TESTO UNICO FORESTALE: LA POSIZIONE DELLA FEDERAZIONE PRO NATURA

Qualche settimana fa, un Governo ormai dimissionario si è preso la briga di licenziare un provvedimento legislativo assai importante, in quanto riguarda tutti i boschi italiani, pubblici e privati, situati in aree protette (Parchi ecc.) o meno.

Si tratta del Testo Unico Forestale, su cui si è scatenata subito un’accesa polemica, all’interno stesso sia del mondo scientifico che di quello ambientalista.

Il Testo è molto tecnico, quindi decifrabile interamente solo da chi possiede le dovute competenze; non perciò ci asteniamo dal dire che, a nostro parere, è piuttosto pasticciato, e comunque emendabile in vari punti. Quel che più ci ha colpito, comunque, è la persistenza di una visione economicistica che sottende buona parte del Testo, a scapito di una moderna concezione naturalistica, tanto più opportuna in quanto i boschi costituiscono anche una difesa nei confronti dei cambiamenti climatici.

La Federazione Nazionale Pro Natura, nostra associazione di riferimento, ha emesso sull’argomento un documento, pacato e ponderato come di consueto, che esprime anche la nostra perplessità.

Lo pubblichiamo qui di seguito integralmente, richiamando l’attenzione dei nostri lettori su questo tema che, in tempi di elezioni e di post-elezioni, è rimasto indubitabilmente un po’ “nascosto” all’opinione dei cittadini.

Il testo può essere anche scaricato nel formato PDF direttamente da questa pagina. Il link si trova al termine dell’articolo.

Gianni Marucelli

 

Alberto Pestelli: Cascatelle nel bosco di Dovenonsisa – Olio su tela 50×70

 

 

DECRETO FORESTE: OCCORRE UNA VISIONE OLISTICA E NON LIMITATA ALL’ASPETTO PRODUTTIVO

Il decreto legislativo sulle foreste, approvato dal Consiglio dei Ministri benché in scadenza, ha suscitato numerose polemiche e ha contrapposto in modo anche molto accentuato persone e Associazioni che pure appartengono allo stesso settore, da quello accademico a quello ambientalista.

Sul Decreto è stato detto tutto ed il contrario di tutto, con affermazioni a volte poco aderenti alla realtà o che, all’opposto, sembrano soprattutto una difesa corporativistica delle proprie attività. L’idea di predisporre uno strumento normativo in grado di definire in modo univoco gli elementi di base della materia è condivisibile: ad esempio, al momento esistono numerosissime definizioni di bosco, spesso in contrasto tra di loro, ed è necessario fare in modo che un bosco sia riconosciuto tale sia a Bolzano che a Palermo. Anche l’armonizzazione delle modalità di gestione delle foreste potrebbe rappresentare un buon risultato. Oggi sono note tecniche di utilizzazione delle risorse forestali meno impattanti rispetto al passato e la loro applicazione potrebbe portare indubbi vantaggi. Non dimentichiamo, inoltre, che i boschi italiani hanno subito quasi tutti modificazioni più o meno profonde da parte dell’uomo e non è detto che in queste condizioni l’evoluzione naturale porti sempre e necessariamente ad ambienti più pregevoli e ricchi dal punto di vista naturalistico e funzionale. Inoltre, è documentato come l’attuale espansione delle aree boschive in ambienti aperti collinari e montani, ormai abbandonati dalle pratiche agricole e di allevamento brado, possa comportare una forte perdita di biodiversità vegetale ma anche animale, e perfino microbica.

Tuttavia, i boschi non devono essere visti unicamente dal punto di vista dei diretti benefici economici che se ne possono trarre. Certo, la funzione produttiva delle foreste (intesa non solo come generazione di legna o biomasse, ma anche di altri beni, quali frutti, funghi, ecc.) non va trascurata, ma non può e non deve essere l’unica ad essere presa in considerazione. Le foreste sono ecosistemi molto complessi, costituiti da una miriade di organismi che interagiscono tra di loro. Svolgono un ruolo fondamentale nella protezione idrogeologica del territorio e creano ambienti e paesaggi con una forte connotazione naturalistica e quindi di grande valore ecologico, conservazionistico (una foresta matura ospita migliaia di specie diverse) e anche spirituale, nonché di attrazione nei confronti del turismo. Le foreste, inoltre, regolano le temperature ed i cicli di numerosi elementi, acqua in primo luogo, e contribuiscono a ridurre gli effetti di numerose forme di inquinamento, da quello atmosferico a quello acustico. Infine, sono i più efficienti accumulatori di biossido di carbonio conosciuti e quindi indispensabili per ridurre l’entità dei cambiamenti climatici di cui siamo attoniti testimoni.

I boschi vanno quindi protetti e la loro utilizzazione deve essere considerata in un ruolo subalterno, concessa solo laddove e con modalità tali da non pregiudicarne lo stato di conservazione.
E su questo aspetto il decreto fornisce risposte insoddisfacenti. Non è sufficientemente rimarcato, ad esempio, il concetto di zonazione e modulazione degli interventi in base alle caratteristiche e alle potenzialità dei vari ambienti: un bosco che svolge una funzione protettiva o paesaggistica dovrebbe essere gestito in modo ben diverso da un bosco di neo-formazione insediatosi su terreni incolti o abbandonati. Anche il concetto di “bosco abbandonato” è definito in modo eccessivamente estensivo. Solo raramente un bosco non gestito è causa di problemi, ma può anzi evolvere verso forme ecologicamente più complesse e ricche di biodiversità; un ceduo ha bisogno di molti anni di crescita per potersi consolidare ed evolvere verso stadi più maturi, creando suoli meno poveri. Considerare quindi “sempre” abbandonati boschi nei quali non si siano effettuati interventi selvicolturali negli ultimi anni (variabili a seconda della forma di governo: ceduo oppure fustaia) è una generalizzazione erronea. Per non parlare della possibilità, che deve essere in ogni caso riconosciuta alla proprietà, di gestire un bosco in senso naturalistico, sottraendolo al taglio periodico.

Non convince poi il fatto che vengono previste, anzi agevolate, tutta una serie di infrastrutture finalizzate a consentire, per l’appunto, la gestione delle foreste. L’esperienza insegna che di solito tutto ciò si limita a prevedere l’apertura di strade e piste, anche laddove questo crea enormi problemi per la stabilità dei versanti montani e crea orrende ferite nonché facili vie di penetrazione per innescare ulteriori fenomeni degradativi (si pensi ad esempio a cacciatori, fuoristradisti, piromani, ecc.). Spesso, queste strade, realizzate in economia e quindi prive di interventi per mitigarne l’impatto, presentano un bilancio economico del tutto negativo: il loro costo di realizzazione e manutenzione risulta cioè molto più alto dei ricavi che potranno consentire di ottenere. Appare quindi paradossale e fuori luogo la norma che prevede l’utilizzo dei fondi previsti per compensare l’utilizzazione forestale proprio per realizzare opere di questo genere.

