QUEL PASTICCIACCIO BRUTTO DELLA TAV TORINO-LIONE

Delucidazioni su una questione di attualità

A cura di Gianni Marucelli

Anche se la discussione va avanti da molti anni, in questo ultimo periodo sta assumendo sempre più i contorni di un epocale discrimine, economico e politico, la questione della realizzazione della linea di Alta Velocità ferroviaria tra Torino e Lione, attraverso la Val di Susa e il nuovo mega-traforo alpino.

Fonte: http://www.perunaltracitta.org

Secondo i sostenitori del progetto, tra cui moltissimi esponenti dei partiti di centro,di destra e di centro-sinistra, quindi sia di governo che di opposizione, seesso venisse bloccato l’Italia sarebbe sempre più tagliata fuori dal contestoeuropeo, dai traffici passeggeri e merci, e inoltre sarebbe costretta a pagarecifre astronomiche per inadempienza a un obbligo liberamente assunto.

Politici, giornalisti, commentatori parlano dell’argomento come se ne avessero una conoscenza profonda, acquisita forse per virtù divina, perché non sono assolutamente in possesso delle competenze necessarie per averne una comprensione approfondita.

Donde, pubblici proclami conditi di stupidaggini enormi, alla faccia di ogni senso di responsabilità.

Per fortuna, le associazioni ambientaliste, in particolare quelle piemontesi, direttamente interessate all’impatto di questa faraonica opera, hanno condotto per anni studi molto approfonditi, il cui prodotto è un documento lungo e dettagliato in cui si contestano radicalmente e da ogni punto di vista le ragioni dei sostenitori della linea Alta Velocità Torino-Lione.

Di che cosa stiamo in realtà parlando?

Dello scavo di circa 225 chilometri di gallerie attrezzate tra Italia e Francia, sotto l’arco alpino (tunnel principale e varie gallerie di servizio), e dell’adeguamento degli allacciamenti ferroviari sia dalla parte italiana che transalpina a questa nuova realtà, per un tratto ferroviario “reale” di soli 80 chilometri ed una spesa che, secondo le stime approssimate, può variare da 20 a 40 miliardi di euro.  I tempi di realizzazione sono lunghissimi e variano anch’essi da una quindicina a una ventina di anni.

Quali i vantaggi?

Ridurre a regime i tempi di percorrenza per i passeggeri, da Torino a Lione, di circa un’ora e mezzo, stima media prudenziale; peccato che il costo del biglietto lo dovremmo pagare tutti, a un prezzo molto molto elevato…

Ma non dicono tutti che servirebbe per trasportare merci, togliendo così TIR dalle strade per imbarcarli sulla ferrovia e ridurre con questo gli sprechi energetici e il relativo inquinamento?

Per rispondere a tale domanda, bisognerebbe in primo luogo spiegare che questa giustificazione era stata avanzata, ormai trenta anni fa, per far digerire l’attraversamento TAV dell’Appennino tra Firenze e Bologna, un’opera colossale che è stata realizzata a prezzo di un vero e proprio disastro ambientale nella vallata percorsa dalla TAV, il Mugello. Ebbene: dal giorno dell’apertura di questo tratto ferroviario, parecchi anni fa, nemmeno un carro-merci ha raggiunto Firenze da Bologna, e viceversa, passando per questa linea.

Già questo precedente dovrebbe metterci in sospetto…

Quiperò la partita è ben più grossa, e giova storicizzarla: l’accordo tra Italia e Francia, per la realizzazione della Torino-Lione, risale all’anno 2000 (quindi,presto avrà vent’anni!). In quell’epoca, anteriore alla grande crisi economicadel 2007 e anni successivi, le magnifiche sorti e progressivedell’interscambio commerciale attraverso le Alpi occidentali sembravanoassicurate. Si prevedeva di raddoppiare, almeno, la quantità di mercitrasportate tra i due paesi. Invece, esse ad oggi si sono almeno dimezzate, ele direttrici europee di trasporto non sono più in direzione est-ovest,attraverso appunto il Piemonte, ma in direzione nord-sud, e passano dallaSvizzera, giungendo in Italia attraverso il rinnovato valico del San Gottardo.

