Cartolina dal Portogallo: Cascais, l’esilio dei re

Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

A poco più di mezz’ora di treno da Lisbona, affacciata sulla costa atlantica poco al di fuori del grande estuario del Tejo (Tago in spagnolo), la cittadina di Cascais porta un nome che risuona familiare agli italiani della mia generazione (e a coloro che conoscono la storia recente del nostro Paese in particolare). Vi andò esule il Re di Maggio Umberto II di Savoia, così chiamato perché, appunto, il suo periodo di regno fu limitato al quinto mese del 1948, e terminò col fatidico referendum del 2 giugno, con il quale l’Italia scelse, a maggioranza, la forma istituzionale della Repubblica.

Allora, Cascais era già nota per esser divenuta un luogo di villeggiatura piuttosto frequentato dal bel mondo, ma, certo, non era ancora meta di un turismo di massa che ancora non esisteva.

Adesso, assieme alla confinante Estoril, famosa in primis perché vi si svolge il Gran Premio del Portogallo di F 1, costituisce un ameno e frequentatissimo punto d’attracco per il naviglio da diporto, e insieme una stazione di balneazione elegante e visitatissima.

Sinceramente, dubitiamo che i sovrani esiliati la sceglierebbero nuovamente come loro sede: troppa confusione, troppa gente di tutti i ceti sociali, troppo esigue le possibilità di sfuggire alla persecuzione dei mass media.

Per i comuni mortali, invece, è un luogo in cui è piacevole passeggiare, magari restando al di fuori delle affollatissime vie – due o tre – del centro storico, colme di ristoranti e negozi, spesso gestiti da famiglie italiane, giunte qui quando la presenza dell’ex re costituiva un polo d’attrazione per i pellegrinaggi dei monarchici.

A proposito, dobbiamo ricordare che Umberto di Savoia risiedeva in una grande villa che portava – e non si poteva dubitarne – il nome di Italia; i suoi discendenti l’hanno alienata a una società che ne ha fatto un Hotel di gran lusso – più di cento stanze, compresa, ovviamente, la suite reale…

Ci aggiriamo per le vie del paese, senza una meta precisa, in quanto abbiamo poco tempo e non possiamo visitare il paio di musei locali che varrebbe la pena di vedere: il Museo do Mar (reperti archeologici) e il Museo Conde de Castro Guimaraes; quest’ultimo, però, è interessante soprattutto per la bella villa dei primi del ‘900 che lo ospita, una costruzione in stile composito, noi forse diremmo un Liberty assai spinto, che potrebbe ricordare, in piccolo, il Castello di Sammezzano (Firenze). L’industriale irlandese del tabacco, che lo fece costruire, di certo vi spese una fortuna, se s’include il grande bellissimo parco, oggi pubblico, che lo completa sul retro.

È una sosta assai piacevole quella in mezzo al verde, costituito in larga parte da piante esotiche e rallegrato dalla presenza di animali domestici quali galline (con corteo di relativi pulcini) e pavoni, nonché germani reali nei laghetti.

Non distante dalla Villa Conde de Castro, sulle rive dell’Atlantico si erge il faro di S. Marta, a strisce bianche e rosse, e, immediatamente nell’interno, un’altra villa delle stessa epoca della precedente, il Palacio da Pena, in cui colpiscono gli alti camini in stile anglosassone. Davanti e più oltre, una bella pista ciclabile inviterebbe a pedalare verso la Praya do Guincho e il Cabo da Roca, il punto più occidentale del continente europeo. Di fronte, l’oceano immenso per migliaia di chilometri, fino all’isola di Madeira, a mezza strada tra il Vecchio continente e l’America.

Noi, invece, ce ne torniamo verso il centro, passando davanti alla grande fortezza (oggi ospita alberghi) che difendeva la costa. Sulla spiaggia, nei pressi del porto, molti prendono ancora il sole o si tuffano nelle acque (siamo ai primi di Ottobre), invero più gelide di quelle cui siamo abituati noi mediterranei. Qui sarà forse il caso di sottolineare che Cascais si trova più o meno alla stessa latitudine di Reggio Calabria, quindi non è il caso di meravigliarsi più di tanto.

A ricordare che questa cittadina è stata, ed è ancora oggi, terra di pescatori, accanto ai bagnanti riposano centinaia di gabbie, forse destinate all’allevamento e al trasporto delle aragoste o di qualche altra creatura marina.

