La follia sul Monte Serra

Di Gianni Marucelli

L’ultimo rogo è stato spento poche ore fa. Rimangono più di mille ettari (e invito tutti quelli che si fossero scordati, dai tempi della scuola, quanto è un ettaro, a fare i conti) ridotti in cenere: mille ettari di bosco, di macchia, di uliveti, di altri coltivi, la “casa” di migliaia e migliaia di animali grandi e piccoli, moltissimi dei quali sono periti nelle fiamme. La risorsa e l’orgoglio di tanti coltivatori, il diletto di gitanti ed escursionisti, il fondale perfetto in cui sono inseriti tanti monumenti del passato, come la Certosa di Calci.

Tutto distrutto. E a rischio di ulteriore degrado, se la pioggia cadrà, dilavando le pendici non più protette dalla vegetazione…

Centinaia di vigili del fuoco e di volontari che hanno rischiato la vita per contrastare le fiamme.

Famiglie che hanno perduto loro averi, altre sfollate e in grave difficoltà.

Occorreranno decine di anni per ripristinare l’ambiente boschivo; e gli ulivi secolari nessuno ce li potrà restituire.

NO, non possiamo parlare solo di gesto criminale, pensato, studiato e attuato da chissà chi, per motivi che resteranno forse oscuri.

NO, non possiamo ancora una volta dire semplicemente: ricominciamo, ricostruiamo, col denaro pubblico e con i sacrifici dei privati.

NO, non accettiamo, né dobbiamo accettare, che i colpevoli, qualora vengano individuati, rischino solo qualche anno di blanda galera, nella migliore delle ipotesi.

Questa è follia, che va al di là di ogni umana comprensione, e anche di ogni perdono.

Come tale va trattata.

Non si processino i responsabili. Si rinchiudano in una clinica, si curino, si faccia sì che prendano coscienza di quel che hanno fatto. E, una volta guariti, vengano costretti, per il rimanente della loro vita, a lavorare sodo sul monte che hanno devastato. Ogni giorno, col sole, con la pioggia, col gelo.

Anno dopo anno. Si valuti attentamente non se stanno espiando, ma se stanno cambiando la loro visione del mondo.

Quando avranno compreso l’enormità del loro gesto, se mai accadrà, si chieda loro di raccontare la propria storia. E di continuare a narrarla finché avranno vita.

Non ci servono tre o quattro carcerati in più, che usciranno dalla galera più delinquenti di prima.

Ci servono degli esempi. Di espiazione e di riscatto.

Perché oramai, sul crinale fiammeggiante della montagna, i tomi inutili dei Codici legali sono scomparsi anch’essi nel rogo.

Va ricreata una coscienza civile, altrimenti la follia spazzerà via ogni legge. E non mi riferisco solo agli incendi. Basta che vi guardiate intorno.

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Firenze: Donatella Alamprese canta “Le voci di Eva” all’Istituto Tedesco

FIRENZE: DONATELLA ALAMPRESE CANTA “LE VOCI DI EVA” ALL’ISTITUTO TEDESCO

La cantante fiorentina di origine potentina Donatella Alamprese propone un ulteriore passaggio del suo progetto “Le voci di Eva”, teso a omaggiare grandi donne, interpreti musicali del secolo scorso. Dopo Josephine Baker, Amalia Rodriguez, Dalida, Eladia Blasquez, e molte altre, verranno presentate in scena altre voci-simbolo della canzone del ‘900: Lotte Lenya, ispiratrice di Kurt Weill e appassionata interprete delle sue composizioni; Cathy Berberian, rivoluzionaria interprete che creò un nuovo ponte fra musica colta e popolare; Amelita Baltar, che rivoluzionò la visione del Tango, cantando il “tango nuevo” di Ferrer e Piazzolla e contribuendo alla diffusione nel mondo di questo genere, adesso tanto popolare; infine, la folk singer Joan Baez, una personalità a tutto tondo della lotta contro le ingiustizie d’ogni genere, ancora in attività.
La straordinaria e poliedrica voce di Donatella e la sua mitica presenza scenica saranno accompagnate da due strumentisti di gran classe come il chitarrista Marco Giacomini e il clarinettista Andrea Tinacci.
Il concerto avrà luogo venerdì 28 settembre alle ore 20,30, presso l’Istituto di Lingua e Cultura Tedesca di Firenze, in Via Borgo Ognissanti 9.
Non perdetevelo!

