PILLOLE DI METEOROLOGIA

NOTIZIE DAL WEB ED ACCENNI ALL’ESTATE 2019

a cura di Alessio Genovese

Fino a soli 15-20 anni fa, a parte gli oracoli dei nostri anziani che basavano le loro previsioni meteorologiche stagionali sui segnali che mandava loro la natura (vedi l’accrescimento delle cipolle, il volo delle Api e chi più ne ha più ne metta!), il principale notiziario meteorologico a cui si affidavano milioni di italiani (ma la stessa cosa avveniva sicuramente anche all’estero) era dato dalle brevissime trasmissioni televisive dei mitici Bernacca, Baroni, Caroselli, etc, i quali facevano le loro previsioni non spingendosi oltre le 2-3 giornate, raramente si poteva raggiungere l’arco temporale della settimana. Va riconosciuto come l’Aeronautica militare nel tempo sia rimasta fedele alla sua tradizione e tuttora nei suoi recenti notiziari televisivi non va oltre i 2-3 giorni, solo in alcune circostanze si spinge a prendere in considerazione l’intera settimana. Tra l’altro la stessa Aeronautica militare è forse l’unica che effettua delle previsioni basate su propri calcoli e sul lancio di sonde in grado di evidenziare il variare della pressione dell’atmosfera terrestre. Per il resto tutti gli altri si basano sui famosi modelli fisico-matematici di cui spesso si è accennato nelle pagine di questa rubrica. Uno dei modelli più prestigiosi è ECMWF, che è finanziato dall’Unione Europea e che, se avverrà la Brexit, dovrebbe trasferire la sua sede dall’Università di Reading in Inghilterra a Bologna.

Edmondo Bernacca

Dal punto di vista mediatico negli ultimi due decenni il monopolio della comunicazione meteorologica è stato acquisito dal web con la miriade di siti di informazione specifica del settore che però in alcuni casi, per sopravvivere o meglio per avere maggiori introiti, finiscono per assumere più una valenza commerciale che scientifica. Alcune settimane fa, forse a metà del mese di marzo, alcuni colleghi di lavoro, conoscendo la mia passione per la meteorologia, mi hanno chiesto se fossero vere le previsioni acquisite in modo drastico su milioni di cellulari, che promettevano un’ estate 2019 rovente già a partire dal mese di maggio. Per quel poco che è consentito dalla mia esperienza, ho cercato di rassicurare questi colleghi, invitandoli ad attendere ancora 1-2 mesi almeno prima di rassegnarsi a Caronte. In quel periodo non è che lo scrivente fosse così bravo da poter contro ribattere a tali previsioni con dati validi, ma si è appunto basato solo sul buon senso. Anche se siamo nell’era di uno sviluppo tecnologico assodato, le previsioni a lunga distanza sono ancora molto sperimentali e spesso poco attendibili, per cui andrebbero prese in considerazione con maggior distacco e senza enfatizzate per avere maggiori visualizzazioni (speriamo di non aver mai fatto lo stesso anche noi di “ItaliaUomoAmbiente” pur avendo fatto certamente molti sbagli). Certi previsori del web non è che si erano inventati tutto di sana pianta ma piuttosto avevano preso troppo sul serio delle tendenze meteo formulate da “modelli sperimentali” a distanze troppo impervie anche per i santoni.

Pensate che, agli inizi di marzo, le previsioni per il vicino mese di aprile indicavano un mese con temperature superiori alla media del periodo e precipitazioni non troppo esaltanti, tanto da lasciar immaginare una pericolosa prosecuzione della siccità. Ebbene, è sotto gli occhi di tutti come aprile sia risultato un mese molto dinamico, come del resto accade spesso, con temperature per lo più nella norma e precipitazioni anche generose, soprattutto al centro-nord dove vi era più bisogno di acqua. A questo punto le previsioni sono state stravolte anche per i prossimi due mesi; maggio e giugno dovrebbero proseguire in maniera molto dinamica con temperature pressoché nella norma e precipitazioni anche superiori alla media. Tutto ciò ci può far rallegrare sia per porre rimedio definitivamente alla siccità sia per scongiurare prolungate e premature ondate di caldo africano. Questo almeno si può ipotizzare fino a buona parte del mese di giugno, per luglio ed agosto si può ancora attendere, prima di profetizzare!!!

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IN DIFESA DELLA MONTAGNA

a cura di Gianni Marucelli

Si approssima l’estate, per molti è tempo di pensare alle sospirate vacanze: i più sono ancora orientati verso il classico “sole, mare e spiaggia”, ma un numero sempre maggiore di italiani si indirizza a ricercare aria buona, tranquillità e possibilità di godere di una natura ancora incontaminata sulle nostre bellissime montagne, si chiamino esse Appennini o Alpi.

