Pillole di meteorologia – Estate 2018

a cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, dopo una lunga pausa, dettata in parte anche da una riflessione rispetto a quello che potrebbe essere il futuro di questa rubrica dopo che il passato Governo del paese, giustamente anche per qualificare una materia importante ed affascinante come questa, aveva annunciato l’intenzione di istituire un Albo dei meteorologi, eccoci di nuovo qui a parlare dell’estate appena iniziata. A dire il vero, come ricordo spesso in queste pagine, le stagioni in meteorologia iniziano tutte il primo giorno del mese, in tal modo la stagione in corso è iniziata il 1 giugno e finirà il 31 agosto.

Fino ad ora la stagione del solleone e delle vacanze estive non ha niente a che vedere, direi per fortuna, con quella dello scorso anno. Di questi tempi il caldo asfissiante, l’umidità e la siccità la facevano da padrone già dai primi giorni di maggio. A fine giugno la vegetazione era già in sofferenza e le riserve di acqua scarseggiavano: ci vorrà almeno un altro anno per poter recuperare quanto abbiamo perso nel corso del 2017. Per fare un esempio, il Lago di Bracciano (Lazio), pur avendo un livello maggiore rispetto a quello dello scorso anno in questo stesso periodo, risulta ancora abbondantemente sotto media. Leggermente diversa è la situazione in buona parte del centro nord dove, dopo un inverno freddo, la primavera, ma anche le prime settimane di giugno, ha visto molti temporali e temperature in alcuni casi fin sotto la media. Di tutto ciò ringraziano i fiumi ed i pochi ghiacciai rimasti nelle nostre Alpi. Chi scrive ha potuto fare ai primi di giugno una piccola vacanza in Val di Fassa e non è riuscito a fare delle escursioni molto sopra i 2000 mt slm in quanto vi era ancora parecchia neve.

Per farla breve, non volendomi dilungare molto, dati alla mano l’estate dovrebbe proseguire sulla falsariga di quanto abbiamo già osservato durante il mese di giugno. Il che si traduce in un Anticiclone Africano che, rispetto allo scorso anno, limiterà di molto la sua ingerenza nel Bel Paese e verrà spesso contrastato dalle fresche correnti atlantiche. In sostanza si dovrebbero alternare dei periodi, non più lunghi di 7-8 giorni, con bel tempo e temperature anche piuttosto elevate ma non roventi, con altri periodi in cui vi potranno essere dei break temporaleschi anche importanti, con il rischio di precipitazioni speriamo non troppo intense. A fine stagione nel complesso potremmo aver avuto delle temperature non oltre il mezzo grado rispetto alla media, ma precipitazioni maggiori o quanto meno in media. In sostanza potremmo avere il giusto compromesso fra un’ estate eccessivamente calda, che mal viene sopportata dalla maggior parte delle persone, ed un’estate troppo fresca e piovosa,come quelle di pochi anni fa, che non consentirebbe troppe gite all’aperto. Tale situazione potrebbe riguardare la quasi totalità del paese. Come ribadito più volte, questa rubrica non vuole fornire previsioni al dettaglio, ma indicazioni generali rispetto al clima.

Parlando di clima, in quanto studioso appassionato della materia, mi sento di condividere appieno alcuni articoli che ho letto di recente nel web. Il sunto di tali articoli è che sicuramente, quanto meno nel bacino del Mediterraneo, negli ultimi decenni è esistito il fenomeno del surriscaldamento climatico, ma la sua importanza potrebbe essere spesso sfalsata dalla modalità con la quale vengono raccolti i dati. Molte delle centraline di rilevazione delle temperature sono collocate nelle grandi città metropolitane, che, lo sappiamo bene, hanno subito nel corso degli ultimi decenni un’ importante opera di urbanizzazione. E’ palese a tutti come la cementificazione contribuisca all’aumento delle temperature. Se le centraline fossero collocate maggiormente in campagna i risultati sarebbero diversi. In effetti esisterebbe anche un’importante differenza tra i dati rilevati al suolo con quelli satellitari. Questi ultimi ci lasciano qualche speranza in più rispetto al trend climatico del nostro pianeta.

Nei prossimi mesi ritorneremo sicuramente sull’argomento in maniera più precisa. Intanto, colgo l’occasione per augurare ai lettori, sempre più numerosi, di questo sito una buona estate!!!

 

 

Alessio Genovese

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Parma – Come Alice… nel labirinto della Masone di Fontanellato

A cura di Maria IorilloNegli ultimi anni capita spesso di recarmi a Parma in visita a mia figlia e, ogni volta, colgo l’occasione per scoprire luoghi nuovi. Una delle ultime volte, oltre a fare lunghe e faticose passeggiate sui monti vicino la città e a scrutare le stelle, ho realizzato un piccolo desiderio: smarrirmi, come Alice, in un labirinto… nel labirinto più grande del mondo… il sogno realizzato dall’ editore e designer parmigiano Franco Maria Ricci, che ha ideato un complesso museale tutt’intorno e al centro di un labirinto di bambù.