In conclusione la Federazione ritiene necessaria una riconsiderazione di vari aspetti del testo forestale ora approvato, ed auspica che nel nuovo quadro politico che si è aperto si possa rapidamente giungere a un tavolo di confronto fra le diverse posizioni e opinioni degli esperti e dei diversi portatori di interessi.

Il Consiglio Direttivo

Torino, 26 marzo 2018

 

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Northen Light ovvero Aurora Boreale, in attesa di vedere i fili silenziosi colorati in cielo.

Di Federico Soffici

Mani in tasca e cammino. Porto con me la terribile responsabilità di rispettare il territorio, questo avanposto del Mondo quasi polare, dove la tundra si abbandona al freddo.

Ho voglia di silenzio ma il rumore incessante del cervello mi disturba. Norvegia e il suo spettacolo di una natura esuberante a volte esagerata per me abituato al Mediterraneo del Mondo con le piante basse al mare tutte spettinate sfuggenti. Qui il caldo è un pensiero sfuggevole, il tepore è solo quello di una tazza di thè fumante tra le mani.

Merletti di ghiaccio e bucaneve azzurro pallido. Un territorio incontaminato, sdraiato tra ghiacci e verde di licheni.

Ringrazio il destino che mi ha dato la possibilità di perdermi nel panorama di questo fjord norvegese. L’aria fredda scivola sulla faccia come acqua minerale mentre intorno a me tutto è tranquillo. Con la coda dell’occhio, osservo quella casa con la luce accesa all’esterno: sembra un piccolo presepio con il fumo che esce dal caminetto. È il mio faro nella notte polare; smarrire il viottolo in mezzo a questi boschi colorati da rami bianchi potrebbe essere letale. Potrebbe nascere un’avventura, scivolare in un fosso, perdersi in una buca, smarrirsi tra i rami di betulle.

Cerco da molto tempo l’armonia, un viaggio dietro l’altro, una valigia in più da fare, dietro tutti i timbri colorati sul passaporto conviene cercare di più. A volte mi assale la malinconia, mescolata alla voglia di ridere. Quanto mi piace ridere! Forte da non respirare, come quando a scuola, non visti dal professore, ingurgitavi sotto il banco pezzi di pizza bianca bassa e croccante, rubata a morsi e strozzata in gola tra Matematica e Ulisse.

Fiordi norvegesi – fonte: www.giverviaggi.com

Il cielo è scuro profondo , il silenzio è magico ed anche il tintinnio di un campanello sembra provenire da molto lontano. Fa buio presto, fa freddo presto qui in Norvegia.

Ho cercato l’armonia nelle strade di Calcutta. Ho trovato la dignità e molto egoismo. Nessuna coerenza, nemmeno di fronte alla statua del Dio decorato di fiori giali. Occhi poveri e stracci che camminano con i sorrisi a sei denti, intorno odore di spezie e urina di vacca. I bambini sono belli, ti guardano con aria da furbi sorridenti.

E nel fjord i colori si attenuano velocemente, sbiadiscono. Questo è il Nord Europa. Ma ecco allora il ricordo: gli aquiloni, gialli, verdi, blu, nel cielo dell’Oregon. Fili neri, sottili radici che tengono legati fogli di velina variopinti pronti a scappare, prigionieri di un berretto messo al contrario con la visiera sulla nuca. Spalle larghe e sorriso bianco.

Rivedo le fiammelle sul mare buio del Sud del mondo a Rio, galleggiare verso un destino di preghiere mai esaudite. “Fammi vincere la lotteria” dicono i bambini carioca, scalzi e denutriti invocando la cattiva divinità brasiliana sempre pronta a chiedere e mai a dare.

Solo sabbia di Copacabana e cieli pieni di pappagalli brasiliani.

Copacabana – fonte: www.hilton.com

Occhi pieni di lacrime, mentre esplode il cielo al tramonto nella Valle della Morte, quando la silenziosa sabbia rossa s’incendia al cospetto del sole morente. Ultimo fuoco, coerenza con la morte solo per pochi istanti. Il giorno dopo ricomincia l’inesorabile su e giù di un astro mai stanco.

Mi sto ragionando addosso, mi racconto ricordi senza freno. Guardo il cielo ora: è nero e pieno di stelle; essere stelle significa fare parte della giostra matematica, tutto si regge per miracolo del calcolo, il calcolo sub-atomico. Castel del Monte e là il suo geometrico mistero, raccoglie i calcoli e li fa propri in un dignitoso silenzio di Storia vera.

Norvegia, quella siepe con dietro l’orizzonte, non è di casa. Orizzonte, ma di che? Fine e non fine. Splendore e miseria dell’animo umano diretto verso la fisica moderna.

Mi parlo addosso.

Un grosso mucchio di ghiaccio, scolpito da acqua e vento, bianco come cristallo opaco, poco più accanto un altro e poi un altro e un altro ancora fino a perdermi.

Con un grosso camion simile a un bruco di 20 tonnellate sono salito alla sorgente del fiume Columbia al confine tra il Canada e gli Usa; lasciato indietro un circo colorato di giapponesi numerosi come i visitatori al Palio di Siena mi allontano dai suoni e dai rumori dei turisti, per entrare con gli stivaloni di gomma nell’acqua nel primo vagito del fiume che crescerà, si ingrosserà e andrà a sfociare nelle sabbie della California.

Il lago di Bracciano ad Anguillara Sabazia Foto di Alberto Pestelli, Gennaio 2005

Acqua e simmetria: ho messo le dita della mano a sentire scorrere il Nilo all’ombra del papiro e al riparo dalla sabbia. Il lago di Bracciano, il Trasimeno, le Fonti del Clitumno le acque con la storia a lettere maiuscole sorgenti di poesia. Le cascate del Niagara dimostrazione presuntuosa della Natura gigante.

In Norvegia, l’acqua è ovunque. Montagne di ghiaccio incombenti che strangolano un mare a sessanta chilometri dall’Oceano Atlantico. Il potere dei Fjords.

