le varie attività delle singole associazioni.

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Toscana

MERAVIGLIE E SORPRESE NEL PARCO DELLA MAREMMA

Un lungo itinerario a piedi tra i Monti dell’Uccellina e il mare

a cura di Gianni Marucelli

È più conosciuto col vezzeggiativo di Parco dell’Uccellina, il Parco Regionale toscano della Maremma, perché percorso dalla catena Monti dell’Uccellina, in realtà colline di poco più di quattrocento metri di altezza che fronteggiano il Tirreno.

Se questo stupendo lembo di costa è rimasto pressoché intatto, non subendo l’aggressione della lottizzazione selvaggia degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, che ha cementificato larga parte del litorale del nostro Paese (3000 e passa km.!), lo si deve soprattutto al caso.

Infatti, per decenni questo territorio fece parte del patrimonio dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi, che lo sfruttò prevalentemente a scopi agricoli e forestali, senza intaccarne l’integrità.

A partire dagli anni ’60, il nascente mondo dell’associazionismo ambientalista e quello accademico-scientifico fecero pressione perché si addivenisse alla creazione di un Parco, che fu possibile realizzare – mercè anche l’intervento di un uomo di Stato molto saggio quale fu Ugo La Malfa – alla metà degli anni ’70.

Oltre ai Colli dell’Uccellina, il Parco comprendeva e comprende tuttora la preziosa area palustre della foce del Fiume Ombrone, luogo di sosta e di nidificazione per tante specie di avifauna acquatica, e una vasta pineta a pino domestico (Pinus Pinea) e Pino Marittimo (Pinus Pinaster), che precede, tra i rilievi e il mare, le dune sabbiose ricche di rara vegetazione psammofila (amante della sabbia).

A differenza della maggior parte delle aree protette del nostro Paese, l’accesso al Parco, o almeno alle sue aree più preziose, è consentito ai visitatori solo a pagamento e nelle ore diurne; nella stagione più “delicata” per il rischio di incendi, cioè l’estate, chi vuole visitare il Parco deve scegliere il proprio itinerario tra quelli proposti e aggregarsi alle visite organizzate gestite da apposite Guide.

Quindi, il nostro spassionato consiglio è quello di gustarsi questa eccezionale zona naturalistica a primavera (quando inizia la fioritura) o in autunno; ma sono gradevolissime anche le belle giornate invernali, quando a farvi compagnia sui sentieri ci saranno solo i Guardaparco, i cinghiali, i caprioli e… qualche volpe adescatrice!

Per fornirvi ulteriori motivazioni, abbiamo percorso per voi una trentina di chilometri del Parco, rigorosamente a piedi, con partenza dal Centro Visitatori che si trova ad Alberese, a ridosso del versante interno delle colline e a soli otto chilometri dalla Statale Aurelia.

Anche se il tempo è incerto, la primavera è già inoltrata e i Cisti, sia quelli bianchi che quelli violacei, mostrano le loro corolle dischiuse.

L’itinerario che seguiamo (A 1) prima attraversa prati e oliveti – in mezzo alle erbe alte si dileguano rapidi dei caprioli – poi inizia a salire tra la macchia e un bosco termofilo in cui prevalgono lecci e roverelle, insieme al carpino campestre. Le ginestre dei carbonai, numerose ai lati della mulattiera, ci ricordano col loro nome che per secoli la Maremma fu terra di fatica, per molti operatori del bosco, tra cui appunto i carbonai, che venivano da lontano e restavano qui per mesi vivendo in condizioni assai disagiate.

Saliamo agevolmente: la strada bianca, come altre piste del parco, si presta anche a chi la percorre in mountain bike, e molti infatti sono i biker che ci superano.

La nostra prima meta non è lontana: proprio alla sommità delle colline, in una vasta sella, gli imponenti ruderi di quella che fu, molti secoli fa, l’Abbazia più potente di questo territorio, che le apparteneva interamente: San Rabano. Poco dopo il Mille l’ordine benedettino eresse qui un monastero, dotato di una chiesa a croce latina con volte a crociera, affiancata da un’alta torre campanaria, cui si giustappone, dall’altro lato del complesso un’altra torre i cui fini erano solo difensivi. I ruderi, un tempo non troppo lontano coperti da una macchia intricata, sono stati portati alla luce e resi leggibili dai visitatori con una cartellonistica che, con un semplice codice informatico, può essere captata dal vostro smartphone, che diverrà la vostra guida. Il luogo è estremamente suggestivo e chi ha una macchina fotografica si potrà sbizzarrire a immortalarne i minimi particolari. L’Abbazia fu abbandonata intorno alla metà dl ‘400, quando ancora era possedimento della Repubblica di Siena, e intorno a queste colline vi erano solo macchie selvagge e paludi malariche, frequentate per di più da briganti.