Sì, un labirinto di bambù, alti, altissimi, e dalle forme e specie diverse. Un dedalo di sentieri, gallerie ombrose e insidiose. Un percorso di tre chilometri tra 200.000 piante di bambù alte anche quindici metri. Viali, corridoi, vicoli ciechi… dove passeggiare, perdersi, riflettere, orientarsi, ritornare sui propri passi … fino a trovarsi, improvvisamente, davanti alla piramide. Qui la prima visita: la cappella raggiungibile attraverso un corridoio a tre braccia che porta alla terrazza dove è poggiata la piramide. Uscendo ci si inoltra in un’enorme corte centrale, elegante con il suo colonnato laterale coperto e arredato con tanti piccoli salottini dove sostare e sorseggiare le immagini scattate nei viali profumati e il silenzio della campagna intorno. Il rosso mattone, i dettagli architettonici, l’estetica della struttura lasciano immaginare la ricerca, la cura e la passione estetica dell’ideatore. Si attraversa, poi, un passaggio che collega la corte centrale alla corte d’ingresso e si entra al museo. Al piano terra è esposta una Jaguar nera, coerente solo con l’eleganza del luogo. Al primo piano ci sono sale che ospitano una mostra temporanea di Carlo Mattioli e altre che contengono tutte le collezioni pregiate del Ricci, opere che vanno dal cinquecento al novecento: dipinti di autori famosi e non, sculture e libri, tanti preziosi libri, tra cui un’edizione dell‘Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Ambienti ricchi di arte, ben curati, fusione eclettica di storia, cultura e designer.

Immancabili, infine, il bistrò, il caffè, la bottega e il bookshop. Unico neo, forse, è il costo del biglietto, ma in fondo ne vale la pena se “vivi” nella struttura e nel labirinto almeno due/tre ore. Del resto Alice ha bisogno di ricerca interiore, fame di arte, in tutte le sue espressioni, e desiderio di giocare… e qui riesce a pizzicarne un bel po’.

P.S.: Sono state utilizzate foto reperite nel web perché sono andate smarrite quelle scattate dall’autrice. Fonte: www.visit-parma.com

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TOSCANA: CORTONA L’ETRUSCA

A cura di Gianni Marucelli

La cittadina in provincia di Arezzo è uno scrigno di gioielli

 

Panorama sulla Val di Chiana

Se non amate camminare per una città in continua salita (o discesa, dipende dai punti di vista), astenetevi dal visitare Cortona. Fondata dagli etruschi sul colle dell’Alta S. Egidio, questo il suo nome attuale, il centro urbano presenta infatti forti dislivelli, che mettono alla prova i garretti di chi non è abituato a questo salutare esercizio. Vi diciamo subito che, comunque, vale la pena di scarpinare nelle strade medioevali di questa cittadina che domina la Val di Chiana, in provincia di Arezzo. Un tempo, qui sotto passava la più importante delle vie consolari dirette verso il nord, la Cassia, e il luogo era perciò di eccezionale importanza commerciale e strategica. Molto prima dell’epoca romana però, come vi abbiamo anticipato, gli Etruschi avevano costruito un caposaldo cinto da mura, uno dei più potenti dell’attuale Toscana, perché era sede di lucumonia, ovvero di città-stato governata, nei tempi più antichi, da un re-sacerdote, il Lucumone.

Ancora oggi, è visibile ciò che rimane di quelle che erano le necropoli della potente città: alcune tombe monumentali nella pianura ai piedi del colle e i resti di un raro tempio etrusco.

Oltre alle mura e a questi reperti, ci parla di quell’epoca lontana il bellissimo Museo archeologico dell’Accademia, formata a partire dal 1700, che contiene importantissime antichità etrusche, ma anche opere d’arte dal XIII al XIX secolo. Data la sua eccezionalità, parleremo dell’Accademia in un prossimo articolo; per il momento, andiamo a passeggio per le vie, godendo la suggestiva atmosfera di questo centro urbano.

Lasciamo l’auto in uno degli ampi parcheggi fuori dalla cinta muraria e cominciamo a salire (eh, già) sfruttando alcune scale mobili che sono state all’uopo installate.

Il nostro itinerario ci porta a visitare per prima la chiesa di S. Domenico, eretta nel 1438 in stile tardo-gotico, un tempo annessa al convento domenicano ora. Nell’interno, semplice ma gradevole, spiccano un’opera di Luca Signorelli, un bellissimo crocefisso ligneo del ‘500 e un grande polittico, datato 1402, di Lorenzo di Niccolò Gerini, in origine nella Chiesa di San Marco a Firenze.