Un taxi di Milano, le strade di Genova, le vie di Roma, vicoli di Trapani, le viuzze di Bari profumate di pasta fresca in vendita sotto gli archi stracolmi di uomini, donne, bambini, foto a colori e mani sulla fronte come a richiamare un aiuto che non verrà. Fierezza di popolo. Ma la fine del mese, la politica bollita, sogni finiti e stanchezza storica. Amori puliti e sesso

Le fonti del Clitumno, foto di Alberto Pestelli 2006

corrotto. Le nostre civiltà tecnologiche che finisco a tavola tra silenzi e video ditelefoni da digitare, ormai le lettere non si suonano più, si palpano su vetrini unti.

Il cielo ormai è nero: non manca molto alla Northern Light. Scaccio un ricordo scomodo, un rimorso che attanaglia la mente e cerco di sgombrare il cervello da ogni cosa negativa, pugni in tasca e occhi al cielo, ma un odore intenso di spezie si fa ancora vivo. Le Piramidi che mi scrutano furbe dall’alto dei loro secoli, e il Partenone, e San Pietro. E le Cattedrali e le spiagge e… quanta roba. Troppa.

Provo a fermare la mente su due occhi, verdi. Mi piacciono come il primo giorno che li ho visti. Mai sopito il mio amore, mai stanco di lei. Amo, forse a modo mio, ma amo con tutto me stesso. Con tutto il mio corpo, con tutta la mia anima.

Guardo quello sguardo.

Annuso il suo profumo.

Sento cosa sente. Lei.

 

Devo stare attento a dove metto i piedi, qui è buio e il terreno scivoloso non perdona. Questa vita è avara di Northen Light, è un po’ tirchia di luci. Poche fiammelle accese subito spazzate via dal vento dell’egoismo.

Sdraiato sulla stuoia fatta di muschio verde intenso le braccia dietro la testa ignaro del freddo, cerco di carpire la bellezza profonda di un cielo mai meschino. Il reticolo si forma, la convenzione astronomica entrata in me, mi permette di vedere le costellazioni e il Mito. Ma corrono troppo veloci nello spazio, cosi’ lontane, e tutte a distanza diverse… Sirio in inverno e Cassiopea d’estate , i disegni di fantasia con la tavola da surf tra Mito e Pasta con le acciughe. Pizza prosciutto e fichi. Villa Sciarra con i suoi vialetti e gli archi decorati da piante di rose: ehi! Northern Light… ti aspetto, sono qui, in quest’avamposto di geografia spinta.

Norvegia, tutto pulito, tutto in equilibrio, come ghiaccio al sole Ho difficoltà a comprendere il mondo, le sue violenze e discriminazioni come se un cassonetto romano o i bidoni di Palermo, Bari, Tokyo non avessero lo stesso odore. Lezzo di consumismo e di non cultura. I libri dovrebbero essere resi obbligatori come l’ossigeno. Leggere e viaggiare, apprendere a condividere e amare sarebbe la diretta conseguenza.

La pioggia silenziosa di luci della Northern Light ormai non arriva più: benedetta Aurora Boreale non ti sei fatta vedere neanche questa sera. Egoista e senza cuore.

Cammino di nuovo sui ciottoli, i pugni in tasca cigolando con le ossa al freddo polare mi incammino verso l’hotel, ho fame, sonno e sete.

Aurora boreale – fonte: www.zingarate.com

 

Galleria fotografica a cura di Alberto Pestelli e Carmelo Colelli

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TRENTINO: LA CHIESETTA DI PEGAIA, PICCOLO GIOIELLO IN MEZZO AI PRATI

Di Gianni Marucelli

Altre volte abbiamo condotto i nostri lettori nella magnifica Val di Pejo, che si dirama verso nord dalla più vasta Val di Sole. Ci troviamo nella parte trentina del Parco Nazionale dello Stelvio, la più grande area protetta italiana, che, purtroppo, come alcuni ricorderanno, ha subito di recente una incredibile quanto inaccettabile suddivisione amministrativa tra le province di Trento, Sondrio e Bolzano.

Ma, lasciando da parte le polemiche, vorremmo presentarvi una piccola ma antichissima chiesa, che sorge isolata poco oltre il paese di Cogolo, oggi il maggior centro urbano della valle.

Nonostante l’edilizia residenziale e turistica, che ha di molto ridotto l’estensione dei prati nel fondovalle, l’edificio sorge ancora, isolato, in mezzo al verde, lungo la strada carrozzabile che conduce ai 2000 metri di Malga Mare, dove inizia il sentiero per il Rifugio Larcher e il ghiacciaio (o quel che ne resta) del Cevedale.

Qui, quasi sei secoli or sono, nel 1431, sorgeva un villaggio, che aveva nome Pegaia, i cui abitanti erano probabilmente dei minatori. Il paese fu distrutto da un disastro, provocato da una frana o valanga caduta dal versante del Monte Vioz, su cui sorge l’attuale abitato di Pejo. Pare che si salvasse solo una cappella, che nei decenni successivi fu ricostruita e ampliata, fino a che, nell’agosto del 1512, fu solennemente consacrata e dedicata ai Santi Bartolomeo, Paolo e Tommaso.

L’attuale chiesetta di Pegaia, orientata secondo l’asse est-ovest, è stata in seguito più volte restaurata. Presso di essa sorgeva, circondato a un muretto di pietre, l’antico cimitero, anche se i defunti della vicina Cogolo trovavano il loro eterno riposo presso la più ampia parrocchiale del paese.

Ma il culto dei morti di Pegaia non si è mai spento, tanto che da qualche anno il luogo di sepoltura è stato rinnovato e ampliato. Per la verità, ha perduto così molta della sua avita suggestione, anche se la piccola chiesa conserva tutto il suo fascino particolare.

L’esterno presenta numerosi affreschi risalenti all’epoca della ricostruzione; anche qui, come in altre località della valle, la figura di San Cristoforo, il santo viandante, campeggia in grandi dimensioni.

È probabile che il culto di questo Santo, sempre raffigurato col bordone in mano e il piccolo Gesù sulle spalle, vada ricollegato al fatto che la valle, fin da tempi remoti, era luogo di transito, lungo il cammino impervio che conduceva, tramite gli alti passi alpini, in Valfurva e in Val di Solda. E davvero i viaggiatori, per uscire indenni dall’avventura montana, aveva bisogno di un aiuto dal Cielo! Altre immagini, che affiancano quella di S. Cristoforo, sono quelle della Madonna in trono col Bambino e di S. Agostino in cattedra.

Si entra dal lato meridionale: l’interno è illuminato da una finestra a oculo che si apre nella zona del presbiterio, quella forse identificabile con la primitiva cappella. La volta è a crociera; una balaustra in legno separa il presbiterio dalla navata. Sulle pareti, alcuni affreschi dedicati ai tre santi cui l’edificio è dedicato, cui si aggiunge S. Antonio Abate: il dipinto è datato, in latino, “luglio 1513”.

