Dove la Sardegna accarezza il Tramonto

di Alberto Pestelli

Qualche tempo fa postai un articolo tratto dalla nuova edizione di una mia silloge (la prima edizione è stata pubblicata anni fa) dal titolo “L’Isola di mia madre”. Parlai della Roccia dell’Elefante nel territorio di Castelsardo, un bellissimo paese sul mare dell’Anglona (sub-regione a nord dell’isola).

Già al momento della pubblicazione on line del brano avevo già deciso di postarne un altro entro breve, ma tra una storia e l’altra, ho sempre rimandato la faccenda perché non sapevo quale capitolo scegliere. Avevo intenzione di parlare di un luogo della parte occidentale della Sardegna… ma quale? Dovevo scegliere se parlare della grotta di Su Mannau, delle vecchie Miniere abbandonate a nord di Iglesias e di Masua e Porto Flavia… Tre luoghi magici. Quale dei tre?

Mi sono detto alla fine: o tutti o niente. Ho quindi assemblato i tre piccoli capitoli cercando di fare un lavoro godibile e simpatico. Andiamo a cominciare…

Laveria_Brassey,_Naracauli,_Ingurtosu. Wikipedia by Ezioman CC BY 2.0

Facciamo finta di aver appena visitato l’est dell’Isola e con un balzo, dopo aver sorvolato l’Ogliastra con i suoi spettacolari “Tacchi” di roccia, la Barbagia di Seulo e il Medio Campidano, di arrivare dalle parti dell’Arcuentu verso le località minerarie di Ingortosu, Montevecchio e Naracauli…

Naracauli… già! Mi torna in mente una canzone dei Nomadi. Non una delle più famose ma quella, a parer mio, più vera, toccante…

Il testo racconta grosso modo che nelle poche case ci sono, quando cala il sole, poche luci in una terra dove la miniera non vive più ed a smesso di produrre. Il minatore vorrebbe urlare ma ha stanca la voce. La gola è infiammata e il petto è continuamente messo a dura prova dai colpi di tosse a causa della silicosi. Il male di chi vive e ha vissuto per tutta la vita in una galleria buia, umida dove il pericolo si cela dietro ogni pietra estratta.

Ma non è solo all’interno della terra che si soffre. C’è rabbia nei boschi, sulla sabbia che brucia il mare.

Nelle osterie si cerca far fronte all’improvvisa povertà e si beve e si cantano inni antichi gettando acqua su quel fuoco che incendia ogni buon proposito, ogni speranza… anche il pastore non dorme afflitto dal pensiero del lavoro perduto e dal fantasma della fame che lo terrorizzava da piccolo.

Naracauli è una piccola e grande storia questa raccontata dalla poesia dei Nomadi. Versi che tutti dovreste leggerli e ascoltarli. Non posso inserire il suo testo in queste pagine per ovvi motivi di copyright. Cercatela e vivetela fino allo sfumare dell’ultima nota. Sono sicuro che comprenderete che cosa poteva significare vivere nella zona mineraria più famosa di tutta Italia: L’Iglesiente e il Sulcis.

1280px-Piscinas,_mine_trolleys_on_the_beach. Wikipedia by ezioman CC BY 2.0

In questo angolo di Sardegna, un tempo considerato il più povero, si sono consumate vite, generazioni intere di uomini all’interno di uno stretto budello scavato nella roccia dell’Isola estraendo carbone, rame, piombo e tanti altri minerali. Tutte miniere che hanno chiuso i battenti anche se c’è ancora qualcosa da estrarre. Purtroppo pare che non sia conveniente per le imprese riaprire i cancelli e scavare sotto terra. Potrebbe essere, invece, un’occasione per dare lavoro a tanta gente… ma vorranno i disoccupati seppellirsi nel cuore della madre terra? Una domanda oserei dire scontata a cui molti potrebbero rispondere con parole altrettanto scontate…

Resteranno, quindi, chiuse le vecchie miniere non solo del Sulcis-Iglesiente, ma anche tutte le altre sparse per tutta la Sardegna.

Rimangono in piedi le vecchi strutture. Alcune cadono letteralmente a pezzi. Altre sono state recuperate per farci musei dove come guide ci sono anche i vecchi minatori che non sono mai andati via dalla zona.

Allora seguitemi e andiamo a percorrere le… Strade rosse

Tortuose strade rosse

fiumi di rame

dalle miniere al mare

Il cervo dell’Arcuentu

le attraversava per ascoltare

dei minatori il canto

Dell’uomo ricordano

le facce stanche

all’uscita del pozzo

Dei suoni son rimaste tracce

arrugginite, abbandonate

tra gli schiaffi del vento

Scendono le strade sulle dune

per godersi la malinconia

del tramonto del tempo.