Abbiamo appena il tempo per proseguire verso la stazione, dove ci attende il treno per Lisbona, e di rivolgere un pensiero a quei sovrani in esilio che con ogni probabilità hanno contribuito a far le fortune di questo ex modesto villaggio, senza riceverne in cambio nessun ricordo visibile – forse una lapide su qualche muro, ma non è certo – prima di lasciare Cascais. Se andrete in Portogallo, una visita è comunque consigliata…

Galleria fotografica – Foto di Gianni Marucelli

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La caccia

 

Viene definita sport, arte, cultura, tradizione, amore… L’accademia della Crusca sarebbe d’accordo ad attribuire questi significati a comportamenti inversi e contrari alle parole usate? Non credo.

Tanti sono stati i comportamenti umani accettati come tradizione: lo schiavismo, la servitù della gleba, la crocefissione, la ghigliottina, le lotte dei gladiatori, l’impiccagione. Ma ora non esistono più, sono superati, almeno in occidente. La caccia dovrebbe essere fra questi. Uccidere per divertimento esseri viventi è inconcepibile.

I cacciatori, in calo costante negli ultimi anni, nel 2017, secondo la recente valutazione di Federcaccia, hanno avuto un crollo improvviso rinnovando la licenza in soli 410.000. A loro stesso dire stanno diventando sempre più marginali. Infatti, che ruolo possono avere in una società che diventa sempre più sensibile agli animali e all’ambiente, sempre più attenta, più etica, più evoluta e che per oltre l’80% è contraria alla caccia?

I cacciatori, pochi o tanti, hanno il ruolo che hanno sempre avuto: uccidere milioni di animali ogni anno per loro uso e consumo; disperdere piombo veleno potentissimo nell’ambiente (già a partire dagli anni 70 in Europa sono state adottate misure per regolamentare i livelli di piombo nella benzina, nelle vernici, nelle lattine per alimenti, nelle tubature, non nelle munizioni ma la Conferenza di Quito del novembre 2015  http://www.regionieambiente.it/biodiversita-e-conservazione/caccia/1617-caccia-bando-delle-munizioni-al-piombo.html?jjj=1447163368167 ha adottato un provvedimento che prevede “l’eliminazione graduale dell’uso di piombo nelle armi nel corso dei prossimi tre anni indipendentemente dall’ambiente in cui viene praticata la caccia”); rinchiudere uccelli in gabbiette e tenerli al buio affinchè portati alla luce attirino col canto i loro simili che verrranno fucilati dai comodi capanni; bracconare con trappole, lacci, reti, tagliole, armi illegali, richiami acustici…ecc. (l’80% dei cacciatori è bracconiere); entrare liberamente nella proprietà privata e non pagare neppure il contributo dovuto, giusto per confermare che la legge non è uguale per tutti (l’Art. 842 del C.C. del 1942, epoca fascista, lo permette e nessun Governo finora è stato capace di abrogarlo, rappresenta l’insulto alla Legge e al Diritto perché, parafrasando Orwell, si può affermare con realismo che, per questo articolo, che: “tutti gli uomini sono uguali ma alcuni uomini sono più uguali degli altri”); distruggere la biodiversità (vedi lupo portato all’estinzione negli anni ’70 e ora protetto in tutta Europa ma con Province e Regioni italiane che emanano leggi incostituzionali per eliminarlo); introdurre specie alloctone come il cinghiale dell’est Europa più prolifico, più grande e confidente e  il silvilago o minilepre del Nordamerica, ecc.ecc.; infine provocare ben 114 vittime umane, di cui 30 morti nella sola stagione venatoria 2017/18 (punta dell’iceberg) per non parlare degli animali domestici uccisi.

I numerosi dossier di raccolta dati dell’Associazione Vittime della Caccia http://www.vittimedellacaccia.org dal 2009 attestano di centinaia di casi di feriti e morti umane. Bambini uccisi, feriti, traumatizzati da pallini che li hanno sfiorati, dal vedere ammazzati a pochi metri da casa i loro amici animali, dal non poter giocare serenamente sulle loro altalene con la paura che possa arrivare un cacciatore. Bambini oltraggiati. Tutto ciò non rappresenta alcuna esagerazione, basta leggere le notizie puntualmente riportate.

Tali incidenti vengono passati sotto silenzio, giudicati dai cacciatori come: fatalità, errori, imponderabile sfortuna, effetti collaterali, congenito rischio della caccia. Noi vorremmo considerarli alla stregua degli omicidi stradali: omicidi venatori.

La Toscana, in questa vergognosa esperienza, contende il primato italiano ad altre Regioni.

Tra le varie forme di caccia https://www.gabbievuote.it/caccia-al-cinghiale—relazione.html

ce n’è una particolarmente spietata: la braccata al cinghiale che impiega decine di cani e decine di cacciatori. Spietata nei confronti dei cinghiali uccisi con fucili equiparabili a quelli da guerra, assaliti e morsi dai cani e spietata nei confronti dei cani feriti dai cinghiali

http://laverabestia.org/play.php?vid=1045

Questi cani vivono un’orrenda vita, non sono cani come gli altri.