L’altare, di legno intagliato e dorata, reca una pala rappresentante una Sacra Conversazione.

Lo spazio, semplice ma gradevole, molto silenzioso quest’ora che volge al tramonto, induce alla meditazione e, per chi è credente, alla preghiera.

Nei prati qua fuori, all’alba e alle ultime luci del sole, spesso echeggiano i latrati dei caprioli al pascolo, così simili a quelli dei cani. Al mattino presto, presso la vetta del Vioz (mt. 3645) volteggia l’aquila reale e, da alcuni anni, anche il grande Avvoltoio degli Agnelli, reintrodotto sulle Alpi dopo quasi un secolo.

I corvi reali intrecciano i loro voli, il torrente Noce scorre portando l’acqua dei ghiacciai, tra i larici e gli abeti…

E i morti, qui, riposano davvero in pace.

 

 

 

Galleria fotografica a cura di Gianni Marucelli

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Parole dall’Elba

Il 21 marzo è la Giornata mondiale della Poesia. In occasione di questo evento culturale il nostro direttore, Gianni Marucelli ha inviato una sua lunga composizione inedita dal titolo “Parole dall’Elba”. Il nostro direttore ci tiene a precisare che questa poesia è stata iniziata più di quarant’anni fa ed anche gli ultimi versi risalgono a quell’epoca.

Punta Fetovaia

Parole dall’Elba

 

Perché al tramonto scagliano le acacie

ombre più lunghe e dagli scogli basso

risponde al vento il volo del gabbiano,

perché il silenzio è teso sopra il mare

come un filo di rame e la mia mano

ha venature pallide e sottili,

ancora torneranno le parole

lontane, su navigli di ricordi

solcheranno l’oblio…

 

Cavo

Sono rimasta sola nell’altana

che nemmeno rammenti. O forse il vento

d’occidente e le rondini han portato

di quando in quando l’odore del lentisco

e dei fiori di cisto nella bolla

dove hai vissuto, larva senza attese.

Anni o decenni: quanti son passati

o passeranno per te che sei terragno.

Io libera mi specchio in quell’azzurro

che Montecristo incide a meridione,

qualche ruga di salso reco in volto

ma la spera, per ora, niente ha tolto.

 

Marciana marina

Fuggii un tempo da te e dalle rive

delle mie estati, a macerarmi al tedio

di studi affatto insonni. Mi giungeva

di quando in quando – oblunga busta azzurra –

un tuo afflato, sapeva di limone

la tua grafia sottile ed ordinata,

ma altre donne di te molto più scaltre

mi chiedevano urgenza ed attenzione,

ad ardite metafore inducevo

la mia poesia neppure laureata.

Per te solo due righe poi più niente,

sbiadì il sorriso tuo nella mia mente.

Portoferraio

T’ho amato? Non lo so. Conservo ancora

l’istantanea a colori ormai virati

verso il seppia. Di tanto in tanto passa

un traghetto, affannando sopra l’onde.

L’uva è matura, le agavi turchine

spuntano dai vapori della nebbia

presto al mattino. S’involano gli stormi

di canapiglie volpoche marzaiole –

flatus vocis per te stento poeta –

verso gli stagni della costa, ad est.

Galleggio anch’io sulla mia vita, piana

come suona al tramonto la campana.

Enfola

Io di te neppur l’ombra di una foto

ho nel cassetto. Resta quel vermiglio

di labbra adolescenti nella vaga

concupiscenza d’un meriggio tardo.

Nel bozzolo di nebbia in cui s’avvolge

la mia lenta vecchiaia non penetra

altro segno. C’è neve sopra i gioghi

del Pratomagno; s’erge un cirro bianco –

un’isola nel cielo che rammenta

quella che già vedemmo dall’altana.

Non mi guardo allo specchio, ho già vissuto:

e ciò che appare è questo labbro muto.

Le ghiaie

M’immagino – o mio amore malvissuto –

che il tuo doppio persista in qualche proda

dell’isola che vedo sulla linea

separante l’azzurro da altro azzurro,

raro come fu ancora il bue marino

che rompeva le reti ai pescatori

e le cernie rubava e le donzelle.

O nuoti forse a Punta Fetovaia

giù tra gorgonie rosse e praterie

di posidonie…Credo che sia accanto

a te pure il mio doppio, e le due ombre

si troveranno, se la notte incombe.

 

Rio marina

La neve trascolora nel tramonto,

ma primavera luce già nel cisto

che timido s’affianca al rosmarino…

E qui il fanello il suo cantare ha sciolto…

Il profumo del vento è così dolce

e la risacca porta la tua voce…

Così forse sarà l’ultimo approdo

quando il tempo cadrà, come la brezza

che nei vicoli ciechi del paese

muove azzurre lanterne, ripetendo

sulla pietra le danze degli uccelli

con ali alacri remiganti al sud.

 

© Gianni Marucelli

(Firenze, 1972  – Cavriglia, 2016)

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Puglia – Castel del Monte

Carissimi lettori, salutiamo il nostro nuovo collaboratore Federico Soffici (che conosco sin dai tempi della mia frequentazione sul sito di scrittura www.liberodiscrivere.it – n.d.r.) con un suo bellissimo articolo-racconto su Castel del Monte.

Alberto Pestelli, coordinatore di redazione.

 

Castel del Monte

Di Federico Soffici

 

Immerso in quel mare verde con la prua al vento a sorvolare di bolina quello smeraldo scuro. In compagnia di uno spicchio di luna e tante tante stelle a fare da guida. La rete magica del cielo mi portava verso l’Isola. L’isola come un fulcro, un ombelico, un centro del mare di ulivi dalle foglie bicolori, quasi un più e un meno, foglie furbe a prendere tutta la luce ma a riflettere la luce. Tutto era pronto per l’approdo. Il vento teso come una pelle di tamburo mi accompagnò quasi sotto quelle mura. Castel del Monte, un castello, un palazzo? Una torre antica con impazzite tutte le linee geometriche che dal basso partivano verso il cielo, ognuna vorace per arrivare prima alla stella più vicina, a formare il reticolato come un cesto carico di mura e stelle e profumi lontani. Parcheggiare l’auto? No, meglio approdare la barca in quel mare verde di ulivi secolari. Subito il respiro delle mura. Un Titano dormiente, con l’alitare cadenzato nel tempo. E subito il destare della Geometria, il ridere degli angoli. L’ironia feroce dei trapezi. L’allegria tragica dell’ottagono obbligato a vivere in eterno girando su se stesso come un architetto impazzito e sconvolto dal vento e il tempo nel vento. Camminai con passi incerti quelli del marinaio che soffre di mal di terra. A pelle percepii l’importanza del luogo, una cattedrale a cielo aperto lì, possente a celebrare la Matematica e i suoi misteri, io come un sacerdote scalzo di fronte al simulacro della Divinità a calpestare quadrati, triangoli, cerchi e reticolati geometrici. Mistero del numero d’oro. Mistero della vita, un alito di vento forte, un colpo e la serie di Fibonacci, mi passa accanto ridendo come un mistero con le ali. All’interno il silenzio, quello vero, quello non interrotto dai rumori della natura, dall’abbaiare lontano dei cani che nuotano nel verde. I portali aperti, le finestre sdentate sui muri pallidi, le scale interne con il freddo procedere dei gradini sotto i piedi, uno, due tre, e poi… 1,1,2,3,5,8,13,21,…, mi viene da ridere in quel disordine ordinato dei numeri. Quelle mura sono dure e porose come gli abitanti di quel mare verde. Un popolo abituato a comprendere le linee del reticolato verso il cielo.