Grotta di Su Mannau – © Alberto Pestelli

Il tempo… il tempo! Pare che sia… no, è proprio l’argomento portante di questo viaggio per i sentieri più intimi dell’isola. Forse perché è terra geologicamente più antica del continente stesso ed ha da raccontare tanta più storia di qualunque altro luogo.

Per questo motivo ho deciso di portarvi qui, in questa valle vicino a Fluminimaggiore dove c’è una spettacolare grotta che io considero una delle grotte più belle della Sardegna meridionale.

L’antro si trova in una zona molto particolare. In parole povere fa parte di un grande teatro carsico che si è formato nel Cambriano.

Il suo ingresso si trova in posizione più elevata rispetto al centro di accoglienza e alla struttura di ristorazione e biglietteria.

Grotta di Su Mannau © Alberto Pestelli

Pertanto dobbiamo salire il pendio servendoci di un sentiero abbastanza agibile. Sicuramente, una volta all’ingresso, attenderemo il proprio turno per entrare. Non è possibile affollare la grotta. Ma vi assicuro che non aspetteremo molto… adesso schiocco le mie dita. Eccoci dentro.

La grotta di Su Mannau è composta da due parti principali che si trovano in due livelli diversi.

Pare che la lunghezza di tutta la grotta sia di ben otto chilometri. I due tronchi hanno avuto origine da due fiumi sotterranei: il Placido e il Rapido che formano laghetti e cascatelle suggestive.

Non tutta la grotta è visitabile ma sono convinto che un giorno lo sarà. Sempre che vengano superate le difficoltà soprattutto economiche… eh sì, perché tutto sta nel trovare i fondi necessari!

Quel che è possibile visitare è composta da molte sale impreziosite da concrezioni, da cristalli di aragonite, da stalattiti e stalagmiti. Alcune si sono fuse dando origine a colonne alte fino ad una quindicina di metri.

Ogni passo all’interno di Su Mannau – che in lingua significa il buio, o l’uomo nero – ci riserva una sorpresa.

Una emozione dietro l’altra. Un brivido dietro l’altro… beh, è normale anche d’estate perché qui dentro c’è un tasso di umidità che sommato alla temperatura costante di 16°C non è che sia una cosa esattamente simpatica. Quindi è meglio mangiare dopo altrimenti c’è il rischio che si blocchi la digestione.

Ma adesso bando alle ciance ed entriamo… Nel tempio del Tempo a Su Mannau

Calarsi nel buio

del tempio di roccia.

Una goccia cade

dalla volta del tempo

nel silenzio d’un laghetto.

Nascono cerchi perfetti,

eterno tuffarsi in libertà,

magia di millenni

prima di scivolare

nel vuoto d’una cascata.

Un guizzo veloce

impercettibile, impaurito

al mio lento sognare.

Un proteo fugge…

cerca la luce

nel ventre della madre.

Grotta di su Mannau © Alberto Pestelli

La madre ha un grande ventre. Ne visiteremo un altro angolo tra qualche attimo. Il tempo di arrivare a Buggerru.

Ci fermeremo brevemente per ricordare l’eccidio avvenuto in questo paese che fu chiamato la La Petit Paris, ovvero la Piccola Parigi…

Buggerru © Alberto Pestelli

Ma perché fu chiamata proprio così? Perché la società mineraria era francese, ovvio, e i dirigenti si erano trasferiti a Buggerru creando un particolare ambiente culturale, appunto, transalpino.

Buggerru © Alberto Pestelli

Nel 1903 fu chiamato a dirigere il centro minerario un greco, Achille Georgiades. Costui inasprì le condizioni di lavoro dei minatori sardi che erano già molto critiche.

Gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti. Le condizioni di lavoro erano disumane e i lavoratori mal pagati.

Nel 1904 Georgiades inasprì ulteriormente il trattamento disumano nei confronti dei minatori. Quest’ultimi, che aveva costituito una fattispecie di sindacato, si rifiutarono di lavorare presentando richieste per un trattamento più umano alla società francese.

Georgiades chiamò l’esercito. Il 4 settembre del 1904 i militari passarono subito alle vie di fatto facendo fuoco sugli operai. Tre minatori furono uccisi e molti altri rimasero feriti.

Per l’eccidio di Buggerru fu fatto il primo sciopero generale in Italia…

Vorrei aggiungere altro. Qualcosa di improvvisato mentre scrivo questa nuova edizione per ricordare un avvenimento che sicuramente pochissime persone ricordano.

Eppure è storia della nostra terra. Storia che serve per non dimenticare ciò che abbiamo subito.