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QUANDO UN LIBRO CAMBIA LA VITA A TAVOLA

Recensione a cura di Carlo Menzinger di Preussenthal

A volte qualcuno dice che un libro gli ha cambiato la vita. Non posso dire che “Se Niente Importa” me l’abbia cambiata, ma la sensazione che si ha leggendolo e che smuova qualcosa in noi. L’ho letto ormai da vari anni (era il 2012). Magari non mi ha cambiato l’esistenza, ma un po’ ha contribuito a cambiare il mio modo di mangiare. Se l’avessi letto un anno prima, forse me l’avrebbe cambiato di più, perché già allora avevo ridotto i miei consumi di carne al minimo e non per motivi morali, ma solo per questioni di salute e di dieta (la carne alza la pressione, diceva il mio medico).

Se Niente Importa” di Jonathan Safran Foer sottotitolo “Perché Mangiamo gli Animali?”, edito da Ugo Guanda, è un saggio sull’alimentazione e l’industria zootecnica americana, scritto da un ebreo americano (riferisco che è ebreo per il suo rapporto, citato nel volume, con la cucina Kosher, che richiede una grande attenzione alla qualità e alla preparazione del cibo).

Forse in Italia le cose non stanno come le descrive lui, che parla dell’America, ma non sarei troppo ottimista.

Nonostante l’autore dichiari di non essere né vegetariano (che non mangia carne e pesce), né vegano (che non mangia neppure latticini e uova), dopo aver letto il suo libro, nutrirsi di carne penso possa essere almeno un po’ più problematico per tutti.

In sostanza, con abbondanza di esempi e di documentazione, Foer ci spiega che gli animali negli allevamenti industriali americani soffrono molto più di quanto si possa immaginare, che vengono macellati in modi molto più violenti di quanto si possa pensare e sono molto meno sani di quanto si possa credere. Come se questo non bastasse sono fonte di molte più malattie di quanto si supponga comunemente.

L’autore esamina la produzione di carne aviaria, ovina, bovina e ittica, mostrando come nessuna di queste industrie si salvi (ma i polli sono messi proprio male!).

Il volume è piuttosto corposo e a volte anche un po’ ripetitivo, con trascrizione di dialoghi con addetti ai lavori, esempi personali e dettagli raccapriccianti, ma merita senz’altro una lettura.

Credo che sintetizzare qui il trattamento dei polli da carne (per quelli ovicoli è un’altra – brutta – storia), possa aiutare a dare una vaga idea di quello che si racconta.

I polli sono animali geneticamente modificati e quindi incapaci di vivere in natura o di sopravvivere molto di più dei 36-43 giorni che vivono in allevamento. Vengono stipati a decine di migliaia in capannoni industriali, in gabbie stratificate, con superfici pro-capite pari a quella di un foglio di carta A4, con gli escrementi dei polli ai piani superiori che ricadono su quelli di sotto. Quando si dice che hanno “accesso all’esterno” c’è una porticina minuscola attraverso la quale possono andare in un quadrato di un metro quadro o poco più. Quando sono “allevati a terra”, semplicemente non hanno altri polli che gli cagano in testa. Sono così malati (oltre il 90% ha l’escherichia coli e hanno, in percentuali minori, varie altre malattie), che il loro mangime comprende costantemente farmaci e antibiotici (che in modo indiretto i consumatori assorbono, riducendo la propria resistenza alle malattie). Vengono trasportati al mattatoio appesi a testa in giù e in preda al panico. Lì sono uccisi con sistemi che non ne garantiscono la morte istantanea (taglio automatico della gola, successivo frettoloso taglio manuale dove non ha funzionato) quindi vengono fatti bollire (a volte sono ancora vivi, se qualcosa non ha funzionato nei passaggi precedenti) in acqua, dove rilasciano microbi, sangue, feci e urine. In tal modo assorbono dai pori dilatati percentuali di acqua sporca e infetta che superano l’8% del loro peso. Questa carne insapore viene “migliorata” con iniezioni di soluzioni saline e di brodi.

I virus mutati dai polli (o dagli altri animali macellati) a volte si adattano all’uomo, avviando pandemie aviarie. Non credo sia noto a tutti che persino la terribile Spagnola del 1918 pare sia nata così. Si attende il prossimo ciclo di aviaria, che s’immagina almeno altrettanto letale.

Considerato che produrre carne comporta un utilizzo di terre assai maggiore che la coltivazione e che (secondo i nutrizionisti intervistati) nelle verdure ci sono tutte le proteine di cui abbiamo bisogno in ogni fase di crescita, dall’infanzia, alla maternità, alla vecchiaia, l’autore si chiede se non sia possibile un allevamento meno violento e pericoloso per la salute umana e animale. Sostiene di sì e ne porta esempi.

Il problema rimane però che con una popolazione mondiale crescente e con richieste pro-capite di carne in ulteriore aumento (specie nei paesi emergenti), la produzione di carne con metodi “civili” rischia di non avere nessuno spazio.

Vedi anche https://carlomenzinger.wordpress.com/2013/04/27/quando-un-libro-cambia-la-vita-a-tavola/

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