Poi i rumori si placano, anche la geometria dorme, si riposa prima del grande balzo. Arrivo in cima ad una torre ottagonale, e metto fiero il viso verso est. Sfidando con tutta la mia anima la genesi del giorno, sono il padrone di Castel del Monte, il capolavoro del mistero, il monumento che respira nel tempo, che agita fantasmi con gli angoli in ordine durante la notte. Guai a pensare ad un semplice monumento a guardarlo con l’occhio nel navigante della Domenica, guai si zittisce e non ti regala nulla. Invece sono in attesa del raggio con i piedi sulla pietra fredda a percepire il ticchettio della serie geometrica. Ecco, arriva, è arrivato l’altro Dio quello luminoso, tutto si affievolisce, l’ordine sacro di Castel del Monte notturno svanisce, lascio con discrezione quell’altare quelle mura quegli angoli ai marinai del giorno, riprendo la barca apro la vela e metto la prua a sud. Vento in faccia, poi mi giro, un’ultimo sguardo a Castel del Monte, al Titano della notte al Gigante del giorno.

Federico Soffici

Marzo 2018

 

 

La redazione ringrazia il nostro amico e collaboratore Carmelo Colelli per averci inviato alcune sue fotografie di Castel del Monte per l’articolo di Federico Soffici.

Fonte delle fotografie

  1. https://www.andriaviva.it/notizie/castel-del-monte-concerto-per-violoncello-il-1-ottobre/
  2. https://www.greenme.it/viaggiare/europa/italia/puglia/24030-castel-del-monte
  3. http://www.altrogiornale.org/castel-del-monte-un-tempio-iniziatico/

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Greenpeace su pesca del Krill e Omega 3

A cura di Alberto Pestelli

 

Bentheuphausia_amblyops- Wikipedia – Dominio Pubblico

 

È di questi ultimi giorni un comunicato di Greenpeace Italia dove s’invitano le persone sensibili ai problemi legati all’ambiente e alla salvaguardia delle specie animali a firmare una petizione per chiedere la creazione di un’area protetta nell’Oceano Antartico.

Il comunicato di Greenpeace così dice: “Assumi integratori o compri cibo per animali? Ti sarà capitato di leggere la scritta a base di Omega 3 nelle etichette…”

Che cosa c’entrano gli Omega 3 con la creazione di questa area protetta nell’Oceano Antartico? Ora ci arriviamo… come ben sappiamo gli Omega 3 (detti anche PUFA n-3) sono una specie importante di acidi grassi essenziali (ricordo che oltre ai sopracitati Omega 3, ci sono anche gli Omega 6). Si chiamano così per la presenza del primo doppio legame che occupa la terza posizione iniziando a contare dall’atomo di carbonio terminale detto, appunto carbonio Omega o n.

Catena Omega 3 Pubblico Dominio Wikipedia

Questo tipo di acidi grassi essenziali si trovano soprattutto nelle membrane cellulari e servono per il mantenimento della loro integrità strutturale.

Molti pesci e crostacei sono ricchissimi di Omega 3, tuttavia è possibile ricavarli anche dalle alghe, dalle noci, dall’olio di lino, dal ribes nigrum, dalla lecitina di soia e dai semi di chia.

Per la loro importanza nella prevenzione dell’infarto miocardico, dell’ictus e l’utilità nel favorire i processi mnemonici, i prodotti a base di Omega 3 sono diventati molto popolari tra la popolazione mondiale. Questo ha determinato un aumento della richiesta e ovviamente “la caccia alle fonti di approvvigionamento” è salita alle stelle.

Una fonte sfruttatissima è il krill. Immagino che un po’ tutti sappiano che si tratta di un gamberetto che costituisce l’alimentazione delle balene e di altre specie.

pescherecci di krill – fonte ANSA

Greenpeace denuncia che adesso il krill è diventato la preda preferita dai pescherecci in Antartico. La pesca del gamberetto è diventato un settore redditizio ed è piena espansione.

In sostanza si sottrae cibo vitale a cetacei e pinguini con lo scopo di produrre integratori a base di Omega 3 oppure per la produzione di mangimi per gli animali da allevamento.

Greenpeace, che è sempre stata sensibile a questa tematica, ci fornisce i dati relativi al tracciamento dei pescherecci di krill. Spesso e volentieri le imbarcazioni sono ancorati nei pressi di aree protette dove balene e pinguini trovano il cibo. Ma non è solo questo. La famosa associazione ambientalista segnala anche lo scarso standard delle imbarcazioni, il trasbordo delle prede catturate in navi frigorifero enormi che possono “vantarsi” di un guinness dei primati: carenze nella sicurezza a bordo e scarsa o nessuna considerazione per l’ambiente a causa degli sversamenti di reflui e olii.

I responsabili di Greenpeace dicono testualmente: “L’industria della pesca al Krill in Antartide si presenta con una faccia pulita, ma la realtà è diversa, alquanto torbida: è una lotta all’ultimo sangue per il cibo con specie che vivono in un’area incontaminata ma soggetta a pericolosi mutamenti.”

Questo è il motivo per cui Greenpeace chiede la “creazione di un’area protetta nell’Oceano Antartico, dove i pescherecci non possano più saccheggiare il mare” mettendo a rischio la vita dei cetacei e di altre specie animali…

Fonte: National Geographic Italia

 

Per accedere alla pagina della petizione di Greenpeace clicca QUI

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Firenze – Il museo Zeffirelli

Di Paola Capitani

Nella cornice dell’Oratorio di San Filippo Neri in Piazza San Firenze a Firenze, sede precedente del Tribunale, oggi possiamo ammirare, insieme ad un esempio dell’architettura barocca fiorentina, ciò che Franco Zeffirelli ha raccolto durante la sua lunghissima e grandiosa carriera di uomo di cultura e di spettacolo.