Ma Antonio Gramsci ci insegna che la Storia purtroppo non ha allievi… tutto viene dimenticato. Allora ho scritto questi pochi versi…

Se bastasse un verso o due,

Come se fossero dei fiori,

da portare alla polvere dei ricordi

sul sagrato del nostro passato,

vorrei scriverne mille e mille ancora

ogni giorno, anno dopo anno…

Forse, la storia potrà insegnare

A questi studenti svogliati la verità!

Buggerru © Alberto Pestelli

Sono versi semplici, come fiori di campo che nessuno degna di uno sguardo. Che nessuno mai coglierà…

Ma credo che adesso sia il caso di andare ad incontrare un altro vecchio minatore che sta seduto su di un gradino nei pressi di un porto molto particolare.

“Ma tu conosci sul serio un minatore?”, mi state domandando.

“Sì, certo che lo conosco…”. È un mio personaggio. Frutto della mia e della vostra fantasia. Lo sento talmente vero che immagino pure i colpi di tosse causati da anni di esposizione al biossido di silicio.

Buggerru è alle spalle. Dopo aver transitato nei pressi di Cala Domestica, scenderemo a Masua.

Masua © Alberto Pestelli

È un vecchio centro minerario ormai abbandonato.

Mi domandate che cos’ha di caratteristico. Un porto. Ma non uno scalo marittimo come tutti conoscono. È qualcosa di molto particolare. Si trova sotto una falesia proprio di fronte al famoso Pan di Zucchero dove spunta una galleria della miniera.

Le navi si accostavano alla falesia e caricavano il materiale che veniva dalla galleria.

Masua © Alberto Pestelli

Questo scalo ha il nome di una donna… porto Flavia. Forza, seguitemi che proprio da lì vi farò ammirare uno spettacolare… Tramonto sul porto

 

Di quella scogliera

conosco i colori d’agosto

le onde lievi

che si rincorrono

e accarezzano i suoi piedi

Di Nebida conservo,

all’alba del mio scoprire il mondo,

le case colorate

di minatori smessi

sotto l’occhio di pietra

della montagna assorta

alla magia del mare

E poco più in la Masua

che del suo porto

è rimasto impresso

solo il nome d’una donna

ricordo d’un malinconico vecchio

che visse nel ventre

dell’antica madre

Siede sui gradini alla spiaggia

E osserva…

Dal Pan di Zucchero

sorge al tramonto il sole

Si colora in rosso

il cuore della roccia.

Galleria Fotografica

© Alberto Pestelli

Testo e galleria fotografica di Alberto Pestelli

L’Isola di mia Madre © Copyright 2008 Alberto Pestelli – Prima Edizione www.ilmiolibro.it

L’Isola di mia Madre © Tutti i diritti riservati all’autore – Prima Edizione digitale 2014 www.youcanprint.it – Codice ISBN: 9788891174468 – Qualsiasi tentativo di utilizzo senza l’approvazione dell’autore sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941

L’uso gratuito del testo in questo articolo e delle fotografie a favore della rivista on line “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” è stato autorizzato dall’autore della Silloge sopra citata che è l’autore stesso del lavoro letterario in questione.

Alberto Pestelli

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Scrivere per l’ambiente…

Sabato 21 Aprile 2018, alle ore 17,30, il nostro direttore Gianni Marucelli sarà ad Anghiari

per la presentazione dei suoi libri “Toscana, donne e misteri” e “Undici novelle per l’ora del tè e altri racconti”

in occasione dell’evento Scrivere per l’ambiente: quando narrare è anche agire. Il realismo magico nella letteratura ambientale

 

La locandina può essere anche scaricata tramite il link sottostante

 

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Vaghe stelle dell’Orsa

A cura di Gianni Marucelli

Chi ce le ha portate via?

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea

Tornare ancor per uso a contemplarvi

Sul paterno giardino scintillanti,

E ragionar con voi dalle finestre

Di questo albergo ove abitai fanciullo,

E delle gioie mie vidi la fine.

Orsa maggiore

Così cantava Giacomo Leopardi, ne “Le ricordanze”, quasi due secoli fa, ricordando il “paterno ostello” di Recanati e il cielo luminoso sulla sua testa, nelle notti di tarda primavera.

Adesso, al poeta sarebbe negata anche la consolazione di ammirare le costellazioni notturne, in quasi tutte le medie e grandi città italiane e nei loro pressi.

Se osservassi infatti le immagini della nostra penisola, prese dal satellite nelle ore in cui essa è immersa nell’oscurità, bisognerebbe che mi rimangiassi subito questa locuzione.

Infatti, più che a un lembo del pianeta, assomiglia a una vetrina natalizia, tanto i centri urbani e le grandi conurbazioni (Milano, Roma, Napoli e via dicendo) risplendono occultando ogni altro particolare.