Sarà per questo sempre più consistente afflusso turistico che anche gli organizzatori di eventi musicali cercano di inserirsi in questo contesto, talora vivacizzando in modo assai positivo la pace un po’ sonnacchiosa dei borghi montani, talaltra “innalzando”, in senso letterale, il proprio obiettivo a luoghi e quote che, invece, dovrebbero essere lasciati agli escursionisti e comunque a coloro che vogliono vivere la montagna nella sua essenza.

Plan de Corones d’inverno

Il caso è scoppiato sui media in questi giorni, e forse ne sarete venuti a conoscenza. Il notissimo (e bravo) cantante e autore Lorenzo Cherubini (in arte Jovannotti) ha deciso – non da solo, ovviamente – di organizzare un concerto sul breve altopiano di Plan de Corones, a circa 2000 metri, che domina da un lato la Val Pusteria e le vette di confine tra Italia e Austria, dall’altro le Dolomiti bellunesi.

Plan de Corones d’estate

Qui sorge anche uno dei Musei della montagna intitolati a Reinhold  Messner, ed è stato proprio il grande scalatore altoatesino a criticare l’improvvida scelta del musicista cortonese:, la posizione di Messner sembra essere più che giustificata, non tanto per le due ore di suoni ad alto volume che disturberebbero inevitabilmente la fauna, quanto perché la logistica dell’organizzazione e, soprattutto, l’afflusso di centinaia e centinaia di auto dal fondo valle e il loro parcheggio in quota comporterebbe un impatto ambientale di cui è difficile prevedere la mole di effetti negativi.

Un altro caso, che stavolta coinvolge un dei luoghi più suggestivi del Parco Nazionale del Gran Paradiso, lato piemontese, non ha forse suscitato la stessa attenzione delle TV e degli organi di stampa, ma è certamente molto più grave.

La tredicesima tappa del Giro ciclistico d’Italia, che prende l’avvio da Pinerolo, prevede infatti l’arrivo al Lago Serrù (mt. 2200), il prossimo 24 maggio.

Un periodo delicatissimo per la riproduzione degli animali della fauna alpina, che la pesante organizzazione logistica e l’afflusso di migliaia di tifosi e di appassionati delle due ruote potrebbe compromettere.

A segnalarlo, con una lettera al Ministro dell’Ambiente e a tutti gli Enti interessati, è stato il prof. Mauro Furlani, Presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, cui questa rivista fa riferimento.

“Ci troviamo a oltre 2.200 metri di quota e in pieno territorio del parco nazionale del Gran Paradiso – si legge nella lettera firmata dal presidente Furlani. – Il periodo previsto risulta inoltre particolarmente delicato per la fauna: quasi tutti gli animali si trovano nel periodo riproduttivo e ogni disturbo può arrecare danni gravissimi. In particolare, gli stambecchi partoriscono i loro piccoli proprio in questo periodo. Ricordiamo a tale proposito la situazione di difficoltà che sta vivendo la specie, con vistosi cali numerici”.

Il Gran Paradiso

Il rimedio sarebbe semplice quanto doveroso: accorciare la tappa di qualche chilometro, evitando così di recare danni agli ambienti più fragili del Parco.

Sappiamo, purtroppo, che niente è così scontato quando gli interessi economici in gioco (diritti televisivi ecc.) sono evidenti, ma speriamo tuttavia che le ragioni della tutela ambientale abbiano stavolta la meglio.

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EMILIA-ROMAGNA: LE ASPRE ROCCE DEL MONTE PRINZERA

La zona costituisce una delle Oasi di Pro Natura

A cura di Gianni Marucelli

Il luogo dove ci troviamo è veramente singolare. Mentre la primavera comincia a verdeggiare sui versanti dell’Appennino, tutto intorno a noi, la vetta aspra di questa montagna, di un colore bruno-rossastro, appare priva di vegetazione arborea. Eppure, è di eccezionale valore per i botanici.

Siamo quasi al confine tra tre regioni: Emilia Romagna, Liguria e Toscana.

Qui, un tempo, valicava l’Appennino, provenendo dalla Padania, il pellegrino diretto a Roma. È la via Francigena, o Romea, che oggi è stata sostituita dalla statale della Cisa. In basso, il Taro, una striscia orlata dal bianco delle ampie ghiaie lasciate in secca dalla mancanza di piogge. Più oltre, a est, il borgo di Fornovo sorge nella località dove si svolse una famosa battaglia: l’ultima che le genti italiche, unite, riuscirono a vincere prima di cadere, per secoli, sotto la dominazione straniera.

Il 6 luglio 1495, l’esercito della Lega Antifrancese, composto principalmente dai Veneziani e dai Milanesi, sotto la guida di Francesco Gonzaga, intercettarono le truppe del re Carlo VIII, reduce d’aver saccheggiato il centro e il sud del nostro Paese. La battaglia fu breve ma cruenta. Il re riuscì infine a passare, ma fu sonoramente sconfitto.