Inoltre, ad accrescere il pasticciaccio, vi è la questione dei vagoni scoperti su cui “caricare” i TIR.

Queste nuove piattaforme, infatti, non sarebbero conformi all’agibilità per il resto della rete ferroviaria, sia sul versante francese che su quello italiano, e perciò potrebbero viaggiare solo sulla tratta alpina.

Infine, il traffico merci viaggerebbe sulla stessa linea all’interno del tunnel rispetto ai treni passeggeri, però a velocità molto minore, per cui rallenterebbe di molto questi ultimi, attenuando i benefici della nuova linea TAV.

Ma se ora si abbandonasse il progetto dovremmo pagare una grossa indennità?

L’accordo firmato tra Italia e Francia nel 2015 prevede che ognuno dei due paesi possa recedere dal suo impegno “per causa di forza maggiore”, senza alcuna spesa.

Inoltre, per adesso si sono scavate solo alcune gallerie di prospezione, che potrebbero essere facilmente chiuse con “tappi” di cemento, senza grandi spese.

Infine: i danni ambientali alle zone interessate dalla realizzazione della nuova linea,danni certi e gravissimi, potrebbero così essere evitati.

Salute delle popolazioni e bilancio dello Stato verrebbero salvaguardati, se accantonassimo un’opera che il Presidente della Camera, Fico, ha definito “inutile”, un aggettivo che non rende adeguatamente il significato, se non aggiungendo e “dannosa”.

Invitiamo i lettori che volessero essere informati in modo più approfondito a cliccare il seguente link per sfogliare il documento in PDF messo a punto dalle associazioni ambientaliste, tra cui Pro Natura Torino:

http://torino.pro-natura.it/wp-content/uploads/2018/03/150-ragioni-contro-la-Torino-Lione-2018.pdf
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TOSCANA: LATERINA, I PRESEPI ECOSOSTENIBILI DEI BAMBINI

Di Gianni Marucelli

Come negli anni scorsi, dedichiamo un pensiero natalizio ai nostri lettori, accompagnandoli in visita a una mostra di presepi, tra le tante che, in questo periodo, si organizzano in Italia, paese, come si sa, dove il presepe è stato “inventato”, ottocento anni fa, da San Francesco.

Stavolta, però, abbiamo scelto di pubblicare, in primo luogo, le immagini di “capannucce” realizzate dai bambini delle scuole materne, elementari e medie, con metodi ecosostenibili, utilizzando semplici materiali, naturali o di riciclo.

Un “bravissimo” quindi, di cuore, agli insegnanti che hanno promosso e seguito questa attività, divertente quanto educativa.

Il borgo (già citato un anno fa), dove si è svolta la mostra, è Laterina, piccolo, storico centro del Valdarno aretino.

Locali messi a disposizione dal Comune e dalla parrocchia, ma anche negozi e botteghe, hanno ospitato i presepi; i visitatori potevano anche votare l’opera da loro preferita.

L’inventiva messa in campo da docenti e allievi è stata davvero lodevole: si va dall’utilizzo dei popcorn a quello delle zollette di zucchero, dai tappi di plastica alla tela di sacco e alla carta trasparente colorata e illuminata da retro per simulare un eccellente mosaico.

Dobbiamo però citare anche degli esempi di grande bellezza, realizzati da adulti, sempre usando materiali naturali o di riciclo: un presepe fatto di foglie e pigne raccolti lungo il sentiero del Cammino di San Francesco, tra Toscana e Umbria; un altro giustapponendo e saldando vecchi utensili agricoli; infine l’ultimo, dentro una zucca svuotata.

Buon Natale e buon presepio a tutti voi!