La legge 281 del 14 agosto 1991 chiama i cani “animali d’affezione”. Non li distingue in categorie: cani da caccia, cani da compagnia, cani da guardia, cani  da valanga, ecc.

Ma i cani dei cacciatori di cinghiali non sono animali d’affezione, sono soltanto e semplicemente strumenti.

Strumenti per uccidere come i fucili, le battute e l’organizzazione di una squadra di caccia. In quanto strumenti e non esseri viventi, il rispetto è una categoria a loro non dovuta.

Le leggi di tutela, nazionali, regionali, comunali, non vengono applicate per i cani dei cinghialai.

Il maltrattamento è diffuso, standardizzato, sclerotizzato al punto che questi cani nessuno li vede, sono invisibili o, meglio, tutti li vedono ma come parte inamovibile del paesaggio.

Nei boschi, in campagna, ovunque ci si muova, si faccia una passeggiata, si passi in macchina, ai bordi dei paesi, alle periferie delle città, in mezzo ai campi, nelle pinete e nella macchia, isolate, nascoste, si incontrano baracche di legno putrido e lamiere, protette da cancelli, circondate da reti, oscurate da teli verdi, inaccessibili alla vista se non fosse per le fessure e gli squarci.

In ognuno di questi canili abusivi, che sono centinaia e centinaia, vengono rinchiusi cinque, dieci e anche più cani, soprattutto piccoli segugi, spinoncini e meticci di questi. Cani lasciati soli, prigionieri di gabbie di un metro e mezzo per due con tre o quattro animali, costretti al letargo forzato tutto il giorno e tutti i giorni per l’intero periodo di chiusura della caccia. Ci sono cani rinchiusi in box completamente al buio, come murati vivi. Nutriti con pane secco buttato tra gli escrementi.

I cacciatori pretendono di intervenire per riorganizzare l’equilibro delle popolazioni selvatiche e tutelare gli agricoltori dai danni che gli animali producono ignorando, o fingendo di ignorare, che gli animali sono governati dalla legge biologica della “capacità portante”. Nascondono inoltre quanto da tempo viene affermato da ricercatori, studiosi, biologi, zoologi, istituti scientifici: la caccia è un meccanismo che si autoalimenta. Come si potrebbe quindi conciliare l’interesse degli agricoltori con quello dei cacciatori? I primi chiedono addirittura l’eradicazione del cinghiale (e del capriolo), gli altri ne vogliono quantità sempre maggiori per soddisfare il loro condizionante piacere.

Per quanto riguarda gli uccelli, in Europa, su 28 Paesi della Comunità, la palma della caccia la detiene la Francia con 25 milioni di animali uccisi ogni anno. Segue la Gran Bretagna con 22 milioni e terza l’Italia con 17 milioni.

Ogni anno in Italia possono venire uccisi legalmente 464 milioni di animali, circa 5 milioni per ogni giornata venatoria, 500.000 per ogni ora, 139 al secondo!

In Costa Rica dal 2012 la caccia è vietata. Vietata anche in Kenya (da oltre dieci anni),  Tanzania e  Botswana.

Il Governo potrebbe accogliere alcune proposte eque che arrivano dalle associazioni e dai cittadini:

  

Mariangela Corrieri

Presidente Associazione Gabbie Vuote Onlus Firenze

info@gabbievuote.it

www.gabbievuote.it

Membro del CAART – Coordinamento Associazioni Animaliste Regione Toscana

“Verra il tempo in cui l’uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l’uccisione di un solo animale sarà considerato un grave delitto”

Leonardo Da Vinci

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Sardegna – Il castello della Fava a Posada

A cura di Gianni Marucelli

Gallerie fotografiche a cura di Gianni Marucelli e di Alberto Pestelli

Chi giunge in questo angolo della Sardegna, non lontano da uno dei porti più frequentati, quello di Olbia, ha modo di ammirare un panorama spettacolare, sulla pianura percorsa da due fiumi e sul mare, dall’alto della torre più alta di un antico castello. Parliamo di Posada e della sua rocca, detta il Castello della Fava in forza di un antico evento, probabilmente leggendario, ma chi può dirlo?

