SCORIE NUCLEARI: DOVE IL DEPOSITO NAZIONALE?

di Gianni Marucelli

La legge prevede di stoccare le scorie radioattive ancora presenti in Italia. Pronta la Carta dei siti adeguati.

Una veemente reazione su vari media hanno suscitato le dichiarazioni di Matteo Salvini, fatte proprio dal vice-premier a Cagliari in occasione di un comizio il 24 febbraio scorso.

Il ministro leghista in realtà ha detto: “Non si può dire sempre no al nucleare”, una battuta forse infelice che ha provocato la reazione dell’altro vice-premier, Di Maio, che ha risposto, in sintesi: “Una centrale nucleare? Una follia!”.

Più tardi, Salvini ha precisato che non intendeva riferirsi a scelte future, ma soltanto a quelle passate.

Però, in un momento in cui la Sardegna è al centro delle attenzioni dei media per la questione-latte, il sospetto permane, ed è quello che il Ministro dell’Interno si riferisse non all’ubicazione di nuove centrali atomiche, ma a quella del Deposito Nazionale delle Scorie Nucleari, un piatto “bollente” che è all’ordine del giorno da anni e che nessun governo ha ancora avuto il coraggio di presentare ai “commensali”.

Della questione abbiamo parlato in passato su queste colonne, precisando che la legge prevede da molto tempo la realizzazione di un “luogo sicuro” dove stoccare tutte quelle scorie radioattive che si sono accumulate nei decenni in Italia, frutto del combustibile esausto delle Centrali nucleari esistenti in passato e ormai in disuso (Trino Vercellese, Garigliano ecc.) e delle tante attività ancora in essere, principalmente legate a alcuni settori industriali e ai reparti di Medicina nucleare. Per adesso, queste scorie sono conservate per gran parte in alcune zone del Piemonte, ma abbisognano di un impianto che le stocchi in sicurezza per i prossimi secoli (in qualche caso, millenni) finché la radioattività non sarà decaduta.

La SOGIN, società che è stata delegata a individuare i siti compatibili con i criteri di sicurezza richiesti (che sono numerosi), ha già stilato un elenco di luoghi situati sul suolo nazionale; il primo criterio tra quelli raccomandati è senz’altro la stabilità geologica, una situazione non certo facile da reperire in un paese molto montuoso e molto sismico come il nostro. Sotto questo punto di vista, sembra che la Sardegna offra le maggiori garanzie, ma, recentemente, il Ministro dell’Ambiente ha smentito le voci che circolavano, dichiarando, a margine di un Convegno svoltosi a Roma il 13 novembre scorso, quanto segue:

«Per il deposito nazionale delle scorie nucleari penso dobbiamo escludere zone. Come la Sardegna che comportino il passaggio del materiale attraverso il mare, con rischi ambientali inutilmente grandi».

Il fatto è, comunque, che una zona tra quelle individuate (gli altri criteri sono: la non presenza di falde acquifere e la lontananza da centri urbani) dovrà alla fine essere scelta, dopo una consultazione con gli Enti locali interessati. Esclusa per ora la Sardegna (ma non si sa mai) resta, tra le Regioni che avrebbero il dubbio onore di ospitare questo sito, la Basilicata (provincia di Matera). Però qualche altro outsider potrebbe materializzarsi quando sarà nota la Carta dei Siti giudicati adeguati da SOGIN.

È immaginabile che ciò avverrà in un quadro di stabilità politica (senz’altro almeno dopo le Elezioni europee): è facile prevedere che, nonostante i benefici economici previsti per chi si accollerà l’onere radioattivo, vi sarà un vera e propria esplosione di malcontento (ed è un eufemismo) tra le popolazioni interessate. Da questa notazione, è evidente che chiunque volesse riprendere nel nostro Paese il discorso sulla produzione di energia elettrica da centrali atomiche, sarebbe, da un punto di vista politico, pressoché defunto alle elezioni immediatamente successive. Destra, sinistra o centro poco importa…

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MARE

Una poesia di Iole Troccoli

Nuvolonda… dipinto da Alberto Pestelli

Sciacqua sciacqua

bagna bagna 

si ritrae si arriccia 

è tutto nuvola bucata

spende i suoi riflessi

su una battuta di sabbia

si inorgoglisce

crea

spaventa i suoni

ne compone di altri

mostri bellissimi

si ferisce con le alghe

sogna e percuote

fiocca sulle rocce

aumenta e ingombra

si sminuisce

sparisce tra le pietre

fondale timido

aggiusta gli orli

piange e insinua

crepe azzurre

estatico ti abbraccia 

è occhio

mondo liquido così vicino

arretra ma non ha limiti

diventa bolle

gas che si permette fuoriuscite

è maschio femmina

gemito di oscurità

la notte canta ai pesci

sbatte le code

millecolori

impiantito duro bianco

scivolo di orsi

angolo di cielo caduto

a bada di scogli

cantilena testarda

manoscritto vergato dalle vele

onda fenomeno

zac, si chiude 

ed è ventaglio

giallo

a volte rosso sangue

si apre e sboccia

lento sussurro tra api

e ombrelloni

alto si annuncia 

e poi pare serpente

turchino fa le favole

e s’inabissa

al fondo è nero nero

sconosciuto ospite

terra altra che non si specchia

mantra antico

uovo

magari presenza d’incubo

ma, la Bellezza.