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli

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FRIULI: IL TEMPIO-SACRARIO DI UDINE

A cura di Gianni Marucelli

Foto di Gianni Marucelli

Mi trovo a Udine per tenere una conferenza sui Poeti italiani nella Grande Guerra, nelle aule della locale Università e su invito della Associazione Toscani in Friuli Venezia Giulia. È passato un secolo esatto da quando quel tragico massacro ebbe fine, e un evento di tal genere ha ancora più senso qui, nella città sita nelle immediate retrovie del fronte, che ebbe a patire, dopo il rovescio di Caporetto, più di un anno di occupazione da parte delle truppe austriache e tedesche.

Udine, e in generale tutta la zona di occupazione nemica, subì un vero e proprio, sistematico saccheggio di ogni risorsa agricola e industriale; la popolazione, che per buona parte era fuggita al seguito delle truppe italiane in rotta, fu ridotta allo stremo dalla fame e dalle malattie.

Immediatamente più a nord, in Carnia come sul Carso, nei cimiteri provvisori di guerra, erano sepolte decine e decine di migliaia di caduti, di ambedue le parti in conflitto.

Foto di Gianni Marucelli

Tra i testimoni di quel dramma collettivo, tanti scrittori e poeti divenuti soldati, da Ungaretti a Soffici, da Gadda a Clemente Rebora, tanto per citarne alcuni.

Tra le poesie che sono state lette, durante la mia chiacchierata, una mi suona costantemente nelle orecchie, la terribile “Viatico” di Clemente Rebora:

O ferito laggiù nel valloncello,

tanto invocasti

se tre compagni interi

cadder per te che quasi più non eri.

Tra melma e sangue

tronco senza gambe

e il tuo lamento ancora,

pietà di noi rimasti

a rantolarci e non ha fine l’ora,

affretta l’agonia,

tu puoi finire,

e conforto ti sia

nella demenza che non sa impazzire,

mentre sosta il momento

il sonno sul cervello,

lasciaci in silenzio –

grazie, fratello.

Vi è un luogo, qui a Udine, che ricorda in modo specifico i tanti giovani morti nelle trincee e sul campo di battaglia, conservandone le spoglie. È il Tempio-Sacrario, da tutti conosciuto come Tempio-Ossario. Le pareti interne sono tappezzate di loculi, ordinatamente posti in sequenza alfabetica, dalla A alla Zeta. La chiesa è grande, posta su due piani, con la cripta che ricalca la disposizione architettonica del piano livello superiore. L’edificio, a croce latina, è sovrastato dall’alta cupola che raggiunge i 65 metri da terra.

Foto di Gianni Marucelli

Il grande rosone sopra il portale la immerge nella luce soffusa del giorno, ma tutto è gelido, immoto, dentro questa struttura semplice e solenne. Niente suggerisce lo strazio dei corpi dei caduti meglio della statua lignea del “cristo mutilato”, un crocifisso che era posto nel Santuario del Monte Santo, distrutto dalle granate durante il conflitto. Mancano ambedue le braccia e richiama immediatamente alla memoria il ferito “nel valloncello” della poesia sopra riportata.

Foto di Gianni Marucelli

Ancora più intensamente tragiche le due immense lastre marmoree che celano, nella cripta, i resti di 8000 soldati ignoti, i cui corpi devastati erano irriconoscibili. L’unica epigrafe è in latino, e recita:

et nomen una cum sanguine pro patria dedimus

che, tradotto, significa: “Insieme al sangue abbiamo dato alla patria anche il nostro nome”.

L’idea di costruire questa chiesa la ebbe un cappellano militare che era anche parroco della chiesa di San Niccolò a Udine, don Clemente Cossettini. Il suo nome, casualmente, è lo stesso di Rebora.

Ci vollero due architetti progettisti e quindici anni di lavori per completare l’opera, che fu inaugurata e consacrata il 22 maggio 1940, proprio alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, a testimonianza che è davvero raro che gli uomini imparino qualcosa dagli errori passati.

Un visitatore ha scritto, sul libro posto all’ingresso, non molto tempo fa:

Onore e rispetto ai Caduti di tutte le guerre passate e future affinché tragedie come queste possano farci capire come templi di soldati morti per la Patria non debbano più essere costruiti.

Foto di Gianni Marucelli

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