Chiesa di San Domenico

Siamo un po’ fuori dal centro cittadino e la vista può spaziare sul magnifico panorama che include la Val di Chiana, ma anche i monti che la delimitano verso occidente. Dietro a questi, spicca l’inconfondibile profilo del Monte Amiata, l’antico vulcano che domina la vicina Val d’Orcia.

Le vie del centro, nonostante sia un giorno feriale, sono frequentatissime da turisti e altri visitatori.

Dirigendoci verso le due Piazze principali, della Repubblica e Signorelli, l’occhio viene attratto dai vicoli che ascendono sulla nostra destra, mostrando qualcuno di quegli scorci per cui Cortona va giustamente famosa.

Pochi passi e ci troviamo in piazza della Repubblica, dominata dalla mole del Palazzo del Comune, attestato già nel 1226, ma poi rimaneggiato e ingrandito nel corso dei secoli. La facciata è sormontata da una torretta merlata, e impreziosita dall’alta scala sottostante.

Lì vicino, il Palazzo Casali, appartenuto alla nobile famiglia da cui prende nome, la quale signoreggiò Cortona per un lungo periodo. Nel 1411 fu adattato a sede dei Commissari della Repubblica Fiorentina, di cui si possono notare gli stemmi delle casate sulla facciata. Oggi, l’edificio è sede del già ricordato Museo dell’Accademia. Distante poche decine di metri, vi è il Teatro Signorelli, edificato al posto dell’antica Loggia del Grano.

Deviamo verso sinistra, per raggiungere il Duomo; in una piazzetta troviamo una delle tante immagini di S. Margherita, protettrice di Cortona, una statua di fattura piuttosto recente che la raffigura con ai piedi un cane accucciato. La cosa sollecita subito la mia curiosità di animalista, per cui mi documento. La storia di questa santa è davvero avvincente, e fornirebbe sicuramente materiale per uno sceneggiato televisivo (può darsi che qualcuno ci abbia già pensato).

Nata in Umbria nel 1227, pochissimi anni dopo la scomparsa di Francesco di Assisi, da una famiglia di umile condizione, divenne, giovanissima, l’amante di un ricco mercante di Montepulciano, a cui dette un figlio. La coppia passava del tempo in un castello di proprietà al confine con l’Umbria, dove l’uomo, come molti suoi ricchi contemporanei, si dedicava alla caccia.

Palazzo Comunale

Durante una battuta, ecco la tragedia: Arsenio, che era implicato nelle faide tra Guelfi e Ghibellini, cadde in un agguato e fu ucciso. Non vedendolo tornare, Margherita seguì il cane da caccia, che la portò nel bosco dove giaceva il corpo dell’amato. Non godendo più della sua protezione, Margherita fu scacciata assieme al figlio dai familiari di Arsenio. Neppure poté rifugiarsi nella sua casa Natale, perché il padre, risposatosi, non l’accettò.

Così, costretta a cambiare vita, si avvicinò ai Francescani di Cortona e divenne Terziaria dell’Ordine, affidando il figlio ai minoriti di Arezzo.

Da allora si dedicò esclusivamente alle opere di carità e alla preghiera, dimostrando tale fervore e tali capacità da ottenere l’ammirazione di tutti. Anche a causa delle sue crisi e visioni mistiche, morì nel 1279 in odore di santità. Fu canonizzata però molti secoli dopo, divenendo la protettrice della città che l’aveva accolta. Il cane diventò un po’ il simbolo della sua conversione, ed è per questo che è spesso raffigurato ai suoi piedi.

Prima di giungere al Duomo, comunque, scendiamo nel suggestivo borgo medioevale, tra vicoli che conservano ancora il fascino dei secoli andati; in un piccolo giardino, a vigilare le mura domestiche, abbiamo la sorpresa di trovare, invece del cane o del classico gatto, un giovane porcellino, che si avvicina confidente. Segno del mutare dei tempi…

borgo medievale – particolare

La piazza della Cattedrale si affaccia sulle antiche mura e da essa si gode un notevole panorama; l’edificio rinascimentale, progettato dagli allievi di quel geniale architetto che fu Giuliano da Sangallo, venne edificato alla fine del ‘400 al posto di un’antica Pieve, e in parte la ingloba. Purtroppo l’interno è stato assai rimaneggiato nel corso del ‘700, e il tutto, a nostro avviso, non è entusiasmante. Molto più leggiadra, la struttura del Museo Diocesano, proprio di fronte, che si avvale degli spazi di un’altra chiesa, contemporanea della Cattedrale. Questo Museo racchiude opere stupende di sommi artisti, nonché una ricchissima collezione di oreficeria e arte sacra, ma non abbiamo il tempo di entrare e di descrivervele. Sarà per la prossima volta…

Museo Diocesano

Ritorniamo ora verso le due piazze centrali, poi, attraversata la piazzetta della Croce del Travaglio, saliamo verso la Chiesa di San Francesco. Edificio gotico, alla cui fondazione presiedette frate Elia, progettista della Basilica di Assisi, è stato molto modificato in epoche successive, sia all’esterno che all’interno. Una gradinata conduce al portale originale, che si apre nella semplice facciata; l’interno presenta alcune opere interessanti, tra cui grande tabernacolo marmoreo in stile barocco, dove è conservato il reliquiario della Croce Santa, contenente un frammento della vera Croce, donato dall’Imperatore d’Oriente allo stesso frate Elia.