D’altra parte, dal suolo non è più possibile assistere all’accendersi delle stelle nelle notti serene: è già tanto vederne qualcuna dalle campagne delle estreme periferie, se non si è troppo occupati a evitare aggressioni, cumuli di rifiuti o semplici ma micidiali buche nel manto stradale.

Per questo motivo, gli storici Osservatori astronomici ubicati nelle città hanno dovuto chiudere i battenti o riciclarsi in altre attività che non comportino l’uso dei telescopi.

Inquinamento luminoso in Italia

Se proprio uno vuol godersi le costellazioni, deve cercare luoghi abbastanza remoti, preferibilmente in zone montuose ove non giunga se non il riflesso delle illuminazioni urbane.

L’inquinamento luminoso, così si chiama, non ha solo ricadute, per così dire, “estetiche”.

Pensiamo al costo economico relativo alle illuminazioni notturne totalmente inutili, come quelle delle facciate degli edifici privati, dei campi e degli impianti sportivi inutilizzati ai lati delle strade, e così via. Il nostro paese spende, per illuminazione notturna, un totale di un miliardo di euro l’anno, con una spesa pro capite doppia rispetto alle altre nazioni europee.

Passiamo poi ai “danni collaterali”, che non sono affatto secondari: “difficoltà o perdita dell’orientamento per diverse specie animali, dagli uccelli migratori ai pipistrelli, alle tartarughe marine, alle falene; alterazione del fotoperiodo in alcune piante; alterazione di ritmi circadiani nella vegetazione, negli animali e nell’uomo.”

L’aumento dei disturbi relativi all’insonnia è sicuramente dovuto anche a questo fenomeno, così come la perdita di concentrazione per chi viaggia di notte sulle strade.

L’argomento della lotta all’inquinamento luminoso è sul tappeto delle questioni ambientali per le quali troppo poco si agisce; giunge però la notizia che, finalmente, sulla spinta delle richieste delle associazioni ambientaliste, il Consiglio regionale del Piemonte ha approvato, in data 9 febbraio 2018, una legge che cambia, in senso restrittivo, una precedente normativa in materia che risale all’anno 2000. In sintesi, la nuova legge prevede che non si può disperdere la luce nell’ambiente e indica gli strumenti per ridurre l’inquinamento luminoso. In particolare, provveder alla protezione delle zone sensibili (Parchi, Osservatori e simili).

Una norma, quindi, sacrosanta, che riduce gli sprechi di elettricità e, di conseguenza, anche l’inquinamento atmosferico.

Non vi è che da augurarsi che ogni Regione prenda al più presto provvedimenti di questo tipo, rinnovando e adeguando tecnicamente, in particolare, i sistemi di illuminazione pubblica.

Fonte: Obiettivo ambiente – Notiziario di Pro Natura Piemonte – Aprile 2018

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Al traverso…

Di Federico Soffici

Quasi una lettera scritta con l’inchiostro fatto di acqua di mare e olio di scarto di sentina e in po’ di nausea.

 

Al traverso

Quante volte abbiamo avuto il vento al traverso.

Quante volte abbiamo sentito le vele tirate come pelli di tamburo quasi gemere dal dolore provocato dal vento, è come una pedata nella schiena data con un calcio cattivo inaspettato.

Quante volte abbiamo serrato le cime, spinte sotto raffiche che ci hanno permesso pero’ di cavalcare le feroci spume d’acqua , come antichi cavalieri ubriachi ed impazziti di gioia.

Bestemmiatori forti, amici di scaricatori portuali, controllori alle merci sverginati dalle balle di cotone rotte in stiva. Non ti avevo mai visto pregare, sapevo che lo facevi di nascosto, ma così forte era la prima volta che ti osservavo come un fedele dalle mani indurite e giunte. Quel tuo parlare a voce alta verso la Divinità era a dir poco imbarazzante. L’imprecare, il conversare con il Padrone di ogni cosa, era strano, simbolico, percepivo qualcosa di mitico, storico, antico. Vederti così spinto dalla Fede o meglio dalla paura, mi prese al cuore un tuffo, mi bloccai come congelato. Tiravi le cime, e pregavi, avevi uno sguardo di sfida. Ma quando imprecasti verso il fratello del tuo Dio scandendo bene il suo nome , mi si mossero le sopracciglia, stavi pregando Poseidon e bestemmiando Zeus, e già; il tuo Padrone… il nostro Padrone assoluto, potente quanto Giove stesso, feroce e vorace, capace di far girare gli scafi tre volte come disse Dante. Eri li con il tuo cappello grondante acqua, con le cime tese, le vele in preda al terrore in compagnia del tuo Signore urlante. Tra bestemmie e preghiere, urla, parolacce e lusinghe e promesse, tante promesse.