La Fondazione Franco Zeffirelli oltre a creare questo interessantissimo museo, ha donato alla città di Firenze anche un piacevole spazio dove il cittadino può socializzare. Come si entra nel Museo troviamo, al pian terreno, un bar dove possiamo accedere senza pagare il biglietto d’ingresso della struttura, dove vi accolgono una serie di tavolini con romantiche candele e un ambiente rilassante e complice… per chiacchiere e conversari.

All’interno del museo abbiamo ammirato donne in costumi colorati che si muovevano al suono di strani strumenti. A parte i suoi trascorsi, l’ex tribunale di Firenze è una struttura utilizzata per molti scopi. Ad esempio una struttura era destinata per cori come dimostrano i palchi in pietra. Nell’ultimo piano della Chiesa, a coronamento dello spazio per il coro, c’è una serie di palchi da cui i presenti intonavano canti partecipando a celebrazioni religiose e non.

Il museo espone circa 300 opere del celebre regista fiorentino tra le quali troviamo disegni, costumi originali, locandine e fotografie dei set cinematografici o dei backstage teatrali. Inoltre è possibile ammirare i vari modellini delle scene e disegni dei costumi, bozzetti e canovacci.

È un museo da visitare con la dovuta calma: ci vogliono dalle due alle tre ore per leggere le didascalie delle opere esposte, per ascoltare musica e guardare dei video.

Dimenticavo: per i fiorentini il museo è gratuito (preparare la carta d’identità all’ingresso!)

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LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E CITTADINANZA

Il caro amico e collaboratore Carlo Menzinger di Preussenthal ci invia un interessantissimo articolo sul Reddito di Cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Crediamo quindi che sia giustissimo fare un po’ di chiarezza su questo concetto, al centro ultimamente di tante polemiche

 

LIBERTÀ, UGUAGLIANZA E CITTADINANZA

 

IL REDDITO DI CITTADINANZA NON È UN SUSSIDIO DI DISOCCUPAZIONE

Un articolo di Carlo Menzinger di Preussenthal

In questi giorni il dibattito politico è caduto sul reddito di cittadinanza, un concetto nuovissimo sul quale, per ignoranza o per malafede, sono state fatte circolare informazioni sbagliate e devianti. In un senso e nell’altro: “Un argine contro la povertà secondo i suoi sostenitori, un sussidio a pioggia che non è destinato a risolvere il tema della scarsa occupazione per i suoi detrattori.” (www.repubblica.it). Ma, in nessuno dei due casi stiamo parlando davvero del reddito di cittadinanza ma di un reddito minimo o, addirittura, di un sussidio di disoccupazione, concetto che di nuovo a ben poco.

In Europa si parla più facilmente di reddito minimo garantito per distinguerlo dal reddito di cittadinanza, che è invece un contributo universale concesso indipendentemente dal reddito e dalla disponibilità o meno a lavorare.” (www.repubblica.it).

Il presunto reddito di cittadinanza di cui parlano (o “sparlano”) ii politici italiani in questi giorni è, nei fatti, una forma di reddito minimo garantito, confuso a sua volta con il sussidio disoccupazione… Non è quindi, in alcun modo, il reddito di cittadinanza! Infatti, ai possibili beneficiari verrebbe richiesto di iscriversi ai centri per l’impiego, il che è un assurdo, perché il reddito di cittadinanza dovrebbe, appunto, prescindere dal reddito e dallo stato di lavoratore o di disoccupato.

Che cosa intendiamo allora con reddito di cittadinanza?

Come indica il nome stesso, il reddito di cittadinanza (chiamato anche “reddito di base”, in inglese “basic income”) è un trasferimento monetario erogato dallo stato che viene ricevuto da tutti i cittadini, a prescindere da ogni altra considerazione. È un reddito, quindi, che spetta a qualcuno per il solo fatto di essere cittadino di un certo paese. La sua caratteristica è che viene erogato in assenza di qualsiasi altra condizione: ricchi e poveri, occupati e disoccupati, tutti i cittadini di uno stato che prevede il reddito di cittadinanza ricevono questo sussidio.” (www.ilpost.it)

Qualcosa del genere pare ci sia solo in Alaska, dove chiunque riceve 1.000-2.000 dollari l’anno (a seconda del periodo) senza distinzione di reddito, età o occupazione.

In Finlandia sono concessi 560 euro al mese a 2.000 disoccupati estratti a sorte. Lo riceverà anche chi trova lavoro. Siamo qui, però, più vicini a un sussidio, anche se si conserva dopo aver trovato lavoro, ma riguarda comunque una popolazione minima e non tutti i finlandesi (www.ilfattoquotidiano.it).

Poca cosa, invero, e ben lontano da un vero reddito di cittadinanza, che rimane concetto di pura speculazione, senza vere applicazioni pratiche.

Il reddito di cittadinanza potrebbe essere invece un concetto rivoluzionario, che affonda le sue radici, per l’appunto, nella più celebre delle rivoluzioni, quella francese del 1789-99. Chi non conosce, infatti, il suo celebre motto “Liberté, égalité, fraternité”? Ebbene, la politica, da allora si è molto concentrata sui concetti di libertà e uguaglianza (persino nelle ultime elezioni una formazione politica ha pensato di farvi riferimento, dimenticandosi però del terzo elemento del motto e chissà se non sia stato questo a portar loro sfortuna!). Il reddito di cui parliamo si rifà proprio al concetto di fratellanza. Il sussidio di disoccupazione, invece, si riallaccia a quelli di solidarietà e uguaglianza.

Perché oggi, dopo oltre due secoli, la fratellanza dovrebbe tornare di moda?

In realtà in quel termine, usato sul finire del XVIII secolo c’era una grande lungimiranza, che coglieva un’esigenza che si stava sviluppando con l’avvio di un processo che proprio ora comincia a rendersi più palese: la rivoluzione del lavoro. Stava partendo, infatti, la rivoluzione industriale, il modo di lavorare stava cambiando e il lavoro diveniva “un fattore di produzione”, ancor più che nell’epoca della prevalenza dell’agricoltura. I lavoratori si “vendevano” sul mercato, come schiavi mercenari, o, se preferite, vendevano il loro tempo, divenendo schiavi part-time. Il lavoratore agricolo era assoggettato ai tempi della natura (giorno e notte, alternarsi delle stagioni), ma non vendeva il suo tempo in pacchetti orari, remunerati con salari e stipendi.