Chiesa di San Francesco – Tunica del Santo

Molto più visibile, e probabilmente più certa, è un’altra reliquia esposta: la tunica indossata da S. Francesco negli ultimi mesi di vita, qui portata da Frate Elia, che gli era accanto, e qui sempre custodita.

Una porta laterale immette nel bel chiostro dell’Ospedale della Misericordia (1441) che presenta un elegante loggiato rinascimentale.

Ci concediamo una sosta per il pranzo in una vecchia trattoria a conduzione familiare, con pochi tavoli, cucina “a vista” e molta cordialità.

Saliamo ancora, naturalmente, e, di tratto in tratto, si aprono ampi scorci di paesaggio, che comprendono la parte occidentale del Lago Trasimeno. Non si può fare a meno di ricordare che proprio di qui passò Annibale con il suo esercito, e la città etrusca di Cortona gli chiuse le porte, pur essendo stato, lo stesso popolo etrusco, vinto e sottomesso dai Romani solo alcuni decenni prima.

Il condottiero cartaginese, però, aveva altri piani: tese un agguato, proprio sul lago, alle legioni di Roma che lo seguivano a poca distanza e le annientò.

Panorama sul Lago Trasimeno

Dai personaggi storici a quelli attuali: passiamo proprio nei pressi della casa di Lorenzo Cherubini, in arte Jovannotti, uno dei più apprezzati autori e cantanti del folk italiano.

Bei palazzi storici e case rinascimentali fiancheggiano la via, che s’inerpica, ripida a tratti, verso la parte alta della città. Alte mura di cinta nascondono il Convento della Clarisse, progettato da Giorgio Vasari; più avanti si trova la chiesa di S. Cristoforo, sovrastata da un piccolo campanile a vela; all’interno, affreschi del ‘300 e del ‘400.

Saliamo ancora, e ci fermiamo a osservare, dal cancello purtroppo chiuso, la quattrocentesca chiesetta di San Niccolò. L’interno conserva opere di Luca Signorelli e della sua scuola.

Cammina cammina, arrivarono a una casina… ma non è la nostra fiaba, questa, perché in cima troviamo una Chiesona, anzi, una Basilica, quella della Patrona S. Margherita.

Basilica di Santa Margherita

Bisogna dire che qui, un tempo, vi era un umile oratorio, sorto proprio per volontà di Margherita, che qui, in una celletta, si spense.

Più tardi, l’oratorio venne ampliato in chiesetta; e rientriamo ancora nei canoni della “povertà” francescana. Qualcuno, in seguito, nel corso del 1800, ebbe la pessima idea di fare le cose in grande, ed eresse un grandioso tempio in stile imitativo di quello romanico-gotico, senza però comunicarne il senso di ascensione spirituale.

Nell’interno, a tre navate, sotto l’altar maggiore è custodito il corpo della Santa, senza neppure il conforto del suo cane. Non sembri offensiva l’espressione, ma riflette perfettamente il pensiero di chi scrive.

Davanti alla basilica, un ampio piazzale è normalmente meta dei cittadini nelle giornate festive: da qui il panorama è veramente grandioso.

Resterebbe un altro breve tratto, per visitare la Fortezza medicea del Girfalco, costruita nel corso del 1500 su un precedente fortilizio. Ma, a questo punto, alle nostre gambe rimane la forza sufficiente per ridiscendere, attraverso la via pedonale che della santa reca il nome, fino alla parte bassa di Cortona.

Vi sarebbero tante altre opere da ammirare, tra cui, fuori dalle mura, la bella chiesa tardo-rinascimentale di S. Maria Nuova, a pianta centrale, progettata dal Cristofanello e modificata e terminata da Giorgio Vasari: ma, per oggi, la nostra visita termina qui.

 

Galleria Fotografica, per gentile concessione © Gianni Marucelli 2018

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Spagna, Monserrat: la Natura supera Gaudì

Di Maria Iorillo

 

Monserrat
© Maria Iorillo 2018

Monserrat
© Maria Iorillo 2018

In ogni viaggio, nel tentativo di vivere appieno le diverse realtà della città che mi ospita, scelgo anche un luogo fuori porta. Un voler respirare un’aria quasi atavica, diversa da quella cosmopolita della città. A Barcellona la scelta è caduta su Montserrat, non solo per il luogo in sé ma anche per il percorso che mi avrebbe condotta in quel luogo.

