Pillole di meteorologia – Le previsioni per febbraio

A cura di Alessio Genovese

Gentili lettori, ad inizio gennaio avevamo fatto cenno ad un’incognita importante, legata alla possibilità o meno di un rinforzo del vortice polare, così come avvenuto negli ultimi inverni. Tale rinforzo, che avrebbe anche potuto determinare per il nostro paese tempo assai monotono con possibilità di bel tempo o nebbie per inversioni termiche, sarebbe potuto avvenire paradossalmente per un eccessivo raffreddamento della stratosfera, che finisce per rinforzare le correnti zonali, ovvero quelle correnti che provengono dal continente nord americano e attraversando l’Atlantico giungono in Europa. Sono le stesse correnti che talvolta fanno ridurre notevolmente la durata del viaggio degli aerei che dagli Stati Uniti fanno rotta verso l’Europa. Proprio di recente, se non sbaglio, ho sentito che è stato battuto il record di durata di un volo commerciale su tale rotta.

Come abbiamo già ripetuto più volte su questa rubrica, quando le correnti zonali sono molto forti diventa assai difficile che il freddo possa raggiungere il Mediterraneo; questo accade perchè se l’Anticiclone delle Azzorre, esso viene “piallato” lungo i paralleli e finisce per determinare sull’Italia tempo per lo più stabile, proteggendo il bel paese da possibili incursioni fredde. In realtà, quest’anno il rinforzo del vortice polare è avvenuto non nei termini classici, ovvero ha consentito una certa variabilità del tempo durante il mese di gennaio, anche se poi il vero freddo fino ad ora non è riuscito a scendere oltre le Alpi. Abbiamo anche già ribadito, nei precedenti articoli, come il Mediterraneo sia forse una delle zone che più al mondo ha risentito negli ultimi anni dei cambiamenti climatici: però chi scrive vuole far notare come, prima di parlare di trend irreversibile del surriscaldamento climatico, occorra andare a vedere che cosa succede nel resto del pianeta. Durante il mese di gennaio, su parte degli Stati Uniti, si è abbattuta una delle ondate di gelo più importanti della storia moderna, con scenari che hanno ricordato il film di fantascienza ” The day after tomorrow”. E’ ancora vivo nei nostri occhi il ricordo delle immagini delle cascate del Niagara completamente ghiacciate, oppure quanto avvenuto in una città statunitense dove fiumi di acqua che avevano invaso le strade si sono poi congelati provocando un forte disagio.

Fra la fine di gennaio ed i primi di febbraio è prevista, sempre negli Stati Uniti, una nuova importante ondata di gelo. Il gelo ha poi colpito anche il Giappone e la Cina, con la neve che è arrivata pure nella città di Shanghai. All’appello, da molti anni, manca solo l’Europa centro-occidentale, anche se di fatto quest’anno le Alpi stanno facendo il pieno di neve e questo è fondamentale non solo per le provvigioni di acqua, ma anche per la conservazione dei pochi ghiacciai rimasti. Cosa accadrà a febbraio?

Intanto precisiamo subito che i modelli stagionali, ovvero quelli che provano a stilare una previsione sull’andamento delle temperature per i mesi successivi, ad oggi non prevedono alcuna novità sostanziale per l’area geografica del Mediterraneo, per tutti i prossimi 2-3 mesi. Va detto come le previsioni a lungo termine sono ancora piuttosto sperimentali, ma hanno raggiunto oramai un buon grado di attendibilità per il mese successivo a quello dell’emissione. Se, quindi, fossero veritiere le indicazioni per febbraio, difficilmente, per la gioia di chi gradisce il clima più mite, dovremmo avere intense e prolungate ondate di gelo. In realtà, la partita non sembrerebbe essere così scontata, in quanto vi sono alcuni indici climatici che invece propendono per un mese molto movimentato e con la possibilità di frequenti discese di aria fredda. Al momento, quello che appare abbastanza certo è che, dopo le temperature piuttosto elevate di fine gennaio, dai primissimi giorni di febbraio le stesse temperature dovrebbero iniziare a scendere gradualmente, per raggiungere un primo apice del freddo intorno al 5-6 del mese. Difficile, ad oggi, capire quali potrebbero essere gli effetti in termini di precipitazioni; non sono da escludere a priori alcune nevicate fino a quote di medio-bassa collina, soprattutto lungo il versante adriatico ma anche sulle zone interne del centro-sud. Ciò dipenderà da quanto freddo effettivamente raggiungerà l’Italia. Per il proseguo, intorno alla metà del mese ci potrebbe essere la possibilità di una modifica sostanziale dell’assetto del vortice polare, che potrebbe consentire all’Anticiclone delle Azzorre di erigersi lungo i meridiani, richiamando aria fredda verso l’Europa. In sostanza, come sostiene qualche esperto di meteorologia che scrive nei forum, potrebbe avvenire una modifica delle condizioni termodinamiche nel nord Atlantico, che anche per i prossimi anni dovrebbe consentire, sempre più spesso, l’allentamento delle correnti zonali e la possibilità dei cosiddetti “anticicloni di blocco”, che consentirebbero le discese di aria fredda anche verso l’Europa. Contrariamente a quanto prevedono i modelli fisico-matematici, la scommessa è quindi per un febbraio molto dinamico e con possibilità di eventi nevosi fino a bassa quota. Per l’eventuale autocritica si rimanda alla lettura del prossimo articolo fra circa un mese.

Alessio Genovese

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Recensione de “Il bosco” di Fabio Cappelli

A cura di Gianni Marucelli

 

Il Bosco Storia, silvicoltura, evoluzione nel territorio fiorentino Firenze, Olshki editore, 2016 Euro 19,00

 

Con qualche mese di ritardo, e ce ne scusiamo col lettore e con la casa editrice, recensiamo questo bel libro di Fabio Cappelli, che, nel corso della sua lunga vita professionale di esperto Forestale, si è occupato a fondo dei boschi toscani ed è quindi una delle persone più competenti per tracciarne una descrizione accurata.

Cappelli indirizza la sua attenzione prevalentemente alle superfici boscate del comprensorio fiorentino, ma non mancano delle ricognizioni intorno alla Foreste demaniali e alle aree protette delle altre zone della Regione Toscana.

Vengono indagate le varie tipologie boschive, sia nelle loro caratteristiche naturali e quindi negli elementi e fattori climatici, nonché edifici, che hanno contribuito a favorirne lo sviluppo, sia per quanto riguarda i metodi di gestione selvicolturale utilizzati: e ciò in un quadro anche storico, con riferimento ai provvedimenti di legge che hanno determinato l’utilizzo dei boschi, prima da parte del governo Granducale e quindi dello Stato italiano.

Pur nell’accuratezza scientifica usata nel trattare l’argomento, l’autore riesce a rendere il testo leggibilissimo anche da parte del profano, per il quale può costituire una vera e propria introduzione alla conoscenza di un ambiente al quale, per il suo grande calore naturale e storico, è opportuno approcciarsi con il massimo rispetto.

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Giornata della memoria 2018

Il caro amico Carmelo Colelli di Mesagne ci invia il suo contributo grafico per la Giornata della Memoria 2018

Giornata della Memoria 2018

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Lontre alla riscossa

Un articolo di Gianni Marucelli

Ogni tanto, sul fronte della difesa dell’ambiente, capita anche che giungano buone notizie: un paio di giorni fa sia il WWF che Ansa ambiente hanno pubblicato, con un certo risalto, foto e video di alcuni esemplari di lontra ripresi nel Salernitano, più precisamente nell’Oasi WWF di Persano e nell’Oasi WWF delle Grotte di Bussento.

La notizia è di grande interesse perché l’animale in questione, fino a qualche anno fa, era giudicato quasi estinto nel nostro Paese: ovvero, ne rimanevano un centinaio di esemplari ubicati in alcune zone fluviali del sud.

Dalle ultime stime, invece, sembra che la lontra, grazie alla particolare protezione e dell’attenzione di cui gode, soprattutto nelle Oasi del WWF, abbia ora superato la soglia di massima criticità, raggiungendo forse i 600 esemplari, distribuiti in gran parte nel Meridione.

Però, ed è un dato che fa ben sperare, altre lontre, di provenienza austriaca e slovena, hanno varcato il confine e stanno ripopolando alcuni corsi d’acqua nel settentrione d’Italia.

Heubach European Otter.jpg

Pubblico dominio

Se riandiamo indietro nel tempo, ai primi del ‘900 questo simpatico mustelide, che si nutre principalmente di pesci e anfibi e vive in acque pulite, era presente in gran parte del nostro paese.

Poi, la caccia spietata per impadronirsi della pregiata pelliccia e l’inquinamento degli habitat fluviali e lacustri ne hanno via via ridotto il numero.