Insomma, all’inizio del 1300 la fortezza, cinta da tre cerchie di mura, fu posta sotto assedio dai Saraceni. Anche perché la conformazione del terreno, in gran parte palustre, non favoriva un assalto diretto, e quindi la scelta di far cadere per fame il castello poteva essere adeguata, purché agli assediati mancassero adeguate provviste per resistere fino all’arrivo di rinforzi. In effetti, la popolazione del borgo fu presto ridotta allo stremo, tuttavia i Saraceni non potevano saperlo e anch’essi, in quei luoghi per loro infidi, non dovevano passarsela molto bene. A qualcuno degli assediati venne infine una luminosa idea, che oggi archivieremmo sotto la voce “depistaggio”: con i pochi legumi rimasti, delle fave, rimpinzarono un piccione, che, dopo essere stato opportunamente e lievemente ferito a un’ala, fu lasciato libero. Il povero animale, subito stremato, cadde nelle mani degli assedianti, i quali, per metterlo arrosto, dovettero aprirlo: accortisi che aveva abbondantemente mangiato, I Saraceni dovettero così ragionare: ma se questi hanno ancora cibo per nutrire con tanta dovizia i loro piccioni, noi qui che ci restiamo a fare? Così, tolti gli ormeggi, ripresero il largo e scomparvero.

A noi sarebbe parso più giusto intitolare il Castello al piccione, anziché alla fava: ma quando mai la Storia, e tanto più la leggenda, fu onesta con le vittime?

Ma torniamo ai luoghi, quali sono oggi. Posada in spagnolo vuol dir “stazione di posta” (in sardo, Pasada) e non stentiamo a credere che questo nome abbia avuto un senso, perché il borgo è situato là dove la strada piega a occidente, verso l’interno, in direzione di Nuoro e della costa opposta. La via più diretta verso sud è infatti aspra, occlusa dai Monti della Barbagia.

Anche il turista odierno, come noi, può farvi agevole tappa in uno dei tanti B&B, trovando anche ottimo pasto a base di pesce freschissimo a costi contenuti nei ristoranti locali. La parte più antica del borgo è abbarbicata intorno al colle che fu abitato fin dalla preistoria; le viuzze assai suggestive aprono scorci indimenticabili sul serpeggiare del Fiume Posada nella pianura alluvionale, e sulla costa bordata da dune sabbiose che qui stanno tentando in tutti i modi di ricostituire oltre che di preservare, consci che sono sede di vegetazione psammofila (mi scuso per il termine scientifico, ma esatto: amante della sabbia), tra cui i bianchi Gigli delle dune. Così, si cerca di difendere anche gli stagni costieri con la loro ricca avifauna.

Mentre camminiamo per le stradine, oggi abbastanza tranquille dopo il comprensibile affollamento estivo, ci colpiscono due particolari: un’antica dimora, il Palazzo delle Dame perché un tempo abitato da quattro ricche signore, oggi sede di un attivo Centro di Educazione Ambientale che opera con le scuole locali, e la via dedicata a Grazia Deledda, la grande scrittrice nuorese cui fu conferito negli anni Venti del secolo scorso il Nobel per la Letteratura. I muri della viuzza recano citazioni di grandi poeti, pannelli di ceramica su cui sono raffigurati gatti e cani con versi a loro dedicati. Uno ritrae la Deledda insieme a un bellissimo bracco, o segugio, non so bene… Si comincia a salire per raggiungere il mastio dell’antico castello, che è stato in parte ricostruito. Bisogna pagare un minimo di biglietto, ma ne vale davvero la pena, per lo spettacolo che si gode da quella che doveva essere la piazza d’armi, cinta dall’ultima serie di mura. Non crediate però che l’ascesa sia terminata: all’ingresso del torrione una guida vi indirizza ai piani superiori, dove dai pertugi delle finestrelle potrete scattare altre istantanee. All’ultimo piano, però, vi aspetta la prova più ardua: per una scaletta in ferro, verticale, bisogna infilarsi nel vano della botola che dà accesso alla sommità della torre. È necessario aver conservato un po’ d’agilità e di… magrezza, perché il vano è assai stretto. Da lassù, però, la vista a 360°, sulla costa e sulle aspre montagne a sud-ovest, lascia davvero senza fiato.

Infine, un ultimo enigma: i testi affermano che questo castello era in realtà poco difendibile (però, dico, su questo picco dirupato cinto da mura possenti, un pugno di uomini avrebbe potuto resistere per chi sa quanto e infliggere danni terribili, con pece bollente e altro, agli assalitori), mentre la guida ci ammonisce, per ben tre volte, ripetendocelo mentre ci allontaniamo, in aperta evidente polemica con la storiografia ufficiale, che il Castello della Fava non venne mai espugnato.

A chi dobbiamo credere?

Tutto sommato a lei, e al povero piccione…

Galleria fotografica di Gianni Marucelli

Galleria fotografica di Alberto Pestelli

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