Con la rivoluzione industriale, prima, con quella elettronica e informatica poi, il lavoro, inoltre, progressivamente perdeva spazi e valore, perché il lavoro umano poteva essere sostituito dal lavoro meccanico. E i cittadini, i lavoratori che cosa guadagnavano in tutto ciò? Dire nulla sarebbe sbagliato, ma credo si possa dire che ci hanno guadagnato poco, rispetto al progresso che abbiamo avuto. Alcuni di loro, i così detti capitalisti, beneficiavano dell’automazione grazie ai minori costi di produzione che si trasformavano in maggiori guadagni. Contemporaneamente, però, la società si è evoluta e sviluppata, maggiori quantità di denaro sono entrate in circolazione. I “ceti inferiori” oggi hanno servizi e beni impensabili un tempo. La società offre loro scuole, ospedali, cure mediche, strade, infrastrutture, pensioni… Tutto questo serve a far beneficiare i cittadini, tutti i cittadini, del progresso che si è ottenuto grazie, anche, al lavoro dei loro antenati e di loro stessi. Il reddito di cittadinanza è qualcosa di simile. Qualcosa che si aggiunge a ciò che lo Stato dà a tutti i suoi cittadini.

Credo che possa aiutare immaginare lo Stato come una famiglia. Se si fa parte di una famiglia, questa mette a disposizione di tutti i suoi membri, a prescindere da età, stato di occupazione, salute o reddito prodotto, una casa in cui abitare, cibo e assistenza per ogni genere di situazione. Se la famiglia è ricca, offrirà di più. Se la famiglia è povera, offrirà di meno. Non chiederà però (di norma) ai bambini o ai vecchi di lavorare. Una famiglia povera offrirà lo stretto indispensabile. Una famiglia ricca pagherà le vacanze, i corsi di lingua o di sport ai figli, bei vestiti, giocattoli, elettrodomestici, la badante ai genitori anziani. Che diritto hanno costoro a ricevere tutto questo? Il loro forse non è neanche un diritto. Nasce dal fare parte di una comunità.

Se apparteniamo a una comunità più ampia, questo non può funzionare? Di sicuro è più difficile e non ci sono i legami di sangue e amore a rendere tutto più semplice, ma uno Stato è una comunità in cui i membri si riconoscono. Se si riconoscono in quella comunità, dovrebbero accettare di condividere con gli altri cittadini qualcosa. E già lo facciamo! Lo facciamo con tutto quello che chiamiamo welfare, con i servizi e le infrastrutture che la comunità offre ai suoi membri.

Perché il reddito di cittadinanza potrebbe diventare un diritto come la libertà e l’uguaglianza? Perché il benessere della comunità non nasce oggi all’improvviso, ma è il frutto del lavoro e del capitale di tutti noi e di tutti coloro che ci hanno preceduto.

C’è però un problema. Per pagare un sussidio di disoccupazione basta guardare nei conti dello Stato e dire, come si sta facendo ora, okay, ci servono 15 miliardi o magari 30 miliardi. C’è la copertura di bilancio? Ovvero lo Stato si può permettere di pagare, ad alcune persone, per esempio 4 milioni di indigenti, 780 € al mese?

Invece, dare un reddito di cittadinanza, significativo, a tutti e un’altra cosa. L’Italia potrebbe permettersi di pagare € 1.000 al mese a 60.000.000 di abitanti? Non si tratterebbe solo di cercare dei fondi. Si tratterebbe di immaginare una società del tutto diversa, un modo di vivere diverso, un modo di rapportarci gli uni agli altri del tutto diverso.

Disporre di un reddito di cittadinanza significherebbe accrescere la capacità di consumo di tutti, avviando, forse, meccanismi virtuosi di sviluppo. Significherebbe però anche poter dire, a tutti, che possono lavorare un po’ meno, che 37 ore lavorative settimanali magari potrebbero diventare 30 senza per questo impoverirsi. Più tempo libero potrebbe essere dedicato a se stessi e, magari, a un po’ più di arte, di bellezza, di vita e di scambio sociale. Forse una parte potrebbe trasformarsi in risparmi per un minore uso di strutture pubbliche come asili o assistenza a infermi e anziani, avendo la gente più tempo e risorse da dedicare ai propri cari. Andrebbe ridefinito l’intero welfare. Le risorse dovrebbero trovare una diversa destinazione, trasformando una parte dei servizi in reddito individuale.

Il reddito di cittadinanza, quello vero, non quello taroccato di cui si parla per propaganda politica, sarebbe un cambiamento epocale. In un tempo in cui tutto sta diventando automatizzato, in cui tanti lavori scompaiono, si potrebbe davvero tutti lavorare meno e anche la disoccupazione si potrebbe ridurre.

Il reddito di cittadinanza è la risposta a un mondo in cui le macchine prendono il posto dei lavoratori. Chi deve beneficiare del lavoro delle macchine? Solo i proprietari di queste macchine? Chi le produce? Chi le vende? Certo anche loro, ma anche tutta la comunità. Non si tratta di togliere valore alla proprietà privata, si tratta di ridare valore all’uomo, proprio mentre il suo lavoro va sparendo, il suo valore come fattore produttivo si riduce.

Arrivare a un reddito di cittadinanza sarebbe possibile? Penso di sì, ma non oggi, non domani. Ci si potrà arrivare solo cambiando molte cose, per primo il modo di pensare, quindi il mondo in cui lo Stato trasforma le tasse in servizi. In realtà, andrebbe rivoluzionato anche il sistema fiscale. Che senso avrebbe chiedere pagare un reddito, se poi venisse ripreso sotto forma di tasse? Forse una forma di reddito di cittadinanza o un suo compendio potrebbe essere la riduzione della tassazione sul reddito. Oggi lo Stato prende soldi sui redditi, sulla proprietà e sui consumi. E se decidesse di prendere solo le imposte sui consumi? Si perderebbe del tutto il principio della proporzionalità dell’imposta o chi più guadagna e più spende non sarebbe tassato di più di chi meno ha e quindi meno potrebbe spendere? E il reddito di cittadinanza non potrebbe essere un modo per far spendere anche chi ora ha meno, trasformandoli in pagatori di imposte ma nel contempo attivando i consumi e con questi l’economia?

Difficile, molto difficile, perché sarebbe un cambiamento immane, ma non impossibile.

Il fatto che se ne parli è già un bel passo avanti.