Nella stazione di plaza Espanya, ho acquistato un biglietto combinato treno-cremagliera-funicolare, ho preso il treno R5 e dopo circa un’ora sono scesa a Monistrol de Montserrat dove c’era in attesa un treno a cremagliera. Il trenino, in una salita mozzafiato e a strapiombo, mi ha portata al Monastero incastonato nelle rocce spettacolari del monte. Pennacchi rocciosi, come quelli della Sagrada Familia, alcuni nudi e altri decorati con mosaici verdi dalle variegate sfumature. Dopo aver visitato la basilica con la Madonna nera e il museo, girovagato per le piazzette panoramiche e i negozietti e consumato un pasto veloce al ristorante, sono salita sulla funicolare de Sant Joan e in pochi minuti ho raggiunto la cima. In ognuno dei tre sentieri segnati per gli escursionisti, ho percorso soltanto pochi chilometri, per un assaggio di colori e forme del parco naturale, di scorci sulle valli e sui monti vicini, di suoni… il suono del silenzio! Quel silenzio che col suo abbraccio rassicurante aiuta il cuore ad accogliere la bellezza di tutto ciò che ti circonda e a leggere le emozioni che ne scaturiscono. Ed, essendo questo il mio (tanto desiderato) primo viaggio da sola, mi sono sentita onnipotente e vulnerabile, immensa nell’immenso, forte di fronte alla forza della natura, sola nella solitudine umana… Ho visto tutte le paure, le ansie dissolversi nei pigmenti di quei paesaggi… e la me stessa sana danzare libera spogliandosi dei pesanti veli indossati da secoli. Avevo rotto il mio tabù!

 

Monserrat
© Maria Iorillo 2018

Ho raccolto i pensieri e sono rientrata a Barcellona… e, sempre muovendomi con tutti i sensi all’erta, mi sono immersa nella fresca leggerezza dell’ indescrivibile spettacolo della “fontana magica”. Caleidoscopici zampilli d’acqua danzare per la meraviglia di tutti i “bambini” accorsi.
Che dire di questa giornata vissuta tra Barcellona e il suo hinterland? Fantastica! E anche questa volta la genialità della natura ha superato qualsiasi aspettativa, anche quella di Gaudì che ho apprezzato tantissimo… E la mia sfrenata voglia di vagabondare, sola o accompagnata, per il mondo mi ha strizzato l’occhio.

 

Barcellona
© Maria Iorillo 2018

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Mai lasciare andare le cose

MAI LASCIARE ANDARE LE COSE

racconto di Isabella Venturi

Ci siamo tutti. Siamo i sette nipoti del nonno.

La sera di ogni capodanno, quando il campanile del paese scocca le cinque, ci raduniamo nella sua cucina. Sistemati ai due lati dell’imponente camino, da una parte i più piccoli e dall’altra noi già adulti, siamo in attesa. Ad ogni passaggio dal vecchio al nuovo anno, e solo in questa unica occasione, è consuetudine che il nonno racconti, esclusivamente a noi nipoti, un episodio della propria vita. Sono trascorsi più di venti anni da quando ho iniziato ad ascoltare le sue storie. Le parole scandite con cura con la sua voce roca, mi incantavano fin da piccino. In quelle rare occasioni mi pareva allora, e ancora mi sembra, di tornare indietro nel tempo e di rivivere con lui le sue avventure.

Oggi il nonno, noncurante del nostro chiacchiericcio e delle risate tintinnanti dei più piccoli, arranca verso la finestra della grande cucina. Il tempo ha reso il nonno nodoso e ancor più vigoroso, come fanno gli anni con gli ulivi migliori. È stato il male alle ossa, a rendere il suo passo incerto, dopo anni di lavoro duro nei campi. Torto e un po’ pendente sul lato destro, come fosse stato percosso per una vita da uno stesso vento impertinente, guarda assorto oltre il vetro battuto dalla pioggia, mentre fuori tutto si fa più scuro e umido, nell’attesa della notte che promette neve. Si volge poi verso il focolare: appare rinfrancato dal guizzo delle fiamme, mentre quasi compiaciuto per il calore ritrovato, strofina le mani l’una con l’altra.

“Ho fatto molte cose, alcune bene, altre meno.”

Ci facciamo silenziosi e in benevolo ascolto delle sue parole, certi della nostra abbondanza di futuro e della manifesta scarsità per il vecchio.

Amedeo solleva il braccio con l’indice alzato e rimane in quella posizione zitto e immobile, ombra di ulivo, per un tempo sufficiente a renderci curiosi. Dopo questo silenzio, lungo come un tuono interminabile, dà il via al suo racconto.

“Ma una, una l’ho proprio sbagliata alla grande”. Riacquistata la sua tranquillità affabile, si appoggia al tavolo di noce e mentre si accomoda sulla sedia di vimini, lentamente ci guarda bonario in volto, uno a uno. Dei sette nipoti sono il maggiore. Per me l’ultima complice occhiata.

“Ho sempre coltivato tabacco, girasoli e anche mais. Facevo le rotazioni con l’erba, in modo che anche il suolo respira e riposa, un po’ come noialtri, che lavoriamo, e poi riposiamo. C’è tutta una logica in questo meccanismo per mantenere in salute la terra che adesso non sto a spiegare”. Rolla una sigaretta lentamente. Gesti abituali. Le dita noccolute arrotolano la carta con il tabacco dentro.

“Fatto sta che il tempo passa, di terra ne ho comprata ogni anno un fazzoletto. Gli affari andavano bene, i vostri genitori si erano fatti grandi, ognuno alla sua maniera, e nessuno è rimasto a lavorare con me. E io dai, sempre a comprare terra, che era quello che mi dava la più grande soddisfazione.

Ancora terra, e terra, fin che mi son sentito “il re del podere. “ Sorride lisciando la cartina della sigaretta, il tabacco all’interno rigoline scure. Poi gli anni cominciano a pesare, la fatica del lavoro si fa sentire, il tabacco cresce di prezzo, la terra pure. Per me solo, il mio terreno è troppo ampio, mi serve un po’ di denaro per comprare la macchina nuova, penso anche ad altre spese, a qualche giorno al mare con vostra nonna. Comincio a pensare di venderne una parte, magari la più lontana, quella vicino a un greppo con i salici a mo’ di confine tra il mio podere e quello dell’Erminio, figlio del mio amico Gianni, che allora era morto da poco per un brutto male.

Un giorno di mercato, un giorno di gennaio freddo come questo di oggi, mentre siamo tutti lì, noi contadini nella Piazza grande, proprio l’Erminio mi fa: “ Ehi, Amedeo, ma non è ora di vender un po’ di terra? Sei rimasto solo a lavorarla, i figli tuoi fan dell’altro, quando ti godi un po’ la vita?”

Aveva ragione. Già: chissà quando mi godrò un po’ la vita. E allora gli ho risposto che ci avrei pensato, che forse poteva essere un’idea, quella di vendere una parte del mio podere. La sera stessa l’Erminio mi telefona per offrirmi una bella cifra proprio per quel pezzo di terra dove i salici indicavano da lontano il limite tra le nostre proprietà. Al centro del mio campo era cresciuto un bell’olmo vigoroso, e tutt’intorno alberelli sparsi, qualche roverella e un paio di querce davvero imponenti. Sei ettari, mica un gran che: 28.000 euro, mica da scherzare.

Ci vediamo al bar il giorno dopo, e gli dico: “Ascolta un po’, Erminio. Io la terra te la do, a te, però le piante stanno al loro posto. Io ti vendo la terra con le piante, che devono restare al loro posto.”

“Ma Amedeo…” fa lui: “io ci devo coltivare il tabacco…”

“Per Giove Erminio, lo so: sai come devi fare? Girare con il trattore tutt’intorno alle piante, come ho sempre fatto io. Così non ti annoi”, dico scherzando e aggiungo serio: “E le piante continuano a fare da sentinella al campo contro i malanni della terra, come è sempre stato.”

L’Erminio mi sorride e accetta con una stretta di mano. Cosa fatta. Il terreno con tutte le piante da quel momento è suo. Il notaio è solo una necessità di questi tempi, per me è la mano che conta. Ad ogni modo per fare le cose in ordine per questo mondo qui, andiamo anche a firmare una carta dal notaio e di lì a poco ho il pattuito sul mio conto.

Dopo qualche giorno mi trovo a passare in bicicletta lungo l’ argine che da casa mi porta alla via principale e chi ti vedo? L’Erminio nel campo che gli avevo venduto che sta sradicando le piante.

“Erminio!” Urlo. Ma non mi sente, intento con un verricello a strappare radici di un vigoroso corniolo ormai accasciato su un fianco.

“Erminio, Erminio!” lascio la bicicletta sul bordo dell’argine e corro nel campo, alla mia destra una giovane quercia stramazzata al suolo, sradicata e già polverosa. Nella mia corsa supero un nocciolo, un’altra quercia tagliata a terra e trafelato lo raggiungo accanto al corniolo divelto, intento a strapparne con l’argano rabbioso le radici. Vedo poco lontano il grande olmo, ultimo superstite di questa strage che pare un rapace disperato, con i rami che parevano più aperti, quasi a voler fuggire nel vento, che in quel preciso momento si era fatto più forte e muggiva impigliandosi tra i rami neri. Pareva imprecasse. Davvero cosi mi sembrava. Dio sa se dico il vero.

“Erminio, santo cielo, cosa stai facendo alle mie piante?”

“Ma Amedeo, cosa dici… la terra adesso è mia.”

“mi avevi promesso che le piante le avresti lasciate al loro posto!”

“Amedeo, ma che vuoi scherzare?! Tutti sappiamo che per far render la terra le piante devono esser cavate via!”

“Per Dio, fermati. Le piante sono parte della terra, se le togli si leverà una maledizione, lo sai te l’ho

detto, eravamo d’accordo …”

“Amedeo scansati, che ho da lavorare io.”

E staccato l’argano ruota il cingolato su cui è seduto verso destra, forse per andarsene, o solo per non avermi vicino, non so cosa gli fosse preso. Fatto sta che senza pensarci su un momento, faccio un balzo e mi paro davanti al trattore, un gigante color degli aranci. Potevo certo apparire ridicolo mentre mi inginocchiavo davanti a quella macchina che sputava calore e rumore, rumore e calore, che pareva il ringhio di un molosso furente.

Dico per pietà. Per pietà della terra, della parola data, di suo padre Giovanni mio buon amico: non uccidere le piante, custodi della terra. Gesticolo senza posa al punto che io stesso mi credo in preda a una crisi di follia. Non riesco ad arrestare le mie parole né a contenere il mio sbracciarmi, che sembrava salutassi qualcuno da lontano. Non so più cosa faccio e cosa dico, né se lui mi sente.

Erminio pare turbato. Gira il trattore. Il mostro di metallo mi sfiora appena, e poi balzellando tra le zolle e cigolando nel frastuono del suo motore bolso, lentamente lascia il campo. Nessuna parola. Le piante tagliate le ha rimosse nei giorni seguenti. Solo l’olmo è rimasto in piedi al suo posto. Unico sopravvissuto.

Il nonno osserva la sigaretta appena fatta. Poi la sminuzza in pezzi piccoli piccoli che avvicina tra loro componendo una linea retta precisa. Poggia la mano destra aperta sul tavolo in modo da toccare con pollice e indice gli estremi della linea. Con le dita dell’altra mano raduna tutte le briciole di carta e tabacco facendone un piccolo cumulo. Infine con la destra mantenuta sempre spianata le accompagna verso il bordo del tavolo per farle cadere senza fretta in un secchio bianco ai suoi piedi. Minuscola nevicata.

“Non fumo da allora. Da quel giorno rollo ogni sera una sigaretta e la distruggo. Non voglio dimenticare. Mai lasciare andare le cose.”

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Giornata mondiale del rifugiato

Pubblichiamo un bellissimo contributo poetico del caro amico Carmelo Colelli in occasione della Giornata mondiale del rifugiato

Il piccolo immigrato

 

Era di notte e la barca partì,

notte senza luna e senza stelle,

cielo nero,

mare nero, più del cielo,

calmo prima, poi la tempesta.

Onde alte, sempre più alte,

mare sempre più nero,

barca carica di disperati

sbattuta di qua e di là.

Lotta impari nel buio della notte.

Sommessi lamenti,

occhi spalancati,

dolore e paura,

terrore e speranza.

Il mare vinse la lotta, rovesciò la barca.

Uomini, donne e bambini,

dispersi come fiori sull’acqua.

Urla squarciarono il silenzio.

Mia madre piangeva.

Il mare si calmò,

la luce del nuovo giorno

rischiarò la notte.

Molti i fiori risucchiati dal mare.

Mia madre piangeva,

Sentivo il suo dolore.

Un angelo vestito di verde,

con un bimbo tra le mani

le si avvicinò

i suoi occhi si spalancarono

mi guardò per la prima volta,

mi tenne stretto al petto.

Sentii il suo dolore

Sentii la sua gioia.

Aveva lasciato la sua terra,

la sua gente,

scappava dalla guerra,

ricercava pace e libertà.

Piansi, piansi forte,

volevo gridare:

Fermate la guerra.

 

Carmelo Colelli

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A TORINO, I FESTEGGIAMENTI PER IL 70° ANNIVERSARIO DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA

A cura di Gianni Marucelli

 

Quel giugno del 1948 costituì veramente l’alba del movimento ambientalista italiano, ed è giusto e doveroso che, settant’anni dopo, si sia voluto ricordarlo in un Convegno apposito tenuto presso l’ottocentesca Aula Magna dell’Orto Botanico di Torino.

Ne ho già parlato ai lettori dell’Italia, l’Uomo, l’Ambiente nell’editoriale del numero di Giugno, ma ora è necessario che mi ripeta, per una chiara comprensione.

Settanta anni or sono l’Italia era appena uscita da una guerra catastrofica, voluta dalla dittatura fascista, i cui effetti erano visibili a chiunque: nelle città bombardate, nelle vie di comunicazione semidistrutte, nella faticosa opera di rimozione delle macerie e dei campi minati, nella miseria della vita quotidiana pur dignitosamente affrontata, nelle decine di migliaia di uomini che ancora mancavano all’appello, dispersi sui vari fronti oppure ancora detenuti in qualche campo di concentramento.

Per l’ambiente naturale non andava meglio: per secoli era stato depauperato, e la lenta opera di riforestazione avviata dallo Stato tra la fine dell”800 e l’inizio del ‘900 non era stata ancora completata; anzi, il passaggio del fronte aveva determinato grandi danni e anche le poche zone protette che allora esistevano, i Parchi Nazionale del Gran Paradiso, dello Stelvio, di Abruzzo, del Circeo, erano abbandonate a se stesse, prive di mezzi economici e assediate dai bracconieri.

Specie preziose, quali lo Stambecco alpino, l’Orso, il Camoscio d’Abruzzo e molte altre erano ormai sull’orlo dell’estinzione definitiva.

In questo difficile contesto, pochi uomini, alcuni dei quali reduci dai campi di prigionia tedeschi, trovarono in sé la forza, la determinazione di reagire allo sfacelo, fondando il primo nucleo di un movimento per la salvaguardia dell’ambiente. A guidarli, fu una personalità d’eccezione: Renzo Videsott, docente nella Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Torino e Direttore soprintendente del Parco Nazionale del Gran Paradiso, dove gli ultimi Stambecchi esistenti cadevano sotto i colpi dei bracconieri.

Il 25 Giugno del 1948 dodici persone, dopo alcuni mesi di corrispondenza e una riunione preparatoria, si riunirono nella Sala dei Trofei del Castello di Sarre, in Valle d’Aosta, dando vita al Movimento Italiano per la Protezione della Natura (M.I.P.N.), che di lì a dieci anni sarebbe divenuto Federazione Nazionale Pro Natura. Renzo Videsott, nella lettera di invito ai partecipanti a quella lontana riunione, sottolineando l’importanza di diffondere l’idea della protezione della natura nel campo sociale, per due ragioni: il salvataggio delle risorse naturali e l’levazione spirituale dell’umanità, scriveva: È una visione che va al di là di ogni confine politico, tanto più al di là delle mie forze e della mia vita.

E ancora: Questo sforzo dovrà essere difeso da una troppo elevata concezione poetica, da una troppo angusta profondità scientifica, dalla impaludante retorica, dal formalismo, dall’oppio della burocrazia, dalla piovra delle speculazioni della bassa concezione politica, dalla tisi della miseria economica, dalla peste della faciloneria, dal mare dell’ignoranza, dagli oceani dell’indifferenza umana

Tali parole, scritte settant’anni fa, sembrano ancora del tutto attuali.

Rimando i lettori che volessero saperne di più, sia sulla fondazione del M.I.P.N., sia sul suo sviluppo successivo, alla relazione che il prof. Franco Predrotti, presidente del Comitato Scientifico della Federazione Pro Natura, ha presentato nel corso del Convegno di Torino, il 10 giugno scorso, e che può essere liberamente scaricata cliccando al termine di questo articolo; aggiungerò che nello stesso Convegno si è concentrata l’attenzione sulla figura di Renzo Videsott e dell’altro grande co-fondatore, Bruno Peyronel, nonché sui 70 anni di storia della Federazione Pro Natura. Nella sessione pomeridiana, dalla storia si è passati all’attualità, tramite la relazione di Pier Lisa Di Felice, vicepresidente della Federazione, sull’importanza delle aree protette; del dr. Antonello Provenzale, direttore dell’Istituto Geoscienze e Georisorse del CNR, su I cambiamenti climatici e il loro impatto sugli ecosistemi naturali; del dr. Alessandro Mortarino su Il consumo del suolo; del prof. Ettore Randi (Università di Bologna) su La conservazione della biodiversità in ambienti terrestri.

La realtà fondata da Renzo Videsott è stata la prima organizzazione nazionale italiana per la tutela ambientale e per circa vent’anni restò anche l’unica. Ad oggi la Federazione Pro Natura conta circa 100 associazioni aderenti, ubicate dalla Sicilia al Piemonte, e prosegue la sua opera nello spirito del suo fondatore.

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Dopo le rose

Una poesia di Iole Troccoli

 

Dopo le rose

Dopo le rose tu, papà.
Ti metteresti qui seduto
e mi diresti: cinque minuti
mi fanno male un po’ le gambe
tu non sei stanca?
Nei sogni mi sorridi
una camicia coloniale
gli occhiali che ti scivolano
sul naso, il tuo mezzo sorriso
onnipresente.
Come ti va, papà?
Io sono sola in mezzo alla pianura
e tu non sei un gigante, o un angelo
o l’unico tesoro.
Ricordo quando tornavi
e reclamavi un bacio dalle figlie.
Nel tuo salotto acceso, il valzer dei tuoi fiori,
le tue letture di storia, il calcio
un piatto di spaghetti al dente.
Ritorniamo in Calabria anche quest’anno?
Non preoccuparti, io tengo stretto tutto.
Sempre.
Aspetta ad alzarti, poi ti vengo dietro.
Con questo caldo una bibita, come dicevi tu.
Bella ghiacciata, e dopo sai che ce ne importa.
Un mare verde, per fare due bracciate.

Iole

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