Nave al traverso

Dai, confessa, il mare in burrasca ti piaceva. Il mare in tempesta ti attirava, come il bianco che è attirato dal nero, come il bene che va naturalmente verso il male.

Confessa che quel vento che avevi storto , tempo prima ti era stato di poppa, che ti aveva spinto verso tutti i Sud diversi, quelli popolati di ali colorate, di palme e finti ombrelloni con l’odore di vaniglia e di mango maturo, dove camminare sulla sabbia, guardando il tramonto arancione è la cosa più bella che possa capitare ad un navigante, sempre se non ti prende il mal di terra.

E oggi ?

Ti ha, anzi, scusa ci spinge verso il largo. E dopo aver mollato rapidamente gli ormeggi, ci ha aiutato ad allontanarci dalla riva evitando il pericolo degli scogli scuri come l’inferno. È come se quel vento aiutasse una madre a partorire invece di un corpo, uno scafo lucido, teso e sicuro, dalle forme eleganti e femminili.

Quante volte abbiamo scherzato sul sesso delle navi e delle barche? Lavorando di fantasie erotiche parlavamo per ore delle forme dei culi di donne mitiche e degli scafi, mescolando linee e curve in un’insalata di mare profumata all’odore di lavanda dei nostri cassetti, e l’odore nauseante delle scarpe tolte dopo tre giorni e per non parlare delle ascelle degne di Ade e non dei suoi fratelli nobili. E raccontavamo a noi stessi : sono tutte femmine ma non donne, femmine ingorde, vogliose di mare e di uomini, e ti ricordi quando ho definito le navi, le barche con le vele a spazzare il mare: discinte baldracche orgogliose di fottersi le onde! Ti ricordi? La femmina ti tradisce, la donna no, le nostre donne ci aspettano silenziose e orgogliose e tristi, ma donne! E noi, a fare Hold Cleaning, ma non tradisci nessuno quando quando fai pulizia stive… lo svuotamento naturale dei doppi fondi… con con un’altra femmina, dietro una tendina lercia di una camera singola a basso costo vicino al porto, così fai prima a tornare a bordo, non puoi di farti la doccia, troppo poco tempo prima che salpano le ancore. Ti ricordi quando alla fonda di fronte Nuhu Hiva, le piroghe arrivavano insieme ai canti polinesiani, cariche di femmine e di frutta tropicale. Quelle soste erano giovani, senza pensieri, il cielo il mare e i seni piccoli come coppe gelato ci facevano vivere a mille e a respirare a diecimila. Non mi ricordo più se era a Samoa o a Tonga, rimasi per quasi un giorno intero sulla spiaggia dietro i cespugli di fiori di Lei profumati di sesso giovane e per niente sporco anzi. E al ritorno ti ho ritrovato che avevi nei capelli ancora paglia e conchiglie. A ridere come matti a mostrarci reciprocamente con orgoglio il pacco, possedevamo la Terra il Cielo, magari Poseidone ancora no, ma navigavamo tra legnami e olio combustibile in bidoni e corpi femminili figli delle ninfe di Oceano.

Nuku hiva

Quel vento amico, ci accompagnerà un giorno verso l’orizzonte a confonderci tra cielo e terra. Dove la burrasca termina e dove l’imbuto dei destini attende i vecchi e nuovi Ulisse. Per ora il tuo incazzato Poseidone ci strapazza come coralli rotti.

Il soffiare, che improvvisamente si calmerà e che ci permetterà di riempire la nostra fame con un po’ di tonno in scatola e pomodori, tra due fette di pane. Così, sereni, con il gomito a gomito, a dare morsi felici e bere birre veloci, a sparare cazzate sul Mondo che è vicino a noi ma lontano, estraneo: la politica, il traffico, le banche, ma cosa sono?

Quella terribile onda anomala che iniziò poco sopra Good Hope, e che ci prese di poppa alle 15 del pomeriggio. Preparati si, pronti si, ma quando arrivò tremarono lo stesso le giunture della nave, i miei femori si mossero nei muscoli , sentii che quel grand bastardo di Poseidon era veramente incazzato con tutti gli uomini, l’onda arrivò annunciata, cattiva, feroce e potente alta e mostruosa, si abbattè con estrema violenza su di noi, e per fortuna che il Comando aveva messo la nave con la prua a Nord Ovest, così ci prese da Sud Est, passandoci sopra con tutti i nervi scoperti del tuo Dio. Spazzò tutto, non rimase un cazzo sul ponte, i due scaladroni divelti, le torrette, gli idranti, e il carico sul ponte di camion Tir olandesi… tutto a mare, mi venne in mente una vomitata al contrario, il mostro si era preso in meno di un minuto tutto quello che poteva strappare dai fianchi, dal ponte, da noi. Sì… confesso quel pomeriggio ho pregato e in cabina da solo non visto dagli altri, mi sono messo a piangere, credo paura, il pensiero dei cari a terra, mi sono seduto sul bordo del letto e finalmente le lacrime uscirono, e uscirono per qualche minuto.