Da questo luogo si dipartono due vie: una si mantiene più o meno sul crinale delle alture, l’altra scende ripida verso la costa, nella zona dove sorgono ancora le torri di avvistamento erette contro i pirati saraceni, le cui scorrerie tormentarono per un millennio le coste e le isole dell’arcipelago toscano.

Chi ama i panorami mozzafiato percorrerà, come noi, quest’ultima, che attraversa la macchia. Questa impedirebbe la visuale, ma il Parco ha intelligentemente innalzato un paio di piazzole sospese, dalle quali ci si affaccia per rimanere incantati a osservare: l’isola del Giglio si staglia proprio di fronte, più lontano l’inconfondibile sagoma di Montecristo e il profilo dell’Elba.

All’orizzonte, se è limpido, sono visibili le montagne della Corsica.

A sinistra, le aspre scogliere e i ripidi versanti dei monti dell’Uccellina coperti dalla macchia, interrotta dalla sola, remota spiaggia di Cala di Forno, e più oltre ancora il promontorio dell’Argentario. A destra, la vasta pineta percorsa dal canale di bonifica lungo il quale è situato il sentiero che percorreremo tra poco, e la spiaggia quasi deserta fino a Marina di Alberese. Oltre, si intuiscono l’ampia foce dell’Ombrone Grossetano, e le Paludi della Trappola.

In Italia, pochi paesaggi costieri sono così belli e suggestivi!

La discesa termina nell’antico oliveto di Collelungo, sotto le cui piante plurisecolari consumiamo la colazione. Raggiungiamo la spiaggia: zona “franca”, raggiungibile senza biglietto camminando lungo il mare, e per questo la più frequentata.

Da qui, attraverso la pineta, ci dirigiamo lungo l’antico canale di bonifica verso la parte occidentale dei Monti dell’Uccellina, ricche di grotte dove sono state ritrovate tracce della presenza di popolazioni Paleolitiche che qui vivevano di caccia e di raccolta di frutti del bosco, come testimoniano ossa pertinenti a orsi, leoni, cervi, buoi primigeni e altri animali che ne costituivano le prede. Un breve ponticello immette, scavalcando il canale, in questo zona: ha il suggestivo nome di Ponte delle Tartarughe, in quanto il fosso è in genere ricco di testuggini palustri che qui stanno a prendere il sole, come da me constatato altre volte: ma oggi non se ne vede neppure una.

Viceversa, si levano in volo un airone bianco e uno cinerino, mentre dai prati vicini le vacche maremmane dalle lunghe corna osservano placide, lasciate libere al pascolo.

Nei loro pressi, spicca la presenza dei piccoli aironi guardabuoi, che approfittano delle zolle sollevate dai quadrupedi per cibarsi di insetti e vermi.

Ed ecco la sorpresa: mentre osserviamo il canale, dalla curva del sentiero sbuca, niente affatto preoccupata dalla nostra presenza, una bella volpacchiotta, che, invece di cambiare strada e noncurante delle nostre esclamazioni, mi passa accanto, si sofferma quasi esigendo un obolo alimentare, poi, visto che non abbiamo niente, se ne trotterella via. Però, da noi richiamata, si volta e si sofferma per la foto di rito.

Sapremo poi, proprio dalle foto che inviamo tramite Whatsapp a destra e a manca, che la simpatica visitatrice è molto nota nel giro dei frequentatori del Parco, per il suo comportamento sbarazzino.

Ugualmente senza pudore è una ghiandaia, che, quando raggiungiamo infine la strada asfaltata che taglia il Parco in direzione di Marina di Alberese, presidia la fermata del bus, in attesa di beccuzzare

briciole e altri residui dei turisti.

Oltre il nastro di asfalto, un’altra strada, bianca, conduce diritta alla Foce dell’Ombrone, costeggiando quelle che un tempo erano le Saline di San Paolo, attraverso un territorio profondamente modificato nei secoli dalle opere di bonifica come anche dalla progressiva erosione della costa da parte del mare. Parallelo al fiume corre il largo Canale essiccatore principale dell’Alberese, e il pensiero va all’impegno che, prima i Granduchi di Lorena, poi il Regno d’Italia mise nel prosciugare le paludi per destinarle all’agricoltura. Un’opera socialmente utilissima, che oggi però, in un mondo impegnato a tutelare gli ultimi lembi di zone palustri, ricchi di biodiversità, appare per quello che è: un intervento dell’uomo nell’interesse di se stesso, ma contrario agli equilibri naturali.

Siamo al termine del nostro itinerario: il tempo di affacciarci a una struttura di osservazione dell’avifauna situata lungo il fiume, e di constatare come di volatili oggi ce ne siano veramente pochi, a parte i soliti gabbiani, e la giornata è veramente finita… ultimi chilometri per tornare alla fermata del bus, e poi via, ci aspettano una doccia e una squisita cena maremmana…

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