Iole Troccoli 8 febbraio 2019

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Il Contadino e DolceMiele

Un racconto di Carmelo Colelli

Il contadino era nel suo campo a curare le sue piante e i suoi fiori, spaziava con il suo sguardo verso il cielo azzurro, pieno di luce, guardava all’orizzonte meravigliandosi dei mille colori, che la natura gli mostrava, sempre più belli.

Un giorno, forse per il caldo o per la stanchezza si addormentò sotto l’albero più grande e frondoso, sopra di lui svolazzavano gli uccelli e cantavano le cicale.

Sognò di trovarsi nella sua terra, di guardare l’infinito e vide venirgli incontro una donna dai capelli biondi, bella, elegante, luminosa, ella avanzava piano e silenziosa.

Furono di fronte, si guardarono, la donna non parlava molto, il contadino, invece, chiacchierone, raccontava, immaginava.

Fissò i suoi bellissimi occhi azzurri e sentì che quella donna, come tutte le donne, voleva essere amata.

Non conosceva il suo nome, la chiamò DolceMiele.

Si avvicinò, le prese la mano e camminarono sotto il sole, attorno a loro farfalle bianche che svolazzavano festanti.

Arrivarono oltre la collina, al mare, si meravigliarono della bellezza e della dolcezza della riva nell’accogliere l’onda, un gioco infinito di prendersi e lasciarsi, un toccarsi ed accarezzarsi, una evidente esplosione della bellezza della natura.

DolceMiele, spiegò al suo contadino che ogni donna cammina, va avanti, urta, cade, si rialza e cammina ancora, ogni donna ama la vita in tutte le maniere.

Il contadino era meravigliato da tanta bellezza d’animo.

DolceMiele, il suo amore e il suo desiderio di essere amata lo faceva sentire come una canzone leggera-leggera, come un alito di vento, che ti tocca e ti avvolge, come un profumo che si sparge per l’aria.

Gli occhi, in pochi istanti, si comunicarono infiniti discorsi, le mani cercarono i corpi, le bocche furono vicine, vicinissime, unite e fu un attimo…

Si ritrovarono fuori dal tempo, in un mondo magico e meraviglioso, i loro cuori palpitavano all’unisono, nell’aria una dolce musica, erano nel mondo dell’Amore.

I due corpi erano tutt’uno, l’acqua li lambiva e li accarezzava, come a cullare il loro sogno ed il loro amore.

All’orizzonte, il sole, rosso, piano-piano calava sempre più giù nell’acqua.

Il giorno stava finendo e salutava con il rosso della passione gli uomini che lo avevano arricchito con le loro storie ed i loro amori, quella sera, quel giorno e quel sole, vollero salutare con un cielo più rosso e più bello, il contadino e la sua DolceMiele.

Il contadino, svegliato, dal vento fresco della sera, si guardò intorno e poco distante vide una donna, dai capelli bianchi, ancora, bella, elegante, luminosa, avanzava piano e silenziosa verso di lui, si avvicinò, lo guardò, nei suoi occhi scuri e profondi ed egli riscoprì ancora quanto l’amava.

DolceMiele lo prese per mano e tornarono verso casa, lungo il cammino si raccontarono la bellezza di aver vissuto ancora un altro giorno d’amore.

Da quel lontano primo giorno ne erano passati veramente tanti.

I giorni passano, non muoiono, vivono per sempre e conservano gelosamente ciò che hanno visto e vissuto: l’Amore.

Carmelo Colelli


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PER UN NUOVO CORPO FORESTALE DELLO STATO

A cura di Gianni Marucelli

I responsabili di questa rivista non si sono mai nascosti: quando i Governi a guida Letta e poi Renzi hanno progettato e poi attuato la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, abbiamo agevolmente profetizzato che quest’atto si sarebbe rivelato una sciagura per l’ambiente e per tutta la collettività. Così è stato: nonostante l’azione dei Carabinieri Forestali, settore in cui sono confluiti parte dei dipendenti del disciolto CFS, i reati contro l’ambiente si sono moltiplicati, l’opera di prevenzione e vigilanza nelle foreste e nelle aree naturali è fortemente diminuita, i devastanti incendi dell’estate 2017 in tanti luoghi (il Monte Morrone, le foreste piemontesi, poi il Monte Serra ecc.), senza la regia del Corpo Forestale, sono stati combattuti con meno efficacia.

Stemma del Corpo Forestale dello Stato

Il nostro Paese, dal territorio così fragile e soggetto a tanti eventi calamitosi, non può letteralmente permettersi di non avere un Corpo di Polizia delle Foreste, che svolga non solo attività di prevenzione e repressione, ma anche di cura, con perizia tecnica e scientifica, del patrimonio boschivo.

È per questo motivo che volentieri aderiamo all’appello lanciato dall’alpinista, scultore e scrittore Mauro Corona perché si ripristini al più, anche se sotto altro nome, quel Corpo Forestale che ha meriti secolari nella tutela dell’ambiente.

Di conseguenza, invitiamo tutti i nostri lettori a firmarlo, unendosi alle decine di migliaia d’italiani che lo hanno già fatto.

Chi volesse sostenere Mauro Corona in questa battaglia può andare a sottoscrivere la petizione “Ripristiniamo le Guardie Forestali dello Stato”.  , cliccando su questo link.

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