All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, si poteva già parlare di “specie in via di estinzione”, ma i dati sulla consistenza numerica della lontra erano fortemente dubbi, vista l’elusività di questo animale, assai difficile da osservare, la cui presenza è segnalata più che altro dai resti di prede – pesci o altro – abbandonate sulla riva dei corsi d’acqua o da altre tracce, come le fatte e le orme.

La lontra è un superpredatore, al vertice della catena alimentare, e perciò sensibilissima al degrado ecologico del proprio habitat.

Personalmente, ho un ricordo vivido dei racconti che, qualche decennio fa, gli anziani facevano circa la presenza, ai tempi della loro gioventù, delle lontre sui torrenti che scendono in Mugello e in Casentino dall’Appennino tosco-romagnolo. Talora venivano uccise, a bastonate, perché predavano le trote dalle pescaie che si trovavano presso i mulini, fonte di sostentamento per le genti di montagna. Così, non si sciupavano le pelli, che potevano essere rivendute tranquillamente.

In Toscana, qualche lontra sopravviveva ancora, negli anni Sessanta e Settanta, nelle zone selvagge, perché assai poco frequentate, della Maremma, in particolare le valli dei Fiumi Farma e Merse.

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Di Bernard-Boehne – Opera propria, CC BY-SA 3.0, Collegamento

 

Però, durante le mie escursioni giovanili, nonostante vi prestassi attenzione, non ho mai scorto elementi che mi potessero suggerire la presenza di questo piccolo predatore.

Così, le notizie giunte nei giorni scorsi mi sono particolarmente gradite: chissà che un giorno non possa osservare i giochi delle lontre nelle limpide acque di un fiume, senza dovermi trasferire in altri paesi europei, dove, per fortuna, questo animale è ancora ben presente!

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Il nostro amico e collaboratore Carmelo Colelli vincitore del Premio “Di colori e di pensieri”

Carmelo Colelli

Il 19 dicembre 2017 nella sala del Museo Civico di Gravina in Puglia il nostro caro amico e collaboratore Carmelo Colelli si è tolto una grandissima soddisfazione. È stato insignito, classificandosi al primo posto, del Premio letterario di Poesia e Racconti “Di Colori e di Pensieri”. Carmelo ha partecipato a questa prima edizione del premio con un suo racconto in lingua mesagnese (con traduzione in lingua italiana) “La valici ti cartoni ttaccata cu llu spacu” (La valigia di cartone legata con lo spago che la nostra rivista, “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” aveva già pubblicato on line qualche tempo fa.

Locandina del premio letterario di Poesia e Racconti “Di Colori e di Pensieri”

Il premio è stato indetto dal Dipartimento di Salute Mentale diretto da Domenico Semisa (Centro Salute Mentale di Gravina in Puglia – Area 2 – ASL Bari). Il presidente del Premio è la Dottoressa Maria Pina Santoro.

I componenti della Giuria della prima edizione del premio letterario, presieduta dal Dottor Nicola Di Matteo, erano Carmen Squeo, Gheti Valente, Mirella Musicco, Maria Giovanna Viggiano, Francesco Maria Viti, Maurizio Cimino. Ulteriori componenti saranno resi noti nel corso dello svolgimento del premio.

Il Premio “Di Colori e di Pensieri” ha visto la partecipazione di candidati di qualsiasi nazionalità a partire dai quattordici anni di età ed è stato suddiviso in due sezioni. La Sezione A riguarda la poesia o il racconto breve sia editi sia inediti. Hanno partecipato alla sezione A, con una sola opera di poesia o racconto a tema libero, a questa sezione tutti gli assistiti dei Centri di Salute Mentale e/o di Associazioni che operano nel campo della disabilità ubicati sul territorio nazionale.

La Sezione B riguarda la poesia o racconto breve, editi o inediti. Hanno partecipato a questa sezione gli operatori dei Centri di Salute mentale (CSM), di Associazioni che operano nel campo della disabilità, gli studenti universitari delle facoltà di Filosofia, Psicologia, Medicina e Chirurgia con indirizzo in Neuropsichiatria e gli studenti degli Istituti di Istruzione Secondaria Superiore e quanti sensibili alle tematiche sulle diverse abilità.

Il comitato di redazione de “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”, felici del primo premio conferito all’amico e collaboratore Carmelo Colelli, ripropone il racconto vincitore sulle pagine del sito della rivista e sulle pagine del numero di febbraio 2018 dello scaricabile in PDF della rivista stessa. Inoltre, il direttore Gianni Marucelli, il coordinatore di redazione Alberto Pestelli e il gruppo del comitato di redazione, ringraziano Carmelo per aver permesso la pubblicazione su carta del suo racconto nella prossima antologia della nostra rivista dal titolo “Econarrando – Econovelle per l’ambiente” e per l’utilizzo delle immagini di sua proprietà.

Alberto Pestelli

 

La valici ti cartoni ttaccata cu llu spacu

(in Mesagnese)

Mi sembra quasi ca fo ieri e, puru, annu passati cinquantanni, ti quandu passau Cocu, lu figghiu ti lu nunnu Rafeli, ti ‘nnanzi allu Sitili, e n’amicu sua ‘nci dummandau:

“Uè Cò! Quandu a partìri?”

Cocu ‘nci rispundiu:

“Crai toppu mangiari, pigghiamu lu trenu ti li quattru e menza, e poi ti Brindisi, lu pigghiamu alli ottu ti sera.

CASTELLO-MESAGNE

Simu parecchi ti Misciagni, stai ‘Ntognu, Francu, Carmelu, zziuma Vittoriu cu li to fili, stai Benito cu la mugghieri, ‘Ntunucciu cu llu frati la soru e lla canata e poi stannu tanti atri cristiani ca no canoscu.”

A cuddu tiempu, tanti cristiani ti Misciagni e puru ti atri paisi vicini, si nni sciunu alla Svizzara, alla Germania, alla Francia, allu Belgiu, a Turinu, a Milanu o, addirittura, all’Ameraca.

Si nni sciunu pi circari furtuna, pi truvari la fatia ca allu paisi nuestru non ci n’era, si nni sciunu pi guadagnari ‘nu picca ti sordi, pi putiri mantiniri la mugghieri e li fili piccinni rumasti allu paesi.

La spiranza loru era quedda ca erana a ccucchiari li sordi pi putiri poi ccattari nu lottu e fabbricari la casa.

VIA ALBRICCI-CENTRO STORICO-MESAGNE

N’tra lli casi ti tutti sti cristiani, ca allu crai erana a partiri, si sta faciunu li preparativi pi lla partenza e puru la nunna Tetta, la mamma ti Cocu, sta priparava li cosi ca Cocu sua s’era ppurtari.

La nunna Tetta, s’era azata prestu cu pripara li rrobbi, nc’era scapati li chiù megghiu ca tinia, nci l’era lavati e stirati, e senza cu dici nienti a nisciunu n’ci l’era ‘mprufumati cu li lacrimi sua.

Cocu sua era asciri alla Germania, era asciri pirceni ddani lu sta spittava l’attani, lu nunnu Rafeli ca si n’era sciutu sei misi prima ‘nziemi all’atru figghiu e nc’era acchiata la fatia.

‘Ntra la valici, bedda grandi di cartoni, nc’era misi li magli ti lana, quiddi ca edda nc’era fattu cu lli mani sua cu lli fierri e cu la lana bbona, quedda ccattata allu marcatu, li corfi sempri ti lana culurata e sempri fatti cu lli mani sua, fazzuletti, camisi, mutandi, cannuttieri e quazetti, sei pari ccattati allu marcatu e sei pari fatti a manu cu lli fierri pi lli quazetti.

Uè Cò! Tissi la nunna Tetta, viti ca quani ti costi alli cannuttieri agghiù misu puru sei pari ti mutandi, ttreti pì frauta Rubbertu e ttretì pi sierda, mi raccumandu!

La nunna Tetta parlava e spittava ca Cocu sua nc’era a rrispondiri, vulia ssenti ancora la voci ti lu figghiù sua, lu figghiu cchiù piccinnù, ma Cocu rispundia ogni tantu o no rrispundia propriu.

Cocu tinia la capu sua a n’atra vanda, li paroli ti mammasa Tetta no lli sta mancu sintia, sta pinzava a Rosetta sua ca mo l’era llasari sola a Misciagni e iddu era sciri tantu luntanu, era sciri nfinu alla Germania, ca non sapia mancu ddo era.

La sciurnata si nni stà scia, anzi si n’era sciuta, s’era fattu scuru, Cocu e Rosetta, all’angulu cretu casa ti Rosetta, staunu ‘mbrazzati, e si ticiunu li cosi chiù belli, sobbra ti loro quedda sera nc’era la luna ca li sta vuardava.

Cu nna voce fina fina quasi ti chiantu, Rosetta tissi a Cocu:

“Cocu mi ti vogghiù beni, assai ti nni vogghiù, lu sacciù ca ti nn’asciri alla Germania, ca aggia rrumaniri sola qquani, ma tuni portimi sempri ‘ntra lu cori tua comu iu ti tegnu sempre ‘ntra lu mia”, to lacrimi crandi crandi, scindera ti li uecchi sua.