A queste rocce, però, ben poco importa delle vicende umane. Sono qui da decine di milioni di anni e qui resteranno anche dopo che la nostra razza sarà scomparsa dalla faccia del pianeta.

Sono in gran parte ofioliti, di antica origine vulcanica, emerse per erosione selettiva dal più giovane complesso di rocce sedimentarie in cui sono inglobate.

Insieme ad un’alta componente di ferro, e per contro a una notevole scarsità di sodio, magnesio, calcio, azoto, fosforo, cioè i nutrienti di base delle piante, sono presenti metalli tossici come il nichel, il cromo, il cobalto, il cadmio, il piombo, lo zinco e persino l’amianto.

Poche specie botaniche possono vivere in questo ambiente particolare, con un simile sostrato, e con  scarsità di acqua, che filtra attraverso il terreno permeabile verso gli strati inferiori.

Esse formano una vera e propria isola biogenetica, che presenta endemismi molto rari, erbe e fiori all’apparenza modesti che però sono scientificamente importanti.

È ovvio che queste piante resistono perché si sono adattate a vivere in un terreno ostile, anzi letale, data la presenza di tante sostanze velenose.

Questa particolarità rende l’area del Monte Prinzera davvero eccezionale, tanto che la Federazione Nazionale Pro Natura ne acquistò, un quarto di secolo fa, circa tredici ettari, affidandone la gestione alla locale Pro Natura Parma. L’Oasi Pro Natura del Monte Prinzera fu dotata di una serie di punti di osservazione, raggiungibili tramite il sentiero degli Zappatori, così chiamato perché tracciato, forse nella seconda metà dell’Ottocento, da un reparto del Genio del Regio Esercito.

In seguito, pur restando di proprietà della Federazione, la zona rientrò nei limiti del Parco Regionale emiliano cui è ora demandata la gestione.

In questa stagione, siamo ai primi di Aprile, la fioritura deve ancora avvenire, ma alcune delle pianticelle di cui abbiamo parlato stanno già sbocciando. Una piccola Orchidea viola sembra darci il benvenuto, così come una Globularia dal bel colore giallo.

Il terreno sembra coperto da una brughiera, m in realtà si tratta di complesso simile alla steppa, che presto lascia il posto alle rocce, nere dove percola l’acqua, rossastre dove sono asciutte.

Qualcuno di noi avvista un cervide, forse un capriolo o un daino, che si dilegua in un istante.

Infatti, qui non manca neppure la fauna, di mammiferi e uccelli, e particolarmente interessante è la presenza di rapaci come il gheppio, lo sparviero, la poiana e l’allocco.

Vi sono tracce del passaggio di un istrice, animale che ha conquistato, o riconquistato, queste latitudini in tempi abbastanza recenti, dopo che era sopravvissuto solo in Maremma e in Tuscia.

Gli ultimi cerri, ancora spogli, sono rimasti indietro. Ora le rocce, ricoperte qua e là da erbe ancora giallastre, formano un paesaggio che si potrebbe definire simile, anche per il colore, a quello che le sonde spaziali ci hanno trasmesso dal pianeta Marte.

Certo, però, i marziani non sono di così cattivo gusto da erigere in vetta (mt.700) un ripetitore vistosamente colorato di bianco e di rosso, come qui accade.

Cose che pertengono solo a noi umani, purtroppo…

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AMPLIARE IL GRUPPO DEI NOSTRI COLLABORATORI

A cura di Gianni Marucelli

È questo l’obiettivo che ci prefiggiamo di conseguire nel prossimo futuro, per coprire al meglio le varie realtà del nostro Paese, sia al nord, che al centro, che nel sud e isole.

In un momento in cui i temi ambientali divengono sempre più urgenti e la sensibilità collettiva è maggiormente orientata verso di essi, diviene fondamentale fornire un’informazione corretta, scientificamente motivata e completamente indipendente: questo lo abbiamo sempre fatto, per di più fornendo all’utenza un prodotto completamente gratuito, com’è la nostra Rivista.

Ora l’esigenza è di rappresentare al meglio anche le problematiche di quei territori, e sono tanti, per i quali ci mancano collaboratori locali.

Non possiamo offrire “vile” denaro, ma solo una “palestra” di scrittura e un mezzo con cui raggiungere facilmente migliaia di lettori: crediamo che il piacere di esprimere liberamente le proprie idee, e di “raccontare” la propria terra, possa essere un compenso sufficiente per molte persone che vorrebbero occuparsi di giornalismo ambientale.

Non solo: anche agli appassionati di fotografia naturalistica offriamo ampi spazi per far conoscere le loro opere.

Il direttore e il coordinatore di redazione riceveranno con piacere i vostri contributi e senz’altro vi risponderanno con gratitudine.

Non temete quindi di scriverci, utilizzando le seguenti mail:

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E adesso, buona lettura a tutti!

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