Il mondo non deve essere come lo conosciamo. Può cambiare, come cerco di dimostrare anche con le mie ucronie, come con l’ultimo romanzo “Il sogno del ragno”, in cui descrivo un mondo in cui le cose funzionano in modo del tutto diverso da oggi. Mi rifaccio al mondo di Sparta, in cui i pasti e gli alloggi erano comuni, dati ai cittadini (che si definivano tra loro “Uguali”) per il solo fatto di appartenere a una comunità.

Peccato che un’idea tanto sconvolgente sia stata trasformata in una buffonata elettorale che ha ingannato e confuso le persone.

 

 

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PILLOLE DI METEOROLOGIA: UNA PRIMAVERA MOLTO DINAMICA

di Alessio Genovese

Il 01 marzo è iniziata la primavera meteorologica, ma ancora per qualche giorno le regioni del nord-Italia, soprattutto quelle ricomprese nella val Padana, hanno risentito nei bassi strati del gelo che si era riversato dalla Siberia entrando per lo più dalla porta della “Bora”. L’evento è stato sicuramente ragguardevole, per il semplice fatto che ha coinvolto quasi tutto lo stivale e la neve, dopo gennaio ’17, è caduta nuovamente fin sulle coste della Campania. E’ stato solo un piccolo dettaglio meteorologico che ha fatto sì (forse per fortuna!) che il gelo non prolungasse la sua permanenza almeno per altri 4-5 giorni, andando invece a trovare sfogo in pieno Atlantico, richiamato da una grande perturbazione calda che poi, di fatto, è la stessa che ha portato le cosiddette nevicate da “addolcimento” nelle regioni centro settentrionali. Lo stesso giorno che scrivo questo articolo (06 marzo) una collega di lavoro, conoscendo la mia passione per la meteorologia, mi ha chiesto se sia vero che è in arrivo “Burian 2”. In effetti tale notizia da un paio di giorni sta circolando su più mezzi di comunicazione, forse spaventando diverse persone, agricoltori in primis. In realtà si tratta di una falsa informazione, volta a fare sensazionalismo e questo non lo dice solo chi firma questo modesto articolo, ma anche veri esperti della meteo. Ad oggi, nessun modello di previsione meteorologica prevede per i prossimi 15 giorni un altro arrivo del Burian, il vento gelido proveniente dalla Siberia. Oltre i 15 giorni si possono proporre solo delle tendenze, come spesso ci azzardiamo a fare anche noi di “Italia Uomo Ambiente”, ma le tendenze non possono avere un’eco così importante e lapidaria come la notizia che sta circolando in questi giorni. Il Burian, solitamente, ha tempi di ritorno superiori ai sei anni, figuriamoci con quale probabilità può comparire per due volte in un anno, per giunta in piena primavera.

Quello che invece è più probabile è che le conseguenze dello sconquasso atmosferico che abbiamo avuto a partire dalla metà del mese di febbraio in poi, a partire dalla stratosfera, si facciano ancora sentire per buona parte della primavera, fino agli inizi di maggio, per poi forse riproporsi addirittura all’inizio della prossima stagione invernale. Ciò che è accaduto, infatti, ha comportato una modifica degli equilibri termodinamici dell’emisfero nord del pianeta, andando a scardinare un tipo di pattern atmosferico che l’aveva fatta da padrone negli ultimi 3-4 anni. In parole povere, dobbiamo attenderci un clima primaverile molto variabile e, come avevamo già ipotizzato ad inizio inverno, tutta la stagione in corso dovrebbe far registrare complessivamente delle temperature nella media, come compensazione di periodi più miti, come quello che ci aspetta da quì al 20 circa del mese di marzo, ad altri potenzialmente più freddi, come quello che potremmo avere nell’ultima parte del mese. Questo non significa che arriverà “Burian 2”, ma altro freddo, meno crudo e proveniente più dalle regioni artiche che siberiane! Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, la neve è più facile che cada ad inizio primavera che non in pieno inverno, e quindi fra la fine di marzo e tutto aprile delle occasioni per altre nevicate al piano, al centro-nord, ci potrebbero anche stare, ma con conseguenze diverse rispetto all’evento appena vissuto.

fonte: http://corrierefiorentino.corriere.it/fotogallery/2012/11/lucca/fiume-serchio-piena-2112652714627.shtml

Fonte fotografica: http://corrierefiorentino.corriere.it

Intanto il periodo mite che ci accompagnerà fino all’inizio dell’ultima decade di marzo non sarà monotono, in quanto dovrebbero essere numerose le occasioni per ulteriori precipitazioni atmosferiche, dovute a perturbazioni atlantiche. Questo contribuirà a risolvere del tutto il deficit idrico che ci portiamo dietro dalla scorsa estate. A onor del vero in alcune zone, per lo più del versante Adriatico, le piogge iniziano ad essere fin troppo abbondanti ed i fiumi, complice anche lo scioglimento della neve, minacciano la tracimazione. Con l’allungarsi delle giornate torna la voglia di vedere il sole e di poter progettare passeggiate all’aria aperta. La sensazione è che dovremo adattarci a questa situazione dinamica, con l’auspicio che l’estate poi possa essere stabile, ma non afosa come quella del 2017!

Alessio Genovese

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TORNA IN CONCERTO A FIRENZE LA VOCE DI DONATELLA ALAMPRESE

TORNA IN CONCERTO A FIRENZE LA VOCE DI DONATELLA ALAMPRESE

Al Teatro di Cestello sabato 10 Marzo

 

a cura di Gianni Marucelli

Con un concerto ancora declinato al femminile, il titolo è “Latitudine donna”, torna al Teatro fiorentino del Cestello la cantante potentina, ma toscana di adozione, Donatella Alamprese, che propone uno spettacolo-omaggio a quattro grandi autrici, ed esecutrici, del secolo scorso:

Donatella Alamprese e Marco Giacomini

l’argentina di origini italiane Alfonsina Storni, grande poetessa di cui ricorre quest’anno l’ottantesimo dalla scomparsa, la sua connazionale Mercedes Sosa, la cilena Violeta Parra, cui si deve la notissima “Gracias a la vida”, e, infine, la regina indiscussa del Fado portoghese, la grande Amalia Rodrigues, “a Alma do Fado”.
A supportare la splendida voce di Donatella, la ormai mitica chitarra di Marco Giacomini e la new entry Stefano Macrillò, che sul palco suonerà, oltre che la chitarra, il mandoloncello, il cuetro venezuelano e altri strumenti tipici dell’America latina.
Un concerto, dunque, tutto da gustare, che presenta davvero molti e diversi motivi di interesse, a cui
conviene non mancare!

Teatro di Cestello, a Firenze, Sabato 10 marzo ore 21,00 – prenotazioni 055291609

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