Cocu, toppu ca n’cera tatu l’urtumu baggiu, la salutau e si nni sciu.

Mentri caminava versu casa sua, pinzava alli paroli ca Rosetta n’cera dittu, e sulu sulu si mesi a chiangiri, e ‘ntra na lacrama e nu pinzieri a Rosetta, rrivvau a casa sua.

La nunna Tetta ca no s’era firmata n’attumu pi tuttu lu ggiurnu, priparau la taula pi mangiari e quedda sera mesi n’taula li cosi cchiù megghiù e chhiù sapuriti ca tinia, pircè vulia ca lu figghiù sua s’era a ppurtari l’ardori e lu sapori ti casa sua.

La notti la nunna Tetta no chiutiu uecchi, pinzava allu maritu sua luntanu, allu figghiu Rubbertu puru iddu luntanu e pinzava a Cocù sua ca ‘ntra n’atru picca puru iddu si n’era sciri.

Vulia cu no passava prestu prestu quedda notti ma ‘ntra nu pinzieri e l’atru veddi tra li carassatori ti la finestra ca sta ‘ncuminzava a llucèsciri, s’azau zitta zitta, e senza cu faci mancu ‘nu rumore si nni sciu ‘ntra la cucina e ccuminzau a mindruddare.

Pigghiau la farina, e preparau la pasta pi lu pani, feci tre belli pagnotti li sistimau ‘ntra li sarvietti pi lu pani e li mesi a cresciri, allu chiù tardu l’era ppurtari allu furnu.

PIAZZA IV NOVEMBRE-LA CHIESA MATRICE-MESAGNE

Lassau nu picca ti pasta ti lu pani e cu quedda feci li fucazzeddi, pi Cocu sua, ca sapia ca n’ci piaciunu assai.

Cocu si azau, si llavau e si mangiau li fucazzeddi, li simbrarunu chiù bbueni ti tutti l’atri voti ca mammasa n’ci l’era fatti.

Uè ma sta essù! critau ti vicinu alla porta e la nunna Tetta n’ci rrispundiu “no tardari ca sai ca a ma ggiustari li cosi ca ta ppurtari”.

Lu tiempu cuddu ggiurnu vulau, lu pani era ssutu ti lu furnu e menzatia era sunata.

La nunna Tetta pigghiau lu pani, lu tagghiau a stuezzi, ni llivau la muddica e ci mesi intra li cosi ca sapia ca chiù n’ci piaciunu a figghiusa Cocu.

‘Ntra nu fagottu ti pezza, sistimau li cosi ti mangiari, n’ci mesi intra puru li marangi e li mandirini ca era sa qqueti ti ‘ntra lu sciardino di nunna Maria, e li cosi tuci ti Natali ca era avuti rricalati ti cummarasa Rachela, poi sistimau puru ‘na bbuttiglia ti vinu, quedda ca n’cera ‘nnutta frausa Vituccio e chiutiu tuttu ‘ntra nu suspiru e l’atru.

Lu tiempu passau e rrivaruno li ttreti ti lu toppumangiari, Cocu cu la valici ti cartoni, ttaccata cu lu spacu, e mammasa cu llu fagottu ‘mmanu si nni scera alla stazioni.

Sobbra allu mmarciapidi vicinu alli binari, nc’erunu tanti cristiani, cristiani ca erana a partiri e cristiani ca staunu ddani pi salutari quiddi ca erana a partiri.

Staunu li mammi, li mugghieri, li fili, li parienti, n’ci stava puru Rosetta, era vinuta pi salutari Cocu sua.

Staunu tutti zitti zitti o parlaunu chianu chianu ‘ntra loru, simbrava na funzioni riligiosa, simbrava ca sta diciunu li prighieri.

‘Nterra tanti e tanti valici ti cartoni ttaccati cu llu spacu.

‘Ntra lu cori, ti tutti quiddi ca sta partiunu, la spiranza di fari furtuna e ‘na spiranza ancora chiù grandi, quedda ti turnari a Misciagni.

‘Ntra lu cori di Cocu la speranza ti turnari, e spusari Rosetta.

‘Nu fischiù ti trenu ti luntano, tutti vutara la capu versu Latianu, lu trenu oramai era rrivatu.

PIAZZA IV NOVEMBRE-LU SITILI-MESAGNE

‘Nnchianarunu tutti, li valici ti cartoni si li passarunu ti li finistrini pi ffari prima, si sintiu lu fiscu ti lu capu stazioni e lu trenu chianu chianu ccuminzau a partiri, si vitiunu tantii razzi ca sultaunu, tanti carosi ca chiangiunu e lu trenu sempri chiù luntanu.

Annu passati cinquantanni ti cuddu giurnu, la nunna Tetta e lu maritu sua, lu nunnu Rafeli, ormai sontu to vicchiarieddi, tenunu cchiui di novantanni e vivunu cu Cocu e cu Rosetta, ‘ntra la casa ca Cocu si feci quandu, toppu tanti anni, turnau ti la Germania.

Sta storia eti dedicata a tutti li cristiani ca nnu sciuto alla Germania, alla Svizzera, allu Belgio, alla Francia, all’Ameraca, a Turinu, a Milanu o all’atri cittati, a tutti quiddi ca non annu mai lassatu Misciagni e annu spittatu quiddi ca erunu partuti, eti puru dedicata a tutti quiddi ca si n’annu sciuti e vivunu a nn’atra cittati, ma tenunu sempri ‘ntra lu cori loru la nostra Misciagni!

Uè Cò!

quandu a partìri?

Crai toppu mangiari, pigghiamu l’aereo ti Brindisi …..

….. toppu cinquant’anni, la storia si rripete pi llu stessu mutivu ti cinquantann’aggretu.

A tutti Bona Furtuna!

Carmelo Colelli

PORTA GRANDE-MESAGNE

 

La valigia di cartone legata con lo spago

(in Italiano)

Sembra ieri e, invece, sono passati cinquant’anni da quando passò Cosimo, il figlio del signor Raffaele, dalla piazza del Sedile, e un suo amico gli domando:

“Ehi Cosimo! Quando devi partire?”

Cosimo gli rispose:

“Domani dopo pranzo, prendiamo il treno delle quattro e mezza, poi da Brindisi, quello delle otto di sera.

Siamo in molti da Mesagne, c’è Antonio, Franco, Carmelo, mio zio Vittorio con i suoi due figli, c’è Benito con la moglie, Antonuccio col fratello, la sorella e la cognata, ci sono tante altre persone che non conosco.”

Tanti anni fa, molte persone di Mesagne e di altri paesi vicini, partivano per la Svizzera, la Germania, la Francia, il Belgio, per Torino, Milano o, addirittura, per l’America.

Andavano via dal loro paese per cercare fortuna, per cercare lavoro che in paese non c’era, andavano via per guadagnare un po’ di soldi, sarebbero serviti a mantenere la moglie e figli piccoli rimasti in paese.

La loro speranza era di poter lavorare e accumulare i soldi per poter comperare un suolo e fabbricare la loro casa.

Nelle case di coloro che dovevano partire, si approntavano i preparativi per la partenza, anche la signora Antonietta, la mamma di Cosimo era intenta a preparare i bagagli per il figlio.

La signora Antonietta, si era alzata di buon mattino per preparagli i vestiti e la biancheria, aveva scelto i migliori che aveva, li aveva lavati e stirati, e senza farsene accorgere li aveva profumati con una sua lacrima.

Il suo Cosimo doveva partire per la Germania, doveva raggiungere il padre, il signor Raffaele che era partito sei mesi prima insieme all’altro figlio e gli aveva trovato il lavoro.

Nella valigia, bella grande di cartone, gli aveva messo le maglie intime di lana, quelle che aveva confezionato lei a mano con i ferri e la lana buona, comperata al mercato, i maglioni di lana colorata, anche questi confezionati da lei a mano, fazzoletti, camice, mutande, canottiere e calzini, sei paia comperate al mercato e sei paia fatti a mano con i ferri per i calzini.

“Ehi Cò!” – disse la signora Antonietta – “vedi che qui accanto alle canottiere ho messo sei paia di mutande, tre per tuo fratello Roberto e tre per tuo padre, mi raccomando!”

La signora Antonietta parlava e aspettava che il suo Cosimo le rispondesse, voleva sentire ancora la voce di suo figlio, il figlio più piccolo, ma Cosimo o rispondeva ogni tanto o non rispondeva per niente.

Cosimo aveva la testa da tutt’altra parte, le parole di sua madre Antonietta non le stava nemmeno ascoltando, era intento a pensare alla sua Rosetta che avrebbe dovuto lasciare sola a Mesagne e lui doveva andare tanto lontano, doveva andare in Germania e non sapeva neanche dove fosse.

Il giorno stava trascorrendo velocemente, anzi era già pomeriggio inoltrato, cominciava ad imbrunire, Cosimo e Rosetta, dietro la casa di Rosetta, erano abbracciati, e si dicevano le cose più belle, c’era la luna che li guardava.

Con una voce sottilissima quasi di pianto, Rosetta disse a Cosimo:

“Cosimo mio ti voglio bene, te ne voglio tanto, lo so che devi andare in Germania, che dovrò rimanere qui da sola, ma tu portami con te nel tuo cuore per sempre così come io ti tengo sempre nel mio”, due grandi lacrime scesero dai suo occhi.

Cosimo, dopo averle dato l’ultimo bacio, la salutò e andò via.

Mentre tornava verso casa, pensava alle parole che aveva detto il suo amore e cominciò a piangere, e tra una lacrima ed un pensiero a Rosetta giunse a casa sua.

La signora Antonietta, non si era fermata un attimo quel giorno, preparò la tavola per la cena mise in tavola le cose migliori che aveva, voleva che suo figlio si portasse l’odore ed il sapore di casa sua.

Quella notte, la signora Antonietta non dormì, pensava al marito lontano, al figlio Roberto e pensava a Cosimo che tra poche ore sarebbe andato via.

Avrebbe desiderato che quella notte non passasse in fretta ma tra un pensiero e l’altro vide tra le fessure della finestra le prime luci dell’alba, si alzò in silenzio e senza fare nessun rumore se ne andò nella cucina e cominciò a trafficare.

Prese la farina e preparò l’impasto per il pane, fece tre belle pagnotte le sistemò nei tovaglioli e le mise a lievitare, più tardi le avrebbe portate al forno.

Lasciò un po’ di impasto del pane e con quello fece le focaccine, per il suo Cosimo, sapeva che gli piacevamo molto.

Cosimo si alzò, dopo essersi lavato fece colazione con le focaccine, gli sembrarono più saporite delle altre volte.

“Mamma sto uscendo!” – gridò – vicino alla porta e la signora Antonietta gli rispose:

“non fare tardi che dobbiamo sistemare le cose che devi portare con te”.

Quel giorno il tempo volò, il pane era stato già sfornato e l’orologio aveva già suonato il mezzogiorno.

La signora Antonietta prese la pagnotta del pane, la tagliò a pezzi, tolse la mollica e la riempì con il companatico preferito dal ragazzo.

In un fagotto di stoffa, sistemò tutte le cose da mangiare, aggiunse arance e mandarini, quelli che aveva raccolto lei stessa dal giardino della signora Maria e i dolcetti di Natale che aveva avuto in regalo dalla commare Rachele, infine sistemò una bottiglia di vino, quella che gli aveva portato suo fratello Vito e tra un sospiro e l’altro chiuse il fagotto.

Il tempo passò velocemente e arrivarono le tre del pomeriggio, Cosimo con la valigia di cartone, legata con lo spago e sua madre con il fagotto in mano si avviarono verso la stazione.

Sul marciapiede vicino ai binari, vi erano tante persone: madri, mogli, figli, parenti, c’era anche Rosetta, era venuta per salutare il suo Cosimo.

Stavano tutti zitti-zitti o parlavano piano-piano tra di loro, sembrava una funzione religiosa, sembravano stessero pregando.

Per terra tantissime valige di cartone legate con lo spago.

Nel cuore, di tutti coloro pronti a partire, la speranza di avere fortuna ed una speranza ancora più grande, quella di tornare a Mesagne.

Nel cuore di Cosimo la speranza di tornare e sposare la sua Rosetta.

Il fischio del treno da lontano, tutti voltarono lo sguardo verso Latiano, il treno ormai era arrivato.

Salirono tutti, le valige di cartone le passarono dai finestrini per fare prima, si senti il fischio del capostazione e il treno iniziò a partire, si vedevano braccia che salutavano, tante ragazze che piangevano e il treno sempre più lontano.

Sono passati cinquant’anni da quel giorno, la signora Antonietta e suo marito, il signor Raffaele, ormai sono anziani, hanno più di novant’anni e vivono insieme a Cosimo e Rosetta, nella casa che Cosimo costruì quando, dopo tanti anni, tornò dalla Germania.

Questa storia è dedicata a tutte le persone che sono andate in Germania, Svizzera, Belgio, Francia, America, a Torino, Milano o in altre città, a tutti coloro che non hanno mai lasciato Mesagne ed hanno aspettato coloro che erano partiti, è anche dedicata a tutti coloro che sono andati via e che pur vivendo in altre città portano sempre nel cuore la nostra Mesagne.

“Ehi Cosimo! Quando devi partire?”

Domani pomeriggio, prendiamo l’aereo da Brindisi …..

….. dopo cinquanta anni, la storia si ripete per lo stesso motivo di cinquanta anni fa.

A tutti Buona Fortuna!

Carmelo Colelli

 

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SOPRAVVIVREMMO ALLA SESTA ESTINZIONE DI MASSA?

Un articolo di Carlo Menzinger di Preussenthal

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Di Dragons flight at the English language Wikipedia, CC BY-SA 3.0, Collegamento

 

È vero che è già iniziata una grande estinzione di massa che sta portando alla scomparsa di elevate percentuali delle specie viventi sul nostro pianeta?

È vero che la causa di questo disastro è l’attività dell’uomo? Potremo sopravvivere alla Sesta Estinzione di Massa?

Le estinzioni di massa sono fenomeni che hanno interessato il nostro pianeta anche prima della comparsa dell’uomo. Per cinque volte la Terra e la Vita sono sopravvissute, pur attraverso grandi cambiamenti. Se è vero che è iniziata la Sesta Estinzione di Massa, possiamo, se non altro cominciare a ragionarne con un pizzico di “ottimismo”: magari l’umanità scomparirà dal pianeta, ma non è detto che questo si riduca per sempre a un deserto desolato. Non vi sembra molto ottimistico. Bene. Allora è tempo di ragionare su quali scenari si stiano prospettando, perché ce ne potrebbero essere anche di peggiori. Per quel che posso, nel seguente articolo, vorrei cominciare una riflessione che altri più autorevoli e qualificati di me spero possano riprendere e approfondire.

Le estinzioni di massa sono anche dette “transizioni biotiche” e sono periodi geologicamente brevi durante i quali si assiste a un massiccio sovvertimento dell’ecosistema terrestre, con scomparsa di un grande numero di specie viventi e, sinora, sopravvivenza di altre che divengono dominanti.

È chiaro a tutti che cosa intendiamo con “specie”?

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Di University of Konstanz – Meyer A. (2005). “On the Importance of Being Ernst Mayr”. PLoS Biology 3 (5): e152. DOI:10.1371/journal.pbio.0030152., CC BY 2.5, Collegamento

Che cosa vuol dire che una specie si sta estinguendo? Il concetto di specie è alla base della classificazione degli organismi viventi, trattandosi del livello tassonomico obbligatorio gerarchicamente più basso. Secondo Mayr (1983): «Una specie è una comunità riproduttiva di popolazioni, riproduttivamente isolata dalle altre, che in natura occupa una nicchia specifica». Le specie sono poi raggruppate in generi e i generi in famiglie. I raggruppamenti successivi sono: ordini, classi, phylum, regno e dominio.

Per intenderci, noi siamo la specie Homo Sapiens, unico rappresentante vivente del genere Homo, appartenente all’ordine degli ominidi, che fa parte della famiglia dei primati (assieme a scimpanzé, gorilla e altri). Quando si dice che una specie si è estinta, credo sia utile immaginare che quella specie potrebbe essere la nostra e che quindi sia come dire che tutti gli esseri umani siano spariti. Forse parlare della fine dell’homo sapiens fa più effetto che dire che i dodo si sono estinti.

Per individuare una transizione biotica, occorre valutare il tasso di estinzione, che è dato dal numero di famiglie biologiche di invertebrati e vertebrati estinte in ogni milione di anni.

Nella vita del pianeta si stima che tale tasso sia di solito intorno a 2-5 famiglie. Fanno eccezione cinque grandi picchi di estinzione, definiti appunto “estinzione di massa”. Alcuni studiosi sostengono che sia in corso la sesta.

In epoca preistorica si estinguevano tra 100 e 1.000 specie di mammiferi ogni millennio. I mammiferi estinti in epoca storica sono stati circa 90.000 per millennio. Le stime per il futuro sono di tassi di estinzione (per tutte le specie) tra i 1 milione e i 12 milioni per millennio (ovvero da grande Estinzione di Massa).

Con la Prima Estinzione di Massa, circa 450 milioni di anni fa, si stima che scomparve circa l’85% delle specie allora esistenti. Con la Seconda, 375 milioni di anni fa, l’82%. Con La Terza, 250 milioni di anni fa, il 96% delle specie marine e il 50% delle famiglie animali. Con la Quarta, 200 milioni di anni fa, si estinse il 76% delle specie viventi.

Infine, con la Quinta, 65 milioni di anni fa, scomparve il 75% delle specie viventi, compresi i dinosauri.

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Di Julian Fong – Carnatosaurus Uploaded by FunkMonk, CC BY-SA 2.0, Collegamento

Ogni transizione biotica determina una drammatica e drastica perdita di biodiversità (che rende la vita sul pianeta ancor più vulnerabile). Per ritornare al livello di biodiversità del passato sono serviti sempre parecchi milioni di anni. Se è vero che, in passato, la vita ha sempre prevalso, la strada è stata lunga. Davvero lunga. Gli ominidi, per esempio, si sono separati dagli scimpanzé circa 4-6 milioni di anni fa. Il primo Homo compare 2 milioni di anni fa. L’Homo sapiens circa 200.000 anni fa. Sembra che in media, ogni specie di vertebrati dia origine a una nuova specie una volta ogni 10 milioni di anni. Distruggere una specie può essere questione di pochi anni, ricrearne una nuova è tutt’altra questione.

Alcuni ricercatori sostengono che le estinzioni possono essere sostenute dagli ecosistemi fino ad un certo punto, poi si ha il collasso senza possibilità di ritorno, anche se per ogni ecosistema non si conosce quale sia il punto di non ritorno. “Quel che è certo – dice Stuart Pimm della Duke University a Durham (che ha sostenuto nel 2014 una stima del tasso di estinzione pari a 1.000 volte quello naturale) – è che le estinzioni ad un tasso 1.000 volte superiore a quello naturale non possono essere sostenute a lungo da tutti gli ecosistemi noti”.

Ancora non abbiamo tassi di estinzione storici tali da dire che la Sesta Estinzione di Massa sia davvero iniziata, ma non mancano analisi che indicano che questa sia la direzione che stiamo prendendo.

Due studi inglesi del 2004, per esempio, sembrerebbero supportare l’ipotesi dell’avvio della Sesta Estinzione di Massa. La differenza rispetto alle precedenti transizioni è che questa volta la colpa sarebbe di una specie animale: l’homo sapiens. Noi.

La sesta estinzione – Fonte della fotografia: https://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/106/verso-sesta-estinzione-massa/

Jeremy Thomas, direttore del centro per l’ecologia di Dorset in Inghilterra, che ha condotto uno di questi studi, ha analizzato le informazioni relative a uccelli, piante e farfalle inglesi degli ultimi 40 anni, raccolte attraverso i dati di oltre 20.000 naturalisti. Da quest’analisi emergerebbe che il 71% delle specie di farfalle sono drasticamente diminuite negli ultimi 20 anni. Lo stesso è avvenuto per il 54% degli uccelli e il 28% delle piante studiate. Due specie di farfalle e sei di uccelli si sarebbero completamente estinti. Chi come me ha superato la cinquantina forse ricorderà, anche da noi in Italia, quante farfalle c’erano quando eravamo bambini. Dove sono finite?

Secondo Thomas, il declino della popolazione è uniforme in tutta l’Inghilterra e sembrerebbe causato dalla perdita di un habitat in cui non interagiscano l’attività dell’uomo e, in particolare, l’inquinamento.

Secondo l’altro studio, l’inquinamento da azoto starebbe provocando la riduzione del numero di specie. Il suolo inglese (e quello dell’Europa centrale) ricevono una media di 17 chilogrammi di composti d’azoto per ettaro all’anno. Troppi per i ricercatori che mettono in guardia: potrebbero uccidere il 20% delle specie di piante erbose.

Avete mai sentito parlare delle “zone morte” dell’Oceano? Sono quelle in cui manca l’ossigeno. Sono determinate dal nostro impiego di fertilizzanti, visto che l’azoto usato nei campi finisce nei fiumi e da lì in mare.

Secondo uno studio pubblicato nel 2015 su Science Advances e riportato da National Geographic, l’attuale tasso di estinzione sarebbe di circa 100 volte più elevato del normale (ma come vedremo ci sono stime assai più pessimistiche). E questo tenendo conto solamente di quel tipo di specie che conosciamo bene. Gli oceani e le foreste ospitano un numero inimmaginabile di altre specie, molte delle quali probabilmente scompariranno prima ancora di essere state descritte.

Copertina del libro di Elizabeh Kolbert “La sesta estinzione”

Secondo Elizabeth Kolbert, autrice del saggio “La sesta estinzione”, almeno i tre quarti delle specie animali potrebbero essere estinte nel giro di poche generazioni umane. Secondo quanto riporta la Kolbert, già nel 1500 il tasso di estinzione era molto elevato e nel tempo non ha fatto che peggiorare. Per la studiosa sarebbe sicuro che “viviamo in un momento storico in cui il tasso di estinzione è estremamente elevato, proprio nell’ordine in cui si verifica una perdita di specie in un’estinzione di massa”.

Parrebbe incontrovertibile che davvero pochissime estinzioni dell’ultimo secolo (forse nessuna) si sarebbero verificare in assenza di attività umane. Insomma, finora la causa delle estinzioni siamo noi.

La Kolbert individua così le cause di questa perdita di biodiversità: “Abbiamo cacciato, abbiamo importato specie invasive e ora stiamo modificando il clima molto, molto rapidamente se ci si basa su standard geologici. Inoltre abbiamo cambiato la chimica di tutti gli oceani e plasmato a nostro piacimento la superficie del pianeta. Tagliamo foreste e insistiamo con la monocoltura, nociva per molte specie. Peschiamo selvaggiamente. La lista potrebbe continuare all’infinito.”

La Kolbert si chiede, e noi con lei, se possano oltre 7 miliardi di persone (che presto saranno otto e poi nove) convivere su questo pianeta con tutte le specie che lo abitano ora.

Anche secondo un gruppo di ricercatori del MIT di Boston, sarebbe già iniziata la lenta scomparsa di specie animali e vegetali e la scadenza per la Sesta Estinzione di Massa sarebbe il 2100. Le cause individuate sarebbero principalmente l’inquinamento e le emissioni di CO2 nocive per l’ambiente.

Lo studio, pubblicato sulla rivista “Science Advances” e condotto presso il Lorenz Center del MIT, è basato su modelli matematici: gli studiosi hanno preso in esame le cinque precedenti estinzioni. Il professor Daniel Rothman, che co-dirige il Centro, ha ipotizzato che le alterazioni nel ciclo naturale del carbonio nell’atmosfera, negli oceani, nella vita di piante e animali abbiano giocato un ruolo determinante nella scomparsa massiccia delle varie forme viventi.

Il professor Rothman ha riscontrato che quattro su cinque delle estinzioni di massa passate si sono avute quando le emissioni di CO2 nell’atmosfera hanno superato una certa soglia.

In realtà le ipotesi sulle cause delle precedenti Estinzioni di Massa sono le più disparate, anche se questo potrebbe essere vero, in particolare, per la Terza grande estinzione, del permiano-triassico (250 milioni di anni fa): a seguito di un periodo di intenso vulcanismo, la percentuale di anidride carbonica presente in atmosfera potrebbe essere aumentata oltre un valore limite stimato in 1.000 ppm. In conseguenza di ciò, il chemioclino (zona di equilibrio tra acque sature d’acido e ricche d’ossigeno) avrebbe lambito la superficie oceanica, rendendo di fatto anossico (privo di ossigeno) il mare e liberando tremende bolle di gas venefico su tutto il pianeta. Il gas avrebbe avuto in seguito effetti deleteri anche sullo scudo dell’ozono.

Al termine del Triassico (200 milioni di anni fa), la temperatura salì di circa 5 gradi Celsius. Tra le cause proposte per spiegare questa Quarta estinzione, oltre a impatti di corpi extraterrestri, ricordiamo variazioni climatiche verso una crescente aridità, variazioni del livello del mare e diffusa anossia dei fondi marini a causa della divisione di Pangea o, con l’ultima ipotesi in ordine di tempo, rilascio di grandi quantità di metano dal fondo degli oceani, come suggerirebbe una recente ricerca sviluppata da Antony Cohen e colleghi della Open University.

La causa della Quinta Estinzione rimase un mistero a cui si diedero le spiegazioni più diverse e assurde, finché, nel 1980, il premio Nobel per la fisica Luis Alvarez, suo figlio Walter e Frank Asaro misurarono in alcuni livelli geologici risalenti al limite K-T (abbreviazione per Cretaceo-Terziario), campionati vicino a Gubbio, la presenza di una concentrazione insolita di iridio, un elemento chimico piuttosto raro sulla Terra, ma comune nelle meteoriti. Si avanzò pertanto l’ipotesi che l’estinzione di massa fosse stata provocata dall’urto con un meteorite.

Le specie, di solito, non scompaiono all’improvviso. Ci sono dei segnali che ne annunciano la fine, innanzitutto la riduzione della numerosità della sua popolazione. I segnali in tal senso, purtroppo, sono molteplici.

Secondo una ricerca sulla rivista scientifica Pnas e condotto da tre biologi dell’università di Stanford, il numero di animali che ci circonda in poco più di un secolo (dal 1900 al 2015) si sarebbe dimezzato.

I ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati. A cui hanno aggiunto i dati dettagliati di un campione di 177 esemplari di mammiferi, ben studiati, dal 1900 al 2015. Utilizzando la riduzione dei luoghi in cui si possono trovare questi animali sono arrivati alla conclusione che “il calo demografico è estremamente alto, anche nelle specie considerate a basso rischio”. In particolare, i risultati mostrano che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni sia di distribuzione geografica. Dei 177 mammiferi presi in considerazione, tutti hanno perso almeno il 30% delle loro aeree di residenza, mentre oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%.

Il fenomeno del depauperamento progressivo di popolazione e areali dei vertebrati viene descritto dagli autori come un “annichilimento biologico” e conferma il possibile avvio della Sesta Estinzione di Massa della storia della Terra.

Secondo quanto riportato sulla rivista “Le scienze”, sotto accusa sono la perdita di habitat, la diffusione di organismi invasivi, l’inquinamento, la dispersione di sostanze tossiche e il cambiamento climatico.

Secondo i dati raccolti dal Wwf nel mondo le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili si sono ridotte del 58% tra il 1970 e il 2012 ed entro il 2020 la popolazione globale di specie animali e vegetali potrebbe crollare del 67%. Un importante indicatore delle condizioni ecologiche del pianeta è, infatti, l’Indice del pianeta vivente (Living Planet Index) che misura lo stato della biodiversità attraverso i dati sulle popolazioni di varie specie di vertebrati. L’indice si basa su dati scientifici ottenuti da 14.152 popolazioni monitorate di 3.706 specie di vertebrati (mammiferi, uccelli, pesci, anfibi, rettili) provenienti da tutto il mondo. “Dal 1970 al 2012 – rileva il report – questo indice mostra un calo complessivo del 58% dell’abbondanza delle popolazioni dei vertebrati”. I dati, inoltre, mostrano un calo annuo del 2% e non vi è ancora alcun segno che questo tasso possa diminuire. Negli ultimi 4 decenni le popolazioni terrestri sono diminuite complessivamente del 38%, le specie di acqua dolce dell’81%, mentre l’indice ‘marino’ delle specie mostra per lo stesso periodo un calo complessivo del 36%. Sia chiaro che qui parliamo della numerosità degli individui che compongono le specie, non della riduzione del numero delle specie. Più, però, una popolazione animale o vegetale si riduce, più diventa a rischio di estinzione.

Lista Rossa IUCN (in inglese: IUCN Red List of Threatened Species, IUCN Red List o Red Data List) è stata istituita nel 1948 e rappresenta il più ampio database di informazioni sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali di tutto il globo terrestre. I dati tecnici e scientifici sono raccolti e analizzati da una grande quantità di esperti (circa 7.500 in tutto il mondo), generalmente scienziati o esperti nei vari ambiti della zoologia, della botanica o altre discipline affini. La Lista Rossa del 2006, valutava 40.168 specie complessivamente. Delle specie valutate nel complesso, 16.118 sono risultate minacciate: di esse 7.725 erano animali, 8.390 erano piante e 3 erano funghi e licheni. Questa lista riportava anche le 784 estinzioni di specie registrate dal “CE 1500”, che dal suo rilascio nel 2004 era rimasto invariato, anche se un incremento si era già verificato rispetto al rilascio del 2000, in cui si enumeravano le estinzioni di 766 specie. Questi dati seppure attendibili non sono assoluti, poiché può accadere che una piccola percentuale di specie considerate estinte venga “riscoperta” come ancora in via di estinzione, o sia dichiarata come non classificabile in mancanza di dati.

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Di Umberto NURS – Questo file deriva da IUCN Red List 2007.svg: , Pubblico dominio, Collegamento

Inoltre, il numero di specie estinte riguarda solo il campione sotto osservazione, 40.168 specie nel 2006, assai poche rispetto ai 2-9 milioni di specie esistenti. Di conseguenza anche le estinzioni registrate non mi pare si possa considerare un valore indicativo delle estinzioni effettive. Caso mai sarei tentato di fare una proporzione tra le 40.168 allora sotto monitoraggio, sommando quelle già estinte (784) e valutando così che 784 specie su 40.952 si sarebbero estinte, ovvero lo 1,91%. Circa il 2%. Se potessimo applicare questa percentuale a, mettiamo, 2 milioni di specie esistenti, avremmo 40.000 specie estinte! Sarebbe un numero esagerato? Spero di sì.

La Lista Rossa IUCN del 2012 ha valutato un totale di 63.837 specie delle quali 19.817 sono ritenute sotto minaccia di estinzione, 3.947 sono descritte come “critically endangered”, 5.766 come “endangered”, mentre più di 10.000 specie sono elencate come “vulnerabili”. Sotto minaccia sono il 41% delle specie anfibie, il 33% dei coralli delle barriere coralline, 30% delle conifere, 25% dei mammiferi, e 13% degli uccelli. Non si saranno ancora estinte, ma le specie a rischio sono davvero troppe.

Un articolo del Corriere della Sera del 21/03/2006, che faceva riferimento alla Lista Rossa compilata dall’Onu, indicava che almeno 844 specie di animali e piante sarebbero «sparite» negli ultimi 500 anni, dal dodo, l’uccello delle isole Mauritius, al rospo dorato della Costa Rica. Sempre secondo tale articolo, si calcola che attualmente il tasso di estinzione sia mille volte più veloce di quello storico (secondo Science Advance citato prima sarebbe invece solo 100 volte superiore).

Mentre in natura (cioè in assenza di effetti antropici) scompaiono da una a cinque specie ogni anno, gli scienziati del Centro per la Biodiversità, a quanto si legge su Lettera43, stimano che ora si stia viaggiando su ritmi da 1.000 a 10 mila volte superiori, con dozzine di specie estinte al giorno. Andando avanti così, nei prossimi 50 anni, potrebbero scomparire dal 30 al 50% delle specie attualmente esistenti.

Su un articolo del 2013 de La Stampa, che riportava il primo rapporto Wwf sulla biodiversità in Italia e nel mondo, realizzato con il contributo della Società Italiana di Ecologia, si leggeva che viviamo su un pianeta abitato da circa 5 milioni di specie animali e vegetali, con 18.000 nuove specie di piante e animali descritte ogni anno e 49 scoperte al giorno negli angoli più remoti del pianeta. Lo stesso articolo evidenziava allo stesso tempo un tasso di estinzione dovuto alle attività umane di 1.000 volte superiore al tasso di estinzione naturale, con popolazioni di vertebrati diminuite di un terzo negli ultimi quarant’anni. L’«impronta» fisica dell’uomo sul pianeta sarebbe pari a quasi il 50% di tutte le terre emerse, con ormai solo un quarto della biosfera in una situazione ancora «selvatica», quando nel 1700 più della metà della biosfera era in condizioni selvatiche e il 45% in uno stato semi-naturale.

Il rapporto del Wwf fotografa anche la situazione italiana dove, nonostante alcuni miglioramenti, il 31% dei vertebrati in Italia è tuttora a rischio estinzione.

Si valuta che circa 50 specie siano perdute ogni giorno, la velocità alla quale si estinguono animali e vegetali è 100 volte superiore oggi di quanto non sia mai successo nella storia dell’umanità, e la prima causa è la perdita di habitat naturali”. Lo ha dichiarato già dieci anni fa Norman Myers, uno dei grandi nomi dell’ambientalismo mondiale. 50 specie al giorno! Le stime del numero complessivo delle specie vanno dai 3 ai 100 milioni; secondo uno studio recente sarebbero più o meno 8,7 milioni, tra animali, piante e funghi. Secondo alcune stime, le specie animali sulla Terra sono circa 1,8 milioni (secondo altri il doppio). Tra queste ci sono 4.500-5.700 mammiferi, 8.700-10.00 uccelli, 6.300-9.300 rettili, 3.000-7.000 anfibi, 23.000-32.000 pesci, 900.000-1.000.000 insetti e 500.000 appartengono ad altri gruppi tassonomici (tra cui 10.000 aracnidi, 85.000 molluschi, 47.000 crostacei). Le specie di alberi sono solo 60.065 (scrive Focus Junior).

50 specie scomparse al giorno sono 18.250 all’anno, 182.500 in dieci anni. 1.825.000 in 100 anni! Ovvero, a questo ritmo, nel 2118 avremmo raggiunto una perdita di biodiversità gravissima. Se si dovesse attivare un effetto domino, purtroppo, il fenomeno potrebbe persino accelerare. Anche in questo caso spero che questi siano numeri eccessivi, ma credo che sarebbe importante chiarire quali siano davvero i ritmi di estinzione.

Dunque il tasso di estinzione starebbe subendo una fortissima accelerazione? 100, 1.000, 10.000 volte i tassi naturali? Credo che questo sia ancora tutto da dimostrare e definire, ma se fosse vero anche un incremento “solo” di 100 volte, il rischio sarebbe gravissimo e non possiamo permetterci di perdere un giorno.

La sensazione è che sia urgente, non solo proteggere l’ambiente ma anche fare studi approfonditi in merito, per arrivare, prima che sia troppo tardi a stime attendibili del fenomeno.

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Bandiera dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale – Pubblico dominio, Collegamento

Il mondo sta cambiando velocemente. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato che siamo in una nuova era climatica, dato che nel 2015 e nel 2016 la concentrazione media di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto il traguardo di 400 parti per milione, un livello che non scenderà per diverse generazioni.

Il premio Nobel per la Chimica Paul Crutzen e altri scienziati parlano di una transizione dall’Olocene a una nuova epoca geologica, che hanno definito Antropocene. Un passaggio causato proprio dall’impatto delle attività umane sui sistemi viventi.

Potremo sopravvivere in un mondo in cui elevate percentuali di specie si saranno estinte? Se sopravvivremo, in che mondo vivremo?

Troppo spesso ci limitiamo ad un’alzata di spalla o a un attimo di curiosità quando apprendiamo dell’estinzione di una nuova specie, un po’ come se ci avessero detto della morte di qualche attore o politico famoso. Non è, però, lo stesso. A parte che degli attori e dei politici si potrebbe anche fare a meno, ma, comunque, morto uno ne compare subito un altro a prenderne il posto, come si diceva persino dei papi. Con le specie animali e vegetali non è così. Estinta una specie occorrono milioni di anni per crearne un’altra. L’estinzione di una specie non può essere raffrontata alla morte di un individuo: si tratta di una perdita irreparabile.

Non solo. Qui non stiamo solo parlando del ridursi delle specie ma di un impoverimento e dell’indebolimento dell’intero ecosistema e quindi del mondo in cui viviamo.

Ogni specie è legata ad altre in una catena alimentare e non solo. Se ne scompare una, si mette in crisi anche la specie che se ne nutre, si alterano gli equilibri con le specie concorrenti, si rischia la diffusione eccessiva di specie, magari dannose, che la specie ora estinta teneva sotto controllo. È come con le tessere del domino. Ne casca una e crollano tutte le successive.

Non solo. Minor biodiversità significa meno adattabilità. L’uomo sta mutando il mondo. Meno specie ci saranno in questo mondo modificato, meno possibilità ci saranno che qualcuna si adatti al nuovo habitat. L’abbondanza di specie deriva da un meccanismo evolutivo che fa sì che ogni specie si adatti a specifici habitat, a volte anche ristretti. Per creare nuove specie, l’evoluzione impiega però un tempo immenso, mentre noi possiamo eliminarne una in un attimo in termini geologici.

La Sesta Estinzione di Massa è peggio di un genocidio. Sono centinaia di migliaia di genocidi tutti assieme, tante quante sono le specie che stiamo annullando. I colpevoli siamo noi.

Che cosa meritiamo per questo? Abbiamo ancora tempo per ravvederci ed espiare la nostra colpa e, soprattutto, per porvi rimedio prima di rendere il danno irreparabile?

La Sesta Estinzione di Massa sarà l’ultima? La nostra cecità potrebbe portarci a generare una catastrofe quale il nostro pianeta non ha mai conosciuto, annichilendo del tutto la vita sulla Terra?

Sopravvivremo al deserto che stiamo creando e a quale prezzo?

Firenze, 03/01/2018

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LA FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA E L’ORGANIZZAZIONE REGIONALE PRO NATURA ABRUZZO CONTRO LA CENTRALE DI COMPRESSIONE SNAM A SULMONA

8 gennaio 2018                                       Comunicato stampa

 

LA FEDERAZIONE NAZIONALE PRO NATURA E L’ORGANIZZAZIONE REGIONALE

PRO NATURA ABRUZZO CONTRO LA CENTRALE DI COMPRESSIONE SNAM A SULMONA

Il 22 dicembre scorso la presidenza del Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Paolo Gentiloni, ha espresso parere favorevole alla realizzazione della centrale di compressione gas nel comune di Sulmona. L’opera rientra gli interventi per potenziare la dorsale adriatica, il grande metanodotto che dal Sud porta il gas a Minerbio, in Emilia Romagna, tra Bologna e Ferrara, dove si trova uno dei maggiori snodi europei del metano.

L’autorizzazione rilasciata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri vanifica anni di lotte da parte di comitati cittadini locali, associazioni ambientaliste, enti ed organizzazioni che hanno difeso strenuamente il loro territorio contro a realizzazione di un’opera dannosa sotto vari aspetti.

Infatti, la centrale di compressione, progettata sulla faglia del Morrone, in un luogo ad elevatissimo rischio sismico, rappresenta un primo passo per la realizzazione del metanodotto da sempre osteggiato da Sulmona e da altri centri della Valle Peligna.

Non appena si è diffusa la notizia dell’autorizzazione numerose sono state le azioni intraprese: il Sindaco di Sulmona, dopo aver dato le proprie dimissioni, si è recato a Roma insieme ad una folta schiera di Sindaci del territorio e di rappresentanti della politica regionale e nazionale per chiedere al governo il ritiro del provvedimento che, ad oggi, è stato momentaneamente congelato ma non annullato.

Tra le numerose Associazioni e comitati che difendono strenuamente il territorio contro questo barbaro attacco, un’azione forte ed incisiva è stata condotta in questi anni dall’Associazione ”Orsa Pro Natura”, federata dell’Organizzazione Regionale Pro Natura Abruzzo e della Federazione Nazionale Pro Natura: la Presidente Maria Clotilde Iavarone, geologa, è in prima linea in tutte le azioni a difesa di un territorio, come terra di conquista.

Mauro Furlani, presidente della Federazione Nazionale Pro Natura, e Piera Lisa Di Felice, vice presidente della Federazione e coordinatore dell’Organizzazione Regionale pro Natura Abruzzo, esprimono la loro totale contrarietà alla realizzazione della centrale gas a Sulmona, che, oltre a rappresentare un grave rischio per l’incolumità degli abitanti, sottrae ogni dignità al ruolo degli amministratori locali e di cittadini nella gestione dei propri territori.

D’altro canto la centrale Snam a Sulmona, insieme al progetto per l’estrazione del gas a Bomba ed il metanodotto a Larino, sono tre opere previste in questo momento nella regione Abruzzo che vanno in direzione diametralmente opposta rispetto a quanto previsto da accordi e normative nazionali e internazionali che richiedono una radicale decarbonizzazione.

Progetti di tal fatta, che trovano la loro matrice nel mondo dei combustibili fossili, devono essere radicalmente cambiati, dando adeguatamente spazio alle fonti di energia rinnovabile, rispettose dell’ambiente e della salute della popolazione.

 

Mauro Furlani, Presidente Federazione Nazionale Pro Natura-

Piera Lisa Di Felice, Vice Presidente Federazione Nazionale Pro Natura e coordinatore Organizzazione Regionale Pro Natura Abruzzo-

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Marche, URBINO: Il Gran Palazzo del Duca Federico

Articolo e fotografie di Gianni Marucelli

16) I tetti di Urbino

Sì, gli aquiloni! È questa una mattina


che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera


tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era


d’autunno ancora qualche mazzo rosso


di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso


saltava, e la lucertola il capino


mostrava tra le foglie aspre del fosso.

Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino


ventoso: ognuno manda da una balza


la sua cometa per il ciel turchino.

Impossibile, per me che amo Giovanni Pascoli, non tornare con la mente a questo bellissimo poemetto, “L’aquilone”, imparato a memoria già alle scuole elementari e mai più dimenticato, avendo davanti agli occhi la collina su cui sorge quel capolavoro di città rinascimentale che è Urbino. E, a dire la verità, c’è anche il vento, che tiene sgombro il cielo autunnale e rende più netto il profilo dei colli marchigiani.

4) La facciata a logge del Palazzo

Mancano gli aquiloni; ma la giornata è perfetta per parcheggiare l’auto e salire a piedi per le larghe vie verso il cuore della cittadina. Ché è, indubbiamente, piazza della Repubblica, situata tra le due cime collinari su cui si estende l’abitato, dove sorgono il Duomo e il Palazzo Ducale.

Qui appare in tutta la sua evidenza l’inscindibile legame tra Urbino e quelli che furono i suoi Signori, i duchi di Montefeltro, che, con non pochi intervalli, vi dominarono per quasi mezzo millennio.

A destra la Cattedrale, che fu fatta costruire da Federico di Montefeltro, alla metà del 1500; è opera di Francesco di Giorgio e la sua edificazione richiese più di un secolo; completata con la costruzione di una cupola da Muzio Oddi nel 1605, fu semidistrutta da un terremoto nel 1789, poi ricostruita da un grande architetto neoclassicista, Giuseppe Valadier, negli anni successivi, nelle forme che ora ci appaiono.

Per il nostro tempo limitato, però, oggi ci accontentiamo del Palazzo Ducale, che al suo interno ospita uno delle più importanti collezioni d’arte del nostro Paese, e quindi dell’intero pianeta: la Galleria nazionale delle Marche.

1) Facciata marmorea del Duomo

Ma già in sé il Palazzo, che è definito da molti storici la prima dimora principesca del nostro Rinascimento, può essere considerato un capolavoro assoluto di architettura, anche se realizzato in diverse fasi successive. Il merito di averne commissionato la costruzione va, al solito, al massimo esponente storico della dinastia dei Montefeltro, quel Duca Federico che al suo tempo fu un insigne uomo d’arme, ma nel contempo un saggio statista e un mecenate, grande appassionato d’ogni arte. Insomma, un uomo del Rinascimento che volle che la sua capitale, pur piccola, rispecchiasse i massimi ideali dell’epoca sua.

Noi tutti, anche se magari non lo rammentiamo, abbiamo in un cassetto della mente l’effigie di questo grande condottiero e politico, quale lo dipinse, attorno al 1460, quel genio assoluto dell’arte che fu Piero della Francesca, nel doppio ritratto, suo e della moglie Battista Sforza, ora agli Uffizi di Firenze, ma che tuttavia per secoli fu ospitato nel Palazzo Ducale.

Federico vi appare di profilo, mostrando il lato sinistro del volto, l’unico che potesse essere ritratto perché nell’altro era evidente l’occhio cieco, che, come il naso rotto al vertice, costituiva il retaggio di un duro scontro durante un torneo cavalleresco. La berretta rossa e la veste di identico colore, priva di ornamenti, dànno al volto di Federico una nobiltà distaccata, che spicca sulla lontananza di un orizzonte di acque e montagne estremamente idealizzato.

Di concerto, la moglie Battista, da poco deceduta e in ricordo della quale forse fu commissionato il dipinto, appare anch’ella di profilo, con la carnagione pallida, qual era quella delle dame di lignaggio del tempo, che evitavano di esporsi ai raggi del sole…

17) Sala degli Arazzi

Federico dette l’incarico della costruzione del suo palazzo prima al fiorentino Maso di Bartolomeo, discepolo di Michelozzo e di Donatello, poi al dalmata Luciano Laurana, che ne realizzò buona parte, dando all’opera quella struttura armoniosa, tipicamente rinascimentale, che ancor oggi ne è il connotato più rilevante. Verso valle, l’edificio culmina nei “torricini”, divenuti poi uno dei simboli di Urbino, che insieme ai torrioni di cui fanno parte, racchiudono l’inconfondibile facciata contraddistinta da tre logge sovrapposte.

Peccato che l’illustre architetto lasciasse incompiuta la sua opera, allontanandosi dalla corte di Federico: fu poi sostituito da Francesco di Giorgio Martini, senese, non indegno del suo predecessore. Ma la morte del duca (1482) interruppe ancora una volta i lavori, che si conclusero solo alcuni decennio più tardi.

Spogliato di tutti i suoi capolavori quando Urbino, finita la dinastia dei Montefeltro e quindi quella dei Della Rovere, che erano loro succeduti, passò allo Stato pontificio – ma la maggior parte delle opere fu incamerata dal Granducato di Toscana per via ereditaria – il palazzo trovò nuova vita solo dopo l’unità d’Italia; dal 1883 ospitò la Galleria dell’Istituto d’Arte, divenuta ai primi del ‘900 Galleria Nazionale delle Marche.

7) La dolente Madonna col bimbo di Piero della Francesca

Chi entra oggi si sofferma ad ammirare lo splendido cortile interno, progettato dal Laurana, dove una iscrizione celebra le virtù, militari politiche e civili, del Duca Federico. Oggi, al centro è posta una modernissima scultura cromata, che, per una volta, non stona affatto con l’insieme, una struttura le cui immagini riflesse creano degli effetti sorprendenti.

Ma la visita della Galleria Nazionale richiede molto tempo, anche per un turista distratto. Infatti, oltre allo Studiolo del Duca, le cui pareti lignee intarsiate – su probabile disegno del Botticelli – sono un capolavoro dell’ebanisteria d’ogni tempo, sono presenti in questo museo gran parte degli autori più noti del Rinascimento.

La Sala delle udienze ospita una delle opere somme di Piero della Francesca, la “Flagellazione di Cristo”, straordinario studio prospettico dove si inseriscono le figure di una rappresentazione allegorica il cui significato reale, per l’epoca in cui fu dipinta, è stato al centro di un secolo di dispute tra gli storici. Nello stesso ambiente, la “Madonna di Senigallia”, dello stesso Piero, eccelsa riflessione sulla maternità e sul presagio della morte del Bambino.

Il secondo “focus” che vi proponiamo è il “Miracolo dell’ostia profanata”, di Paolo Uccello, una storia – oggi la definiremmo a strip – che il maestro fiorentino dipinse sulla predella realizzata da un grande pittore fiammingo, Giusto di Gand.

Il terzo è senz’altro la tavola rappresentante “La città ideale” del Rinascimento, summa delle aspirazioni estetiche, urbanistiche e prospettico-matematiche dell’epoca. Non è chiaro chi sia l’autore, ma certamente un artista eccezionale, forse Piero della Francesca, forse lo stesso architetto del Duca, Luciano Laurana.

12) Raffaello Sanzio, La Muta

Il quarto “focus” si accende su “La Muta” si Raffaello Sanzio, ed è come dire la bellezza assoluta.

Infine, last but not least, come dicono gli inglesi, ci soffermeremo ad ammirare una “Ultima cena” di Tiziano Vecellio, che è parte di uno stendardo processionale insieme a un’altra opera dello stesso autore, la “Resurrezione”.

Non ci siamo soffermati su tanti altri capolavori e su ambienti di grande pregio, come la Sala del Trono che Federico, le cui iniziali compaiono sul soffitto, sui camini e sulle porte, usò come salone per le feste. “F.C.” sta appunto per “Federicus Comes”, il Conte Federico, titolo nobiliare originale di questo grande personaggio.

Rispetto al passato, oggi c’è una grande novità, e noi, alla fine del giro, ne approfittiamo: sono aperti, dopo un lungo restauro, i “torricini”, le snelle guglie al cui interno una scala a chiocciola porta alla sommità del palazzo: da lassù, Urbino si apre ai nostri occhi, con il dolce paesaggio circostante. Una visione da togliere il fiato.

 

19) Uno dei Torricini “visto da vicino”

Galleria fotografica © Gianni Marucelli 2017

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A proposito di “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente”

Di Alberto Pestelli

Un altro anno si è concluso. Ci lasciamo alle spalle mesi di grandi soddisfazioni dal punto di vista editoriale e, nell’accingerci a iniziare il 2018, mi sembra opportuno tirare le somme dell’anno appena concluso.

Come lo scorso anno ho preparato una tabella (che troverete nello scaricabile del mese di gennaio) dei download complessivi che riguardano sia la rivista nel formato PDF, sia i supplementi e mini e-book, sia i vari comunicati stampa che ci sono stati inviati dalla Federazione Nazionale Pro Natura e da altri siti ambientalisti.

Se nel 2016 abbiamo ritenuto un buon successo aver avuto 6298 download complessivi, i 7617 download del 2017 sono entusiasmanti. Il prossimo anno proveremo a superare gli 8000 download.

Per quanto riguarda le visite al nostro sito abbiamo superato alla grande i numeri del 2016: 103555 presenze. Nel 2016 abbiamo avuto 64562 visite.

Abbiamo avuto visite da tutta Italia ma anche numerosi click da tutto il mondo dagli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna, Germania e tanti altri paesi europei, dal Giappone alla Cina Popolare, a qualche stato africano.

Quindi è comunque un successo più che ottimo. Successo che intendiamo ripetere mettendoci ancor più d’impegno nel garantire un’informazione ambientale più ampia possibile, nell’offrire pagine di cultura e arte, facendovi viaggiare insieme a noi per gli angoli più belli, singolari e caratteristici del nostro bellissimo paese. Ma per far questo serve una cosa molto importante: il vostro aiuto. Nel corso del 2017 abbiamo conosciuto nuovi amici collaboratori che ci hanno fornito preziosi articoli per la nostra rivista. Ma per garantire un buon servizio serve l’aiuto vostro. Vi aspettiamo, quindi, con i vostri racconti, le vostre riflessioni, i vostri articoli sull’ambiente e non solo.

Un sentito grazie va al nostro direttore Gianni Marucelli per la sua grande professionalità giornalistica e la sua disponibilità con tutti noi. Vogliamo ringraziare la presidenza e il consiglio direttivo di Pro Natura Firenze e la Federazione Nazionale Pro Natura per il loro prezioso sostegno.

Alberto Pestelli, Coordinatore di Redazione

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