Capo di Buona Speranza

Sai la morte non mi spaventa, forse il dolore, ma quello che mi fece paura fu la fragilità, sentirmi un pezzetto di vetro o di corallo in mano ad un gorilla dal dorso argento. Per due giorni, fu stilato l’inventario dei danni, minuzioso elenco di oggetti materiali morti, e quando il terzo ufficiale ci disse: e adesso sentiamo i vostri danni… fragilità e inutilità di questo mestiere?

E ora? Quel mare che è in burrasca, prima o poi bastardo, si calmerà. Te lo giuro, te lo prometto magari puntando i miei occhi inferociti verso lo sguardo cattivo del tuo Poseidone.

Come figlio di un mare blu qualunque, ti chiedo solo di metterti al riparo dal traverso per un po’: vai a prendere le carte e guarda la rotta per una una baia larga, protetta e sicura. Punta la prua verso il ventre marino liscio e accogliente.

Sai… ve ne sono a centinaia, nascoste nei colorati portolani giù in saletta. Sono tutti messi in ordine di data nella libreria di bordo. Lasciati anche accogliere dal tepore della saletta, metti il bollitore dell’acqua sul fornello a sospensioni cardaniche, prepariamoci il the alla menta, imbardate permettendo, godiamoci il caldo nella pancia.

Basta aspettare, tendere le cime, cazzare di più ed aspettare che passi la burrasca. Timone fermo tra le mani, lo sai! Non ti innervosire, il tuo Dio non ti ascolta.

Durante questa navigazione difficile, io posso stare anche tra la cambusa e la saletta, e quando scenderai giù, sotto coperta, ti toglierai il vento dai capelli, strofinererai gli occhi brucianti e ti siederai con me, altro navigante di mare e di vita, a mangiare pane e capperi o se preferisci i fagioli o i ceci in scatola tiepidi! Il tuo Dio non ti ascolta. Meglio il the, no meglio la birra. Ho chiuso l’oblò e tirato la tendina, la boccaporta serrata garantisce intimità e calore, ma qui rotola tutto, non puoi mica mettere qualcosa sul tavolino a scomparsa, vola a destra o a sinistra a secondo l’umore del tuo antico Dio.

Il mal di mare, terribile regalo del tuo cazzo di Poseidone, un volgare ascensore di nausea che sconvolge il petto e le natiche, ti obbliga a stare sdraiato o in piedi a vomitare quello che non c’è più, il nostromo, che veniva con le gallette in cabina e le acciughe salate da ingurgitare per poter prendere subito il turno di guardia… Ehi… guarda che devi pulire in terra, sul vomito si scivola, poi sono cazzi tuoi… e mentre salivo in plancia percorrendo la scala che da basso portava al comando, gli odori di scarpe, di sudore, di cambusa e frittata di ieri, il caffè, e l’acqua di colonia del terzo ufficiale Ukraino si rimescolavano come i miei tre quattro stomaci in tempesta, e un altro conato, e

Poseidon di Milo

ancora acqua verde, e via con il binocolo a guardare lontano. E, cazzo quando con un pollice nero per una martellata, la diarrea, la nausea, il prurito da eczema, il turno di notte, la nebbia, due maledetti tubi che mollarono l’imbragatura, tutto insieme, incrociai te e il piccolo di camera a poppa che vomitavate le anime del Purgatorio e ridevi e piangeva di paura il piccolo. Nessuno ci potrà mai rubare questi nostri ricordi nemmeno Zeus, Ade e Posidone messi insieme. Nessuno!

Ti prometto che la burrasca passerà, ti prometto anche che il vento al traverso, si sfiancherà di fatica fino a diventare una brezza marina, tropicale, profumata di costa thaitiana e ruffiana.

Mentre chiudo e serro meglio gli armadietti, il gemere dello scafo mi riporta con la mente alla Balena di Pinocchio, onde ondulate e respiro di fantasia. Ma il tuo Dio conosce Pinocchio?

Mi stendo in cuccetta, vestito di tutto punto anche il berretto di lana, gli scarponi antiscivolo, i guanti caldi… il maglione, la maglia a pelle, i calzini, pensa che far mettere i calzini a me vuol dire che il tuo Posidone è proprio incazzato nero, tiro sul il cappuccio, mi metto di fianco con la retina a bloccare una mia logica caduta all’indietro e…

E vedrai che nonostante tutto, il sonno verrà.

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Senza confine

Una poesia di Iole Troccoli

© Iole Troccoli 6 aprile 2018

 

Senza confine

 

È lì che si difende

– sul confine –

un rasoterra d’onda

a dire: io non ci credo

che questa sia la terra

e quello il mare.

 

È tutto un fuggi fuggi

di parole e schizzi

 

di là, di qua

 

eppure mescoliamo

insieme i chicchi

arsi e i pesci

radici che si sforzano

di accettare la lampada del cielo

occhi di lucciole marine

Dipinto da Alberto Pestelli – Il mare d’inverno – olio su pannello telato 18×24 aprile 2016

un gesto di tovaglie al vento

e la battigia

creatura imperscrutabile notturna.

 

Dov’è il confine

mi ripete l’acqua contorta

dalle alghe

dov’è il confine

ribadisce la terra

rivoltata in falde larghe.

 

E l’onda piccola si muove

confusa tra una spiga

le pietre bianche consolate

dal sole pallido di marzo

 

e una distesa vana, bellissima

così a guardarla

senza la linea che separa

 

senza confine.

Onde o nuvole.. dov’è il confine tra cielo e mare – Dipinto di Alberto Pestelli, olio su tela

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Segesta ovvero il Teatro ovvero io…

di Federico Soffici

Segesta ovvero il Teatro ovvero io e le recite, ovvero come emozionarsi senza far vedere di essere emozionato, ovvero costume o una tuta scura e una maglietta nera, ovvero la Grande Magia che mi ha avvilupato, io piccolo insignificante attore in Teatro Amatori.

Quando i turisti prendono l’ultimo autobus ti regali un po’ di solitudine. Teatro di Segesta, in alto su di una collina montagnosa. Estate fonda alle 21, la sera si è spogliata degli abiti diurni per poter uscire all’aperto, discinta come una Dama notturna, e il caldo che accarezza ancora la faccia. Non c’è pericolo, si puo’ scendere a piedi camminando sulla strada che porta verso il parcheggio. È tutta in discesa. Questa sera ho anche la luna, si è messa il vestito buono. Il Teatro all’aperto di Segesta, è un luogo magico, dove già nel III secolo avanti Cristo una concezione nuova del Teatro viene messa in scena. Il Coro, l’hypocritès, ovvero l’attore, i corèuti che si tirano un po’ da parte a forma di semicerchio, lasciando l’altro terzo dello spazio per la tenda da cui l’attore esce a declamare la tragedia. Testi come Medea, importanti nuovi attuali anche oggi con la condizione della donna sempre in eterno conflitto con la giustizia umana. Nel silenzio rotto solo da leggeri sbuffi di vento siciliano prestando bene l’orecchio si possono sentire ancora le armonie del Dramma Greco o dell Tragedia. L’anfiteatro di Segesta è costruito a nord, verso il Golfo di Castellammare, sfrutta come scenografia lo splendido panorama del mare e delle colline a perdita d’occhio. Con un fondale degno di un Presepe Napoletano. Che gusto nel sentire il sapore dolciastro della Storia che ti si scioglie in bocca come una caramella al miele.

Teatro : dove sei tu ma nelle vesti di un altro e quell’altro puo’ dire la verità di Euripide alle genti di oggi. Che bella la libertà di raccontare quello che non ti piace. Piangere è più difficile che ridere, usi meno muscoli facciali, ma attenzione devi scavare non nell’intimo dei ricordi, ma devi cercare nelle emozioni, nella commozione, magari ricordando una canzone, un brano di Mahler, una poesia e il gioco è fatto; Cechov, il suo Lopachin, che si riscatta verso gli inutili del mondo, lui povero che compra la villa più bella del mondo circondata dai ciliegi. Sei vestito con un gilet chiaro e con un mazzo di chiavi in mano.

Dopo aver dato un ultimo sguardo al teatro di Segesta inondato da una luce lattea azzurrina, come Dio comanda, mi metto alle spalle quel luogo e scendo. Alla memoria riaffiora il personaggio di Tennessee Williams che urla “la casa è di chi è padrone… e che, chi è padrone puo’ fare quello che gli pare” aggredendo la vecchia zia della moglie, il testo è nei Blues: atti unici scritti da un americano che più europeo di cosi’ si muore… crudi come una lama di rasoio, moderni, iper moderni. Archie Lee mi fa compagnia ei suoi doppi chi che, fino a che ruzzola e da’ posto a Grigorin de il Gabbiano, o a l’Uomo di Pirandello. Quanta gente, una folla di personaggi che mi hanno regalato il vero Teatro. Non ho più l’età per recitare Arlecchino, serve un atleta, sciolto giovane e casinaro di animo ma deciso e serio nell’interpretare il furbo personaggio a colori. Una volta a scuola di Libera Interpretazione ho indossato la maschera di Arlecchino, di cuoio, lavorata dal sudore degli altri. Consiglio a tanti di indossare una maschera della Commedia dell’Arte… si entra nello spazio infinito, viaggi nel corpo e nel tempo.

Il Teatro Elisabettiano era a ferro di cavallo a cielo aperto, il Teatro della Scala a Milano è per l’Opera, ma il Piccolo è per Pirandello, l’Eliseo di Roma: quante lacrime uscirono quando Edoardo annunciò il suo ritiro dalle scene. Te piace o’ Presepio????… e giù a piangere sul serio. Come spettatore ho pianto per Eduardo, e ho pianto pesantemente guardando di sguincio in una sala da concerto, dove la musica va a Teatro: Claudio Abbado dirigere Tchaikovsky, soffrire con lui e per lui.

Alla seconda curva della strada notturan, appare maestoso il Tempio di Segesta, prezioso padrone dell’intera area archeologica, tutto il territorio di Calatafimi racconta la sua commedia con gli attori dalle camicie rosse o da un coro delle Troiane. È notte, silenzio possente, lo scalpiccio dei miei passi è musica come la voce in falsetto del querulo personaggio maschile, pedante e ebreo colto di sinistra di Woody Allen in “Io e Annie”. Mi viene da ridere, quando ero in scena a recitarlo: guai a ridere, guai alla ridarola, o peggio alla grattatina, all’aggiustatina del ciuffo di capelli, o alla leggera stropicciata dell’occhio, o… orrore alla sistemata sul culo delle mutande… tutta roba da teatranti, invece la dura scuola ti obbliga a muoverti pochissimo, ad essere misurato nelle pose, guai alla posa, deve essere naturale, si ebbene mi è capitato di essere il Duca di Borgogna, attraverso sforzi inauditi rimanere fermo, con il diaframma a mille, con le maledette mani che non sai mai dove metterle, sempre con lo sguardo nobile, fiero e da padrone. Il contrario esatto di Demetrio in “Sogno di una notte di mezza estate” che semi spogliato e scalzo corre e scappa inseguito da Elena che vuole letteralmente farselo, su di una zolla di erba. Che esperienza, che meraviglia. Mani e piedi di un attore toccano la terra, la madre terra, è un segno di nascita di radici, dal terreno, verso il terreno nasce e muore l’energia del Teatro, un qualcosa che gli antichi ci hanno lasciato in eredità.

Spesso, molto spesso si recita a piedi nudi, io non mi sento comodo con le scarpe in Cechov, o Ibsen, preferisco Max Aub e i sui delitti esemplari.

Durante alcune lezioni, nel ripasso di Voci e atteggiamenti, Capitan Fracassa, roboante e onomatopeico personaggio presuntuoso con la voce grave, e i passi in iperbole, un fantoccio parlante, se non sei scalzo, non ti viene da dire “ingurgito vipere e serpente” con la voce roca, bassa, grave, graffiata e con tono e volume alto.

E come si pronuncia il numero tre? La è aperta; la é chiusa; la ò aperta; la ó chiusa; la i …etc. Se sei di Milano, Torino, Verona, pronunci trè (aperta) , se sei di Roma pronunci tré (chiusa). Il Sud le e sono aperte e Nord e Sud si ricongiungono nel dramma della cattiva pronuncia teatrale.

Zucchero è con la zeta dolce come: zucchero, zucca, zucchina, zuccotto, zinco, zoccolo, zecca, mentre la zeta dura aspra italiana e per : pazzia, dizione, razzia, agenzia, polizia, pulizia, vizio, tizio, razionale, anziano, divorzio, grazia, grazie, dazio, strazio, malizia, Lucrezia, ozio, astuzia…

Mancano ancora qualche centinaio di metri prima di arrivare alla macchina al parcheggio, approfitto e ripeto mentalmente e a voce bassa scandendo con i passi il suono della mia voce con un monologo di Aub, fra tre mesi saremo in scena, porca miseria, il testo devo saperlo a manetta, poi mettero’ il carattere, poi mi divertirò a giocare con la voce. Gira ancora qualche turista nel parcheggio, spaventato qualcuno mi guarda con aria sospetta : uno che parla da solo raccontando di caffellatte che gira e gira e gira e rigira…

Poi… poi, e sono arrivato all’auto. Il motore ronza silenziosamente, i fari nella notte sono ad indicare la strada del ritorno.

Guido meccanicamente nella testa però risuona: Ipocrita – Falso, che finge… Etimo dal greco: (ypo) sotto e (krinein) spiegare. Nell’antica Grecia l’ypokrites era l’attore, colui che fingeva. Ma giuro, quando fingo non fingo per niente, non sono un ipocrita di carattere, sono uno studente Hypokrites